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Il consumismo e la crisi: che rapporto c'è?


Il consumismo e la crisi: che rapporto c'è?
23/04/2012, 17:04

C'è una frase che mi è capitato spesso di sentire quando persone che si dicono esperte in economia (magari solo perchè hanno una laurea o una grande considerazione pubblica) parlano nelle trasmissioni TV: non puoi distribuire la ricchezza se prima non l'hai prodotta. Di solito è la risposta a qualche politico di sinistra che propone di tassare i redditi più alti, i grandi patrimoni o cose del genere.
Ma è veramente così? Se fossimo all'inizio del '900, la risposta è sì, non si discute. Ma oggi non è più così. Oggi la frase è capovolta: bisogna distribuire la ricchezza, per accumularla.
Il punto di svolta è stato lo sviluppo economico dopo la Seconda Guerra Mondiale. In particolare la produzione di massa e il consumismo ahnno rovesciato - progressivamente ma inesorabilmente - questo principio economico. E ne hanno rovesciato anche un altro, egualmente basilare: non si produce per soddisfare un bisogno; si crea un bisogno prima inesistente per poter vendere quello che si è prodotto. Facciamo un esempio banale: 10 anni fa, a chi interessava avere un tablet? Eppure i computer portatili c'erano, ma avevano un utilizzo limitato; praticamente per lavoro. Ma se si fosse presentato uno con una tavoletta - che comunque è inferiore come prestazioni ad un PC ed è più delicata - probabilmente il mercato l'avrebbe tenuta ai margini. Invece una campagna publicitaria attenta e ben fatta ha creato quella curiosità, quel "bisogno", appunto, che ha portato al successo del prodotto.
Arrivati fin qui si potrebbe dire: e allora? Al signor Mario Rossi cosa importa? Lui ha i suoi problemi, in questo momento di crisi. Già. Ma il signor Mario Rossi ha i suoi problemi proprio perchè politici ed economisti disconoscono questo fatto, o quanto meno lo sottovalutano. E sopravvalutano quella che è la conseguenza numero uno sull'economia nazionale: per soddisfare questo "bisogno" indotto tramite la pubblicità, bisogna che il cittadino medio abbia i soldi per farlo. Quindi i salari devono essere adeguati. Ma attenzione, non "adeguati per la mera sopravvivenza", bensì adeguati anche per soddisfare almeno una parte di questi bisogni. Per intenderci, oggi significa che un salario decente deve essere di almeno 1500-1700 euro netti. Se non lo sono (e in Italia sono almeno 10 milioni le persone che prendono un salario o una pensione sotto i 1200 euro al mese), la gente comincia a non acquistare, i negozi e le fabbriche cominciano ad avere probemi nello smaltire i prodotti e quindi licenziano. Questo aumenta il numero delle persone che non possono comprare quei prodotti innescando una spirale recessiva.
E non è solo teoria, ma una pratica che può essere verificata mediante l'esame della crisi che colpisce ivari Paesi. Non è un caso che la crisi per primo abbia colpito gli Usa, dove l'enorme precarizzazione ha creato una marea di persone che lavorano ma non hanno di che pagarsi contemporaneamente un tetto sulla testa e due pasti al giorno. E questa è una denuncia che venne fatta già all'inizio degli anni '90. Una sociologa statunitense decise di fare l'esperimento sul campo: visse per due anni con i proventi del lavoro che aveva trovato come cameriera in un fast food e dormendo in un motel (affittare una casa negli Usa è quasi improponibile, chiedono cauzioni che arrivano a 50 mensilità). Alla fine scrisse un libro, in cui riportava questi due anni di vita, arrivando alla conclusione che lei ce l'aveva fatta solo perchè era uscita di casa portandosi una valigia con alcuni ricambi, per cui aveva potuto limitarsi all'acquisto, in quei due anni, di un paio di jeans e tre o quattro T-shirts. Già se avesse dovuto comprare un paio di scarpe, avrebbe avuto molte difficoltà. E raccontava di un ragazzo che lavorava con lei al fast food che, per cercare di accumulare i soldi per iscriversi all'università faceva addirittura dei tripli turni di lavoro: 24 ore consecutive nel locale, un ritorno a casa per una veloce dormita e poi di nuovo al lavoro. E' chiaro che, dopo 15 anni di questo andazzo, la crisi era inevitabile. Hanno cercato di tenerla a bada con le spese militari dopo l'11 settembre e con le varie bolle speculative (Enron, mutui subprime, carte di credito), ma poi è crollato tutto. E quando - attraverso il fallimento progressivo delle banche - la crisi è arrivata in Europa, sono state adottate tutte le misure migliori per incentivare la crisi stessa: le banche hanno chiuso il rubinetto del credito, mettendo in difficoltà i vari Paesi; le esportazioni si sono bloccate, complicando le cose per Paesi che, come l'Italia, contano molto sulla domanda estera. A questo poi si sono aggiunti i governi che, spinti da ragioni idiote ed egoistiche (nella migliore delle ipotesi; ma secondo alcuni dalla malafede), hanno cominciato ad aumentare le tasse, tagliare il welfare e licenziare i dipendenti pubblici. Il risultato di queste politiche si è visto con la Grecia: un Paese con qualche problema di bilancio pubblico è stato sottoposto a questo trattamento ed ora è un Paese in rivolta, con una economia distrutta ed una previsione di una decina di anni per riprendersi. Sulla stessa strada si sono avviate Spagna (con Rajoy), il Portogallo e l'Italia (sia con Berlusconi che con Monti).
Serve una controprova che queste sono politiche sbagliate? C'è anche quella. Quali sono i Paesi che meno sono stati colpiti dalla crisi? La Germania, per esempio. Ma su questo si è detto di tutto: che il merito è stato del fatto che hanno fatto la Grossekoalitionnegli ultimi anni; che è un Paese con una economia forte di per sè; e così via. Allora prendiamo qualche Paese che non è così forte e non ha avuto Grossekoalition: i Paesi Scandinavi, per esempio. Questi quattro Paesi (cioè Germania compresa) però qualcosa in comune ce l'hanno: un robusto sistema di welfare, che aiuta il lavoratore licenziato a trovare un nuovo lavoro, se vuole lavorare. E comunque, se non vuole, a non morire di fame. Inoltre i salari sono elevati, rispetto all'Italia, cosa che consente loro di creare fondi di riserva a cui attingere inc aso di necessità. Oppure di spenderli per comprare più cose, anche in questo aiutando l'economia nazionale. Attenzione, che spesso si sottovaluta l'importanza di un sistema di protezioni sociali. Non è solo il fatto di averle, che conta; c'è anche un fattore psicologico che deve rassicurare i cittadini sul fatto che ci sono. Mi spiego: io, come cittadino danese, so che se spendo tutti i miei soldi e perdo il lavoro, ho la garanzia di un sussidio che va dal 90 al 70% dello stipendio che prendevo al lavoro per 4 anni; periodo in cui lo Stato mi aiuta a trovare un altro lavoro, magari attraverso corsi di perfezionamento, di aggiornamento o simili. Quindi, se mi capita una spesa imprevista, la posso affrontare a cuor leggero, sono garantito. Ma in Italia non è così. Certo, se lavoro per una grande azienda posso avere la cassa integrazione, che è meglio che niente. Ma io se lavoro, so di dover spendere il meno possibile perchè il rischio di essere licenziato è dietro l'angolo (e con la modifica che vogliono fare all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è ancora più facile); inoltre so che la mia pensione sarà da fame, ammesso che prenderò una pensione. Di conseguenza, anche se lavoro con uno stipendio di medio livello, devo mettere in preventivo di crearmi una solidità economica elevata, per affrontare qualsiasi imprevisto. E questa situazione di incertezza limita molto le spese. Ma limitare le spese introduce di nuovo quella spirale regressiva di cui parlavo prima.
Ecco perchè le ricette anticrisi che stanno approvando in Europa non funzionano. Perchè sono ricette che aumentano e potenziano la crisi. Se ne può uscire? Certo, adottando la strada opposta: aumentiamo il welfare, aumentiamo gli stipendi, diamo sicurezza ai cittadini. E non diciamo che non ci sono soldi. CI sono, basta andarli a prendere: 350 miliardi all'anno vengono persi nelle tasche degli evasori fiscali; altri 60 di spese inutili vengono fatti a causa della corruzione. Per non parlare poi dei miliardi spesi per la casta dei politici: auto blu, scorte, privilegi vari ed assortiti. O dei soldi della mafia, ben 90 miliardi all'anno. Stanno lì, a portata di mano. Basta solo allungarli e prenderli. Il punto è che ci vuole una volontà politica che attualmente manca del tutto. E poi, come diceva Pasolini, i politici preferiscono tassare i poveri: hanno poco, ma sono in tanti. E soprattutto non hanno fatto favori ai politici, aggiungo io.

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di Antonio Rispoli
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