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Il vero allarme di Standard & Poor's rimasto inascoltato


Il vero allarme di Standard & Poor's rimasto inascoltato
22/05/2011, 20:05

Ieri sui giornali c'era la notizia che l'agenzia di rating Standard & Poor's ha tagliato l'outlook dell'Italia, sul debito a lungo termine, da "stabile" a "negativo". Bei paroloni, ma per chi non conosce certi termini, non significano niente. Allora semplifichiamo: una società di esperti ha esaminato la situazione economica e politica italiana e ha detto: "Secondo noi, il governo italiano non è in grado di migliorare i conti pubblici. Per questo riteniamo che, nel giro di tre mesi, c'è una probabilità su tre che i dati economici non migliorino come il governo stesso ha promesso. In questo caso, i titoli di Stato a 10 anni dovranno essere messi sul mercato con un tasso di interesse superiore a quello attuale". E quindi l'Italia pagherebbe più interessi, dato il nostro enorme debito pubblico.
La risposta del Ministro delle Finanze Giulio Tremonti è stata immediata: "L'Italia è nei paramentri previsti". Ma è vero? Dipende cosa intendiamo con questa frase. Se comprendiamo i 40 miliardi tra maggiori entrate e minori spese che devono essere realizzati entro il 2014 e i 14 miliardi di euro da realizzare entro il 2011, allora è vero: secondo i calcoli del Ministero, approvate queste due leggi, i conti saranno in ordine.
Ma con una avvertenza: Standard &Poor's quando fa qualcosa, non lo fa per caso. Questo "preavviso" nasconde un messaggio ben preciso: agite sul lato dei tagli, non delle tasse. Ma quando si parla di tagli, per le organizzazioni internazionali in cui si fanno queste valutazioni (agenzie di rating, Fmi, Bce, ecc.) non ci si riferisce al taglio degli sprechi, ma al taglio del welfare. Insomma, nei prossimi tre anni ci aspettano altri 50-60 miliardi di tagli, se nel 2013 resterà il governo Berlusconi. Il che significa la distruzione dell'economia italiana, dopo i 60 miliardi di tagli già approvati tra il 2008 e il 2012. Cioè significa licenziamenti di dipendenti pubblici, meno pensioni, meno sanità pubblica, meno soldi alle forze dell'ordine, meno soldi ai Tribunali, ecc.
Questa sarà la strada che prenderà Tremonti. Ma è l'unica? Assolutamente no. Certo, bisogna mettere una pezza allo sfacelo dei conti pubblici creato dall'attuale Ministro delle Finanze (se sommiamo i risultati dei governi Berlusconi tra il 2001 e il 2006 e dal 2008 ad oggi, Tremonti ha aumentato il deficit di 100 miliardi di euro; se in mezzo non ci fosse stato il governo Prodi che in soli 20 mesi ha tagliato il deficit di 50 miliardi, a quest'ora stavamo ridotti come la Grecia, se non peggio). Ma bisogna metterla colpendo dove i soldi ci sono: gli sprechi della politica, l'evasione fiscale, le rendite finanziarie. Insomma, tutti quei punti che sono da sempre intoccati dai politici, per i loro interessi.
Questo però non vuol dire che l'allarme sia da prendere sottogamba. Le agenzie di rating sanno leggere tra le pieghe del bilancio italiano. Sanno che la crescita italiana sarà vicina allo zero o all'1% (mentre la media europea supera il 2% e la Germania vola al 4%) anche nei prossimi anni, dato che i tagli contenuti nelle leggi già approvati tolgono i soldi necessari alla popolazione a sostenere la domanda interna. Detto in altri termini, più si riducono pensioni, stipendi, e così via, meno la gente spende. Meno spende, meno i negozianti si arricchiscono e quindi le imprese guadagnano di meno. Se guadagnano di meno, licenziano o riducono gli stipendi. E così si innesca una spirale negativa, in cui ci stiamo attorcigliando dal 2008 e che il nostro Ministro delle Finanze vuole incrementare.
E se l'agenzia di rating realizzasse la minaccia e ci tagliasse il rating? Semplice: aumenta il tasso di interesse sui Bot, Cct e gli altri titoli di Stato. E questo significa spese enormi: un punto di interesse in più o in meno porta un aumento o una diminuzione di interessi compreso tra i 10 e i 20 miliardi di euro. Non esattamente noccioline

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di Antonio Rispoli
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