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La crisi e la disoccupazione legano i figli ai genitori

Istat: i giovani italiani, bamboccioni per forza


Istat: i giovani italiani, bamboccioni per forza
26/05/2010, 11:05

ROMA - E' un quadro molto brutto quello che fa l'Istat della situazione italiana, bloccata tra crescita asfittica e disoccupazione. Certo, dice il rapporto, nell'ultimo trimestre il Pil è aumentato dello 0,5%, ma nel decennio 2000-2009 la crescita media è stata pari allo 0,1% annuo; praticamente inesistente. E per sette di questi dieci anni c'era il governo Berlusconi a guidare l'Italia. inoltre c'è una forte disoccupazione, concentrata in due categorie di cittadini: le donne e i giovani. Per le donne, il titolo di studio ha costituito un aiuto, perchè le laureate hanno mantenuto un buon livello occupazionale; mentre neanche la laurea ha aiutato i giovani, per i quali il lavoro è sempre più una chimera. Non che ai padri sia andata meglio, dato che almeno 300 mila di loro sono in cassa integrazione e altri sono stati licenziati.
Ma per i giovani non c'è stata neanche la possibilità della cassa integrazione, di solito: impiegati con contratti precari, sono stati i primi ad essere colpiti dalla crisi e sono stati licenziati immediatamente. Tuttavia non è da sottovalutare un dato: il numero di persone che hanno perso il lavoro, tra il 2008 e il 2009 è pari a oltre un milione di individui. Se uniamo questo dato all'aumento della cassa integrazione e alla perdita di valore di acquisto degli stipendi di coloro che ancora lavorano, si capisce perchè i dati Istat mostrano un calo nel reddito disponibile delle famiglie, pari al 2,8%. Un dato in controtendenza con gli altri Paesi europei, che invece hanno mostrato in genere una dinamica positiva.
Questo ha costretto i giovani a cercare l'unico rifugio disponibile: la famiglia. E così i bamboccioni, per ricordare l'infelice definizione, sono in costante aumento: nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni, quelli che vivono in famiglia sono il 58,6%, Per il 40% di loro la scelta è motivata da problemi economici; per il 34% è per proseguire gli studi; per il 31% una libera scelta. Questo ha fatto aumentare i cosiddetti "Neet" (Not in education, employnment or training, cioè persone che non studiano, non lavorano e non stanno entrando nel mondo del lavoro) ad oltre 2 milioni, nel 2009, nella fascia sotto i 29 anni. E' una percentuale pari al 21% della popolazione in quella fascia di età, un valore preoccupante. Questo genera un aumento dei cosiddetti "inattivi" (altra categoria che non viene considerata nelle statistiche europee), cioè coloro che non hanno un lavoro ma che non provano neanche a cercarlo perchè sono sicuri che non lo troveranno. Ma gli inattivi crescono anche in altre fasce di età: i laureati che non trovano lavoro; i 40enni e 50enni che hanno perso il lavoro e che vengono rifiutati dal mondo del lavoro.
E soprattutto la cosa più preoccupante è che in questa situazione non c'è alcun intervento governativo, a parte qualche proposta di aumentare la cassa integrazione. Ma non è così che le imprese si sistemeranno e potranno aumentare la quantità di persone occupate. Servirebbe una politica occupazionale e di sviluppo, per le quali ci possono essere immediate ricadute, per esempio sviluppando gli impianti per la produzione di energia solare o potenziando quelle produzioni di qualità per cui siamo ancora competitivi a livello internazionale.

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di Antonio Rispoli
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