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La chiusura del fallimento


La chiusura del fallimento
02/11/2009, 14:11

La cessazione del fallimento avviene con la chiusura della procedura ovvero con l’ammissione di un concordato.
La procedura di fallimento si chiude nei quattro casi stabiliti dall’art. 118 l.f.:
1)se non sono state proposte domande di ammissione al passivo nel termine stabilito nella sentenza dichiarativa di fallimento;
2)nelle ipotesi di ripartizioni ai creditori estinguono, nella loro somma, l’integrale ammontare dei crediti ammessi. L’estinzione dei crediti può avvenire anche in altro modo e devono essere pagati tutti i debiti e le spese da soddisfare in prededuzione. Tale soddisfazione dei creditori può avvenire anche prima che sia compiuta la ripartizione finale dell'attivo;
3)nell’ipotesi in cui sia compiuta la ripartizione finale dell'attivo;
4)per insufficienza dell’attivo. Tale causa si verifica quando nel corso della procedura si accerta che la sua prosecuzione non consente di soddisfare, neppure in parte, i creditori concorsuali, né i crediti prededucibili e le spese di procedura.
La circostanza di cui al punto sub 4) può essere accertata attraverso la redazione di una relazione o con successivi rapporti riepilogativi di cui il curatore è tenuto a presentare a norma dell'art. 33.
In base al dettato normativo dell’ultimo comma dell’art. 118 l.f., la chiusura della procedura di fallimento della società determina anche la chiusura della procedura estesa ai soci ai sensi dell'art. 147 l.f.
Nei casi di cui ai numeri 3) e 4), ove si tratti di fallimenti di società, il curatore è tenuto a chiederne la cancellazione dal registro delle imprese
Tale disposizione non si applica nei casi di cui ai numeri 1) e 2) nei confronti del socio soggetto ad una procedura di fallimento come imprenditore individuale.
La chiusura del fallimento è disciplinata dall’art. 119 l.f. In base a tale articolo la chiusura avviene con decreto motivato del tribunale pubblicato nelle forme prescritte nell'art. 17 l.f..
Legittimati a chiedere la chiusura della procedura fallimentare, attraverso la presentazione di una istanza, sono:
il curatore;
il debitore;
il tribunale d’ufficio.
In ipotesi di chiusura del fallimento dichiarata per insufficienza di attivo, prima dell'approvazione del programma di liquidazione, il tribunale non può decidere se prima non ha sentito il comitato dei creditori ed il fallito.
Contro il decreto che dichiara la chiusura o ne respinge la richiesta è ammesso reclamo a norma dell'art 26 l.f.
Contro il decreto della corte d’appello il ricorso per cassazione è proposto nel termine perentorio di trenta giorni, decorrente dalla notificazione o comunicazione del provvedimento per il curatore, per il fallito, per il comitato dei creditori e per chi ha proposto il reclamo o è intervenuto nel procedimento; dal compimento della pubblicità di cui all’art. 17 per ogni altro interessato.
Il decreto di chiusura acquista efficacia quando è decorso il termine per il reclamo, senza che questo sia stato proposto, ovvero quando il reclamo è definitivamente rigettato
La chiusura del fallimento provoca:
la cessazione degli effetti del fallimento sul patrimonio del fallito;
la cessazione delle conseguenti incapacità personali;
la decadenza degli organi preposti al fallimento.
Le azioni esperite dal curatore per l'esercizio di diritti derivanti dal fallimento non possono essere proseguite.
I creditori, tranne se non sia stata concessa l’esdebitazione, riacquistano la possibilità di esercitare ovvero di continuare le azioni esecutive individuali verso il debitore per la parte dei loro crediti rimasta insoluta sia per il capitale, che per gli interessi.
Il tribunale, entro cinque anni dal decreto di chiusura, quando questa sia avvenuta per compiuta ripartizione finale dell’attivo o per insufficienza dell’attivo, su istanza del debitore o di qualunque creditore, può ordinare che il fallimento già chiuso sia riaperto.
Tale ipotesi è prevista dall’art. 121 l.f., quando:
1)risulta che nel patrimonio del fallito esistano attività in misura tale da rendere utile il provvedimento;
2)quando il fallito offre garanzia di pagare almeno il dieci per cento ai creditori vecchi e nuovi.
Il tribunale, con sentenza in camera di consiglio, se accoglie l'istanza deve richiamare in ufficio il giudice delegato ed il curatore (ovvero li nomina di nuovo) e stabilisce i termini previsti per l’esame dello stato passivo e quello previsto per il deposito delle domande di insinuazione dei crediti privilegiati. Il tribunale può, eventualmente, abbreviare tali termini a non oltre la metà.
I creditori già ammessi al passivo nel fallimento chiuso possono chiedere la conferma del provvedimento di ammissione salvo che intendano insinuare al passivo ulteriori interessi.
Contro la sentenza possono proporre reclamo, in base a quanto stabilito dal terzo comma dell’art. 121 l.f., dal debitore o da qualunque interessato, attraverso ricorso da depositare entro trenta giorni presso la corte d’appello.
Il giudice delegato nomina il comitato dei creditori, tenendo conto nella scelta anche dei nuovi creditori.
I creditori concorrono alle nuove ripartizioni per le somme loro dovute al momento della riapertura, dedotto quanto hanno percepito nelle precedenti ripartizioni, salve in ogni caso le cause legittime di prelazione.
Tale disposizione si applica sia ai vecchi creditori che ai nuovi, ma tenendo presente alcune differenze. Per i nuovi creditori, la somma loro spettante è rappresentata dall’intero loro credito; mentre per i vecchi, all’ammontare della somma devono essere dedotte quelle già oggetto di ripartizione, ma devono essere aggiunti gli interessi maturati dalla chiusura del fallimento fino alla sua riapertura.
L’art. 123 l.f. sancisce l’inefficacia di tutti gli atti a titolo gratuito e degli atti fra coniugi compiuti dal debitore dopo la chiusura del fallimento e prima della riapertura.

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di Francesco Cossu
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