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La Cina in Italia


La Cina in Italia
14/06/2010, 08:06

Spesso ci si lamenta del fatto che ci sono attività economiche - a volte in violazione delle norme sul lavoro - gestite da cinesi e dove altri cinesi vi lavorano anche 15 e più ore al giorno, togliendo lavoro agli italiani. Ma questa è probabilmente la prima volta che si prendono gli italiani e li si obbliga a lavorare come cinesi. Il tutto con la benedizione del governo, che anzichè sanzionare la ditta che sta violando le leggi sul lavoro, li applaude. Mi sto riferendo alla Fiat e allo stabilimento di Pomigliano d'Arco, in provincia di Napoli. Qui la ditta torinese ha posto i sindacati davanti a due alternative: o assistere alla chiusura della fabbrica oppure accettare di applicare una serie di norme che cancellano i diritti dei lavoratori: in caso di malattia, vengono pagati solo i primi 3 giorni; i turni di lavoro diventano 3 al giorno per 6 giorni la settimana (e non più due al giorno), 80 ore mensili di straordinario obbligatorio non pagato, monetizzazione delle ferie non pagate, assoluta discrezione dell'azienda nell'assegnare i turni di lavoro e di riposo, possibilità di essere licenziati in caso di sciopero, ed altre cose del genere. Vediamo di sintetizzarlo in poche parole: le settimane diventano di 60 ore lavorative; non si può scioperare; non c'è più neanche la pausa pranzo e la pausa per i bisogni fisiologici è assoggettata al benestare dell'azienda; se uno è malato, non viene pagato; l'azienda può rifiutarsi di concedere ferie ai propri dipendenti, facendoli lavorare anche 52 settimane all'anno; ecc. Insomma, mancano solo le catene ai piedi e qualcuno con la frusta e siamo arrivati allo schiavismo, abolito negli USA 150 anni fa, ma che evidentemente piace ancora agli industriali di oggi. Almeno a giudicare dalle dichiarazioni sia della Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che del Ministro delle Finanze Giulio Tremonti, che hanno applaudito all'attività della Fiat. Ed è una eventualità che piace anche ai sindacati, vista la facilità con la quale tutti - a parte la Fiom-Cgil - hanno accettato di vendere i diritti dei lavoratori. Certo, c'è da dire anche che la Fiat ha impostato la cosa sotto la forma di un vero e proprio ricatto: o un accordo con cui 5000 persone passano dalla qualifica di "operai metalmeccanici" a quella di "schiavi", oppure hanno minacciato di andarsene in Serbia o in Polonia, creando 5000 nuovi disoccupati. E questo in una zona dove la disoccupazione media supera il 30% e quella giovanile va oltre il 50%. E' chiaro che un tal numero di nuovi disoccupati sarebbe qualcosa di difficilmente assorbibile, in quella zona. Ma io mi chiedo: se 20 o 30 anni fa fosse stata fatta una cosa del genere, come avrebbero reagito i sindacati? Avrebbero calato le braghe così rapidamente e totalmente? E i loro associati, l'avrebbero sopportato?
Perchè c'è anche questo da considerare. Chi può garantire che la stessa cosa non venga fatta da altre aziende? Tutti coloro che sono iscritti alla CIsl, alla Uil, alla Ugl e agli altri sindacati, si sentono tutelati da un sindacato che non muove alcuna obiezione al fatto che quel sindacato accetta di farli trattare come schiavi? E anzi, fa pure di peggio, perchè Bonanni ha anche rilasciato dichiarazioni pesanti contro la Fiom per non avere aderito all'accordo. Se domani la vostra azienda decidesse di fare la stessa cosa della Fiat, a voi starebbe bene avere un sindacato che dice: "Va bene, fate pure, io sono d'accordo"?

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di Antonio Rispoli
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