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La crisi economica: genesi, sviluppo e soluzione


La crisi economica: genesi, sviluppo e soluzione
07/11/2011, 22:11

Quando si parla della crisi economica in corso, se qualcuno vuole risalire alle origini, parla sempre della crisi dei mitui subprime, che risalgono al mese di luglio 2008: due società statunitensi, che offrivano copertura statale ai mutui concessi dalle banche, denunciarono di non poter coprire il numero eccessivo di mutui impagati, chiedendo aiuto al governo federale. Si trattava di Fanny Mae e di Freddie Mac, che il 13 luglio vennero autorizzate dalla Federal Reserve a chiedere prestiti alla stessa Fed allo stesso tasso di sconto di cui godono le banche (allora di poco superiore all'1%) per comprare i mutui in sofferenza. Di lì ad un mese la crisi si estende ad un colosso come la Lehmann Brothers. E' qui l'origine di questa crisi?
Solo una persona superficiale può pensarla così. Infatti, i due istituti finanziari per essere travolti, si sono trovati con una marea di mutui subprime che non venivano pagati. Quindi bisognerebbe capire l'origine dei mutui subprime, cosa sono, e perchè non venivano pagati. O si vuole pensare che ad un certo punto l'intera popolazione statunitense si sia messa in sciopero dei pagamenti? L'idea è assurda, ovviamente.
In realtà questa crisi è connaturata ad una visione del capitalismo, quella del liberismo selvaggio, di cui gli Usa sono l'esempio più lampante. L'episodio da cui parte tutto, però risale a ben 40 anni fa: lo shock petrolifero del 1973. Per quanto alcuni possano ritenerlo noioso, è essenziale ripassare un attimo quella vicenda storica. Tutto inizia quando, nel 1967, Israele lancia un attacco contro Egitto e Siria: la Guerra dei Sei Giorni. Detta così perchè in una settimana l'esercito israeliano conquistò la penisola del SInai, arrivando fino al canale di Suez, e le alture del Golan, al confine con la SIria. Queste alture sono strategiche: piccoli contingenti armati di cannoni possono da quelle alture bloccare il passaggio di forze militari anche consistenti. Sei anni dopo, Egitto e Siria, appoggiati dall'Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina, guidata da Yasser Arafat) e dalla Giordania provano a vendicarsi ed attaccano nel giorno dello Yom Kippur, il capodanno ebraico. I vertici militari israeliani sapevano dell'attacco, ma sopravvalutarono la capacità di interdizione delle proprie forze, indebolite dal fatto che molti erano in licenza. Il risultato fu che nelle prime 48 ore le perdite israeliane furono pesanti: nel Sinai, i carri armati egiziani superarono il canale di Suez e cominciarono ad avanzare; sul Golan le forze israeliane tennero a malapena la difesa, nonostante l'aiuto che gli Usa fornirono subito. Nelle successive 48 ore cominciarono ad affluire rinforzi per Israele e i fronti si stabilizzarono. Dopo di che lo T'sahal (l'esercito israeliano) passò all'offensiva e respinse i siriani dal Golan, mentre nel Sinai distrusse tutti i mezzi di rifornimento per i carri armati, che così si strovarono senza carburante e circondati. A quel punto furono i paesi arabi a chiedere aiuto agli Usa, per fermare Israele. Il governo americano non vi diede peso e l'Opec decise di quadruplicare il prezzo del petrolio, da 3 a 12 dollari al barile. Questo provocò una forte crisi economica in Europa e Stati Uniti, incrementata dal "secondo shock petrolifero", cioè un successivo aumento nel 1978. Al di là delle misure prese da ogni singolo Paese per cercare di sconfiggere la crisi, questa situazione portò all'elezione del Primo Ministro inglese Margareth Thatcher (soprannominata "La lady di ferro") e negli Usa, con le elezioni del 1980, Ronald Reagan. Questi due personaggi furono i protagonisti di una novità nel campo economico, una novità che però, di fatto, era un passo indietro.
La novità che introdussero la Thatcher e Reagan fu semplice: azzerare il welfare e risparmiare soldi pubblici da distribuire agli industriali. Un modo di agire che fu poi codificato dalla cosiddetta "scuola di Chicago", una ideologia economica, basata sullo slogan: "Affama la Bestia". Dove la "Bestia" è la spesa pubblica. Il concetto è semplice: si taglia al massimo la spesa pubblica, rinunciando alla scuola pubblica, alla sanità pubblica, si privatizza tutto il possibile. I soldi così ottenuto vengono dati, sotto forma di incentivi fiscali e riduzioni di tasse alla classe imprenditoriale più ricca; a quel punto, secondo questa teoria, gli imprenditori assumeranno più persone dando una scossa all'economia ed aumentando le entrate dello Stato.
Teoria che però fa acqua da tutte le parti. Non ci vuole una laurea in economia per chiedersi: ma una volta che l'imprenditore ha avuto un regalo fiscale, chi ci garantisce che assuma qualcuno? Ed infatti questa teoria, nella pratica, ha portato i ricchi a diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. E queste furono le prime conseguenze che colpirono Usa e Gb. L'unico settore pubblico che la teoria della scuola di Chicago impone di non toccare è il settore militare. Non è un caso che gli anni '80 e '90 sono state una serie di guerre continue: lo scontro tra Inghilterra e Argentina per le Malvinas/Falkland, le continue forniture Usa ai Mujaheddin in Afghanistan ("Combattenti per la libertà", quando attaccavano gli invasori russi; oggi che i loro figli attaccano gli invasori occidentali si chiamano "talebani" e sono considerati terroristi) e all'Iraq per attaccare l'Iran; poi la prima Guerra del Golfo, quando l'Iraq invase il Kuwait, poi la Somalia, per non parlare di Grenada e così via. Non è un caso: spendere soldi nel campo militare consente di indirizzare sotto le armi le grandi masse di poveri disoccupati che ancora non sono andati in galera. E' per questo che il tasso di criminalità negli Usa è così alto; ed è per questo che in Inghilterra cresce progressivamente.
Tuttavia, non bastava questo per sostenere l'economia americana. Servivano altri aiuti. Aiuti che sono arrivati facilmente dal Fondo Monetario Internaionale, che cominciò a subordinare i prestiti ad una serie di misure (sempre le stesse): taglio della spesa pubblica, taglio e privatizzazione dei servizi di welfare, precarizzazione del mercato del lavoro. In questa maniera vennero distrutte sin dagli anni '80 numerose economie emergenti o in via di sviluppo: Vietnam, Laos, Messico, Venezuela, Argentina, Brasile (almeno in parte). E non si tratta di Paesi scelti a caso. I Paesi asiatici furono immediatamente colonizzati dalle multinazionali Usa che avevano bisogno di masse di lavoratori poco qualificate ma molto economiche. Il Brasile, date le sue dimensioni e il suo potenziale economico, può essere un catalizzatore di tutto il Sud America e creare un nucleo anti-Usa. L'Argentina era all'epoca il concorrente numero 1 degli Usa per quanto riguarda la carne venduta nel centro e sud America (e quella argentina è migliore, perchè priva di estrogeni, antibiotici ed altri additivi illegali); non per niente attualmente ci sono fortissimi dazi sulle esportazioni dall'Argentina. Un Messico impoverito invece serviva per fornire quelle masse di lavoratori illegali che tenessero basso lo stipendio e le pretese sindacali dei lavoratori americani degli Stati del Sud. Tra tutti questi casi, la crisi che si ricorda meglio è probabilmente quella messicana, col subcomandante Marcos alla guida dei contadini del Chiapas, regione del Messico. Una crisi che il Fondo Monetario Internazionale tentò di risolvere promettendo con una lettera un prestito di grosse cifre al governo del Messico, con tassi di interesse quasi nulli, se avesse usato l'esercito per sterminare tutti i rivoltosi. Suggerimento che per fortiuna il governo non seguì, preferendo un accordo.
Come si vede, quindi, la teoria della scuola di Chicago si era dimostrata un fallimento totale: dovunque è stata applicata ha apportato disastri. Ma non negli Usa, che comunque è andato avanti senza grossi problemi interni, pur essendo stato il primo Paese ad applicare questa teoria, sin dall'inizio degli anni '80. Come mai?
Il segreto che ha mantenuto su l'economia americana sono le bolle speculative. Incentivando una volta l'una e una volta l'altra, si sono create quelle redistribuzioni di ricchezza necessarie ad impedire la spaccatura del Paese. Alcune sono famose, come quelle degli Yuppies degli anni '80 (ricordate il film Wall Street?) oppure quelle relativa alla cosiddetta New Economy. Entrambe poi finite miseramente: la prima col "giovedì nero" del 1987, primo giorno di una serie di crolli continui in Borsa che crearono seri problemi economici; la seconda con la condanna dei manager della Enron a pene pluridecennali. Ma ci sono altre due bolle speculative più importanti, perchè riguardano la massa, mentre quelle finora esaminate riguardavano le aziende.
La prima è quella delle carte di credito, in vigore sin dagli anni '80 e che adeso è quella che bene o male tiene a galla gli Usa. In pratica il discorso è questo: negli Stati Uniti avere una carta di credito è facilissimo; spesso sono anche un veicolo pubblicitario per certi marchi, quindi la spediscono a casa. Le condizioni di utilizzo sono ottimali: le operazioni in attivo sono gratuite; quelle in passivo, entro i 1000 dollari (limite che può variare, quello indicato è il più utilizzato), hanno solo un piccolissimo tasso di interesse; è accettata da tutti i negozi, anche per comprare le caramelle o giù di lì. Questo le ha rese, in sostanza, una sorta di riserva di denaro, sicchè non è raro trovare un operaio o un impiegato che ne abbia anche cinque o sei diverse. Basta non superare il limite (cosa che costa una segnalazione e tassi di interesse più alti) e non ci sono problemi.
La seconda bolla speculativa su cui mi voglio soffermare è quella immobiliare, nata all'inizio del secolo, dopo l'11 settembre. Per un breve periodo i prezzi delle abitazioni crollarono. Perchè è così importante? Perchè negli Usa affittare una casa è quasi impossibile. Non è raro che vengano chieste cauzioni che vanno dal 10 al 50% del valore dell'immobile; ed è chiaro che se uno ha tanti soldi, tanto vale che la casa l'acquisti. Per questo, come si vede nei film americani, ci sono tanti motel nelle periferie delle città americane: tanti non possono permettersi la casa e quindi vivono nei motel. Che sono cari, ma sono una delle poche alternative possibili per chi ha pochi soldi. C'è gente che è vissuta anni nei motel, prima di riuscire ad avere una casa. Dopo il crollo, a metà del 2002 i prezzi ricominciarono a salire, al punto che una abitazione media poteva aumentare di valore anche del 30% all'anno. La bolla venne incrementata da vari fattori: un certo livello di speculazione, ma anche - per i motivi che poi vedremo - da una serie di acquisti e vendite, fatte anche da persone della "middle class", che acquistava una casa e la rivendeva dopo averci abitato 3-5 anni. Una bolla speculativa che all'inizio del 2008 si sgonfiò di colpo, lasciando centinaia di migliaia di persone con una casa di proprietà, con un mutuo sopra che non si poteva pagare. Infatti nel 2009 i prezzi delle case ebbero un vero crollo, dato che molte di essere finirono nelle mani delle banche che però avevano fretta di disfarsene per recuperare, almeno parzialmente, i soldi - che non avrebbero più ricevuto - del mutuo.
E così abbiamo stabilito i contorni della vicenda. Abbiamo negli Stati Uniti (da cui è indubbio che è partita la crisi) una situazione dove la stragrande maggioranza della popolazione è povera, anche quando lavora; di conseguenza, il suo apporto al mercato interno, come consumatori, è limitato. E questo è un grave limite. Infatti, le regole del mercato (inteso in senso generico ed economico) sono cambiate, negli ultimi 50 anni. Fino all'800, l'industriale creava un prodotto, poi cercava il mercato a cui potesse interessare. Sono famosi, per esempio, i regali che Samuel Colt - inventore dell'omonima pistola e del marchio ancora oggi garanzia in campo armiero - faceva a capi di stato e di governo ed altri importanti personaggi, al fine di poter vendere le proprie armi. Ma all'inizio c'è un primo cambiamento: la catena di montaggio, che permette produzioni in grandi quantità. Questo cambiamento, unito alla produzione di massa e al consumismo del Secondo Dopoguerra, stravolgono le regole del mercato: non è il produttore che deve intercettare un bisogno della popolazione, ma il produttore crea il bisogno nella popolazione, un bisogno che può essere soddisfatto con il suo prodotto. Prendiamo un oggetto comune, come i CD/DVD. Sono indispensabili, nella nostra vita? No, però quasi tutti hanno un lettore a casa loro. Perchè? Perchè è comodo avere la possibilità di registrare film e spettacoli dalla Tv oppure canzoni dalla radio. Una trentina di anni fa la Sony e la Philips studiarono i vantaggi di questo tipo di registrazione, qualitativamente superiore a quello dei nastri magnetici di cui erano fatti audiocassette e videocassette e crearono il bene. Dopo di che, con apposite campagne pubblicitarie fecero vedere quanto era figo averlo e a poco a poco tutti quanti l'hanno comprato.
Questa situazione nasconde però un lato negativo: siamo bombardati da troppa pubblicità. Oggi come oggi, per essere figo uno deve avere il blackberry, l'i-Pad, la macchina con il blue tooth e il cruscotto tecnologico e così via. Ma per comprare tutto, servono i soldi. Quindi il sistema consumistico funziona finchè c'è una vastissima platea di acquirenti. Più e vasta e meglio è. Ma seguendo le istruzioni ordinate dalla "scuola di Chicago" ed imposte dagli organi economici (Fmi, Ocse, Bce, agenzie di rating) si fa la cosa opposta: si tolgono soldi ai più poveri per concentrarli in poche mani. Una situazione complicata da un altro fenomeno, ben conosciuto: la delocalizzazione. SI ha voglia a dire che l'imprenditore è libero di fare quel che vuole. Ma nella realtà l'imprenditore produce nei Paesi dove i costi sono minori, ma non vende là. Produce a quattro soldi, poi centuplica il prezzo e lo vende nei Paesi occidentali. Certo, nel breve periodo il guadagno è assicurato; ma alla lunga, la maggiore disoccupazione e il conseguente abbassamento del potere d'acquisto dei salari (se i disoccupati sono tanti, io posso imporre condizioni capestro ai miei dipendenti; se non ci stanno, li caccio, tanto posso sostituirli facilmente. E' questa l'essenza della lotta che in Italia Confindustria e il governo fanno all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori) riducono la platea di coloro che possono acquistare il bene. O quanto meno, se proprio l'acquistano, lo cambiano con minore frequenza. Se io ho più soldi, magari compro un cellulare all'anno, per avere sempre l'ultimo modello; se non li ho, ne compro uno e lo sostituisco solo quando è rotto.
Ora, stante questa situazione, che negli Usa (dove il lavoro è precario per definizione e le paghe sono molto basse per il lavoro non specialistico) è amplificata al massimo, che succede quando aumenta la disoccupazione?
Lo si è scoperto all'inizio del secolo. Nel 1999 la bolla speculativa legata alla new economy era scoppiata e non aveva più effetti positivi; la bolla speculativa immobiliare non era ancora esplosa, e così l'economia americana si ferma, anche perchè Bill Clinton sta adottando una politica di contenimento della spesa pubblica, che coinvolge anche l'esercito (a dispetto di qualche episodio di guerra, come l'attacco alla Nigeria e all'Afghanistan con decine di missili sparati da sottomarini, attacco che provocò centinaia di morti civili). Inizia così un periodo di 9 trimestri in cui il Pil statunitense cresce di uno zero virgola qualcosa, quando la crescita annuale che serve non è inferiore al 2% annuo. Fino all'11 settembre (quando si dicono le coincidenze, vero?): in conseguenza del crollo delle Twin Towers lo Stato potenzia gli investimenti in forze militari e questo fa crescere il Pil, che nell'ultimo trimestre del 2011 supera l'1% (olitre il 4% annuo). Ma questa volta accade una cosa strana: la disoccupazione non diminuisce. E si capisce presto il perchè: non c'è la corsa dei disoccupati ad arruolarsi nell'esercito, come c'è sempre stato in questi casi in passato; e le fabbriche fornitrici dell'esercito, che hanno accumulato grosse riserve di armi, non hanno bisogno di nuovo personale, in quanto lavorano a ritmi ridotti. E quindi la disoccupazione resta ferma sul 6-7%, un dato molto alto, rispetto alla norma (in genere si fa fatica a raggiungere il 3-4%). Questo non consente di dare quella spinta alla domanda interna che si prevedeva; anzi, poichè l'amministrazione Bush varia forti tagli alla tassazione per i più ricchi, coperti da un aumento delle tasse indirette (cioè quelle che colpiscono i beni e non le persone), si riduce ulteriormente la capacità di acquisto degli stipendi.
Ed è in questa situazione che scoppia la bolla immobiliare: prima un crollo del valore degli appartamenti, dovuto alla paura di ulteriori attentati; poi il boom del prezzi. A questo si aggiunge il fatto che molte nuove famiglia cominciano a non avere i soldi per comprare la casa. Allora che si fa? Ecco la soluzione: il mutuo subprime. Lasciando stare i tecnicismi, si tratta di un mutuo con una rata che cresce progressivamente: se il primo anno è 300 dollari al mese, dopo tre anni magari supera i 500 e dopo 10 è oltre i 1000 dollari. Ma se la gente non è in grado di pagare un mutuo normale, come fa a pagare un subprime, che alla lunga è molto più salato? Semplice: vendendo la casa. Facciamo un esempio concreto: la famiglia Smith compra una casa da 200 mila euro; finanziamento con mutuo subprime a 20 anni, con rata che parte da 300 dollari e arriva a 2300 (le cifre sono arrotondate, ma il fatto è vero). Comincia a pagare regolarmente, ma dopo circa 3 anni e mezzo vende la propria casa, intascando 270 mila dollari: ne usa 190 mila per estinguere il vecchio mutuo e usa parte degli 80 mila per dare l'anticipo per una nuova casa, su cui accende un altro mutuo subprime.
Anche qua, non ci vogliono superiori capacità intellettive per capire che il giochetto funziona finchè il mercato immobiliare è in forte crescita: finchè c'è chi acquista la casa che io intendo vendere rapidanmente e ad un prezzo più alto di quello per cui io l'ho acquistato, va bene. Ma se il mercato si ferma, in breve si crea una folla immane di persone che intende vendere la casa, a qualsiasi costo, per pagare le rate di un mutuo che ha rate sempre più alte. E quindi il mercato immobiliare crolla. Ed è quello che è accaduto nel 2007 e poi è proseguito. A questo punto le banche cominciano a prendersi le case di chi non paga i mutui e, come prevede la legge americana, "sbologna" i mutui in sofferenza alle due società incaricate di assorbire il rischio, trasformandoli in derivati da mettere sul mercato: la Fanny Mae e la Freddy Mac. Entro certi limiti, il giochetto funziona. Ma a luglio 2008, i mutui in sofferenza sono oltre 100 miliardi di dollari, in totale e quindi le due società non ce la fanno più, al punto che la Fed le autorizza ad ottenere prestiti dalla stessa Fed allo stesso tasso delle banche (intorno all'1%). Ma neanche questo basta. A fine agosto, la Lehmann Brothers, che aveva molti affari nel settore immobiliare, denuncia il proprio stato di sofferenza e da lì è tutto a cascata: inizia ufficialmente la crisi economica. Una crisi economica che inizialmente riguarda solo gli Stati Uniti, e che il governo Bush, cerca di risolvere con immense quantità di denaro (di recente si è calcolato che la Fed ha immesso 1200 miliardi di dollari), al fine di ridare alle banche una forte riserva di liquidità, dato che le banche non riescono a recuperare i soldi prestati.
C'è un ma: e i derivati che la Freddie Mac e la Fanny Mae hanno immesso sul mercato? Per tutta una serie di motivi, sono in possesso delle banche, statunitensi ed europee. Ed è tramite loro che la crisi si trasferisce anche in Europa, dato che si tratta di miliardi di euro che le banche hanno speso e che non vedranno mai più. Vengono colpite banche tedesche, inglesi, olandesi, francesi, ma non italiane. Dettaglio importante, che poi verrà spiegato dopo. Quindi, la crisi bancaria blocca la circolazione di denaro (le banche non hanno più riserve e non possono/vogliono prestare denaro alle aziende; anzi, cercando di rientrare dei prestiti fatti, danneggiando il settore industriale) e colpisce l'industria. Risultato: l'economia europea nel 2009 è praticamente ferma, tutti i Paesi hanno una crescita del Pil negativa nel corso dell'anno.
Ma come si vede, non il problema non risale ai mutui subprime, ma alla sempre maggiore precarizzazione del mercato del lavoro e a degli stipendi che man mano perdono potere di acquisto. Le due cose, messe insieme, bloccano lo sviluppo economico del Paese, bloccando la domanda interna. E negli ultimi 20 anni l'intera economia mondiale si è basata sul soddisfacimento della domanda del mondo occidentale. Solo dopo il 2000 la domanda interna cinese (quella della classe più ricca, percentualmente bassa - circa il 5-8% della popolazione cinese - ma che equivale ad oltre 100 milioni di persone) ha cominciato a farsi sentire; più di recente fa capolino anche l'India. Ma per la costruzione di questa crisi, decisiva è stata la situazione statunitense.
E in Italia? Come sono andate le cose in Italia?
Finora abbiamo esaminato le cause della crisi un po' a volo d'uccello, anzi, di satellite, dato che abbiamo esaminato quello che succedeva nel mondo. Ma naturalmente in ogni Paese la crisi ha colpito più o meno duramente, in questo o quel settore, a seconda delle specificità nazionali.
Vediamo che è successo in Italia. Quanto sto per dire può apparire paradossale, se ci si guarda intorno, ma la crisi non ci ha colpito. Ci ha a malapena sfiorato. Infatti è bene ricordare che le nostre banche non hanno risentito delle conseguenze legate ai mutui subprime: il loro provincialismo, che normalmente viene indicato come un difetto, questa volta è stata una virtù. Infatti il nostro governo è stato quasi l'unico in Europa che non ci ha messo un centesimo per aiutarle.
Eppure nel 2009 il Pil ha avuto un crollo del 5,3%, in questi giorni stiamo tirando un po' il fiato, ma dopo un attacco speculativo sui titoli di Stato che ci è costato caro e rischiava di costarci carissimo, in termini di interesse sui titoli futuri. Come mai tutto questo?
Anche qui, per rispondere, bisogna prenderla un po' larga e tornare con la memoria agli anni '80 e '90. All'epoca, esisteva il meccanismo della scala mobile: detto in soldoni, man mano che aumentava l'inflazione, aumentava lo stipendio più o meno della stessa misura. Poi pian piano si cominciò a "fiscalizzare", cioè a far diventare tasse (e quindi entrate dello Stato) incrementi di stipendio sempre più cospicui, fino all'abolizione di questo sistema della scala mobile. La motivazione era semplice: in questa maniera i price makers (termine con cui si intendono coloro che possono decidere i prezzi; quindi commercianti, industriali, liberi profesisonisti, ecc.) pagavano meno i loro dipendenti e quindi non avrebbero avuto bisogno di ricaricare tanto le loro merci. La conseguenza attesa era un calo dell'inflazione, che negli anni '80 aveva superato l'1% al mese. Ed effettivamente il sistema funzionò, anche se il calo dell'inflazione venne scaricato integralmente (non per la prima nè per l'ultima volta) sui lavoratori dipendenti.
La decisione - avallata anche da un referendum - di abolire la scala mobile aveva però una controindicazione: riducendo il potere di acquisto degli stipendi, finiva per ridurre la domanda interna. Una controindicazione che nel breve periodo è superabile; ma quando dura per 5 anni comincia a creare problemi. In Italia come è noto, la scala mobile manca da 20 anni, quindi i danni sono notevoli.
Un'altra botta al potere di acquisto degli stipendi venne data con la precarizzazione del lavoro iniziato dal MInistro del Lavoro Treu, durante il governo D'Alema e poi esplosa con la legge 30, conosciuta col nome di "Legge Biagi". In economia c'è un detto: "la moneta cattiva scaccia quella buona". E non vale solo per la moneta: in qualunque aspetto dell'economia, è sempre l'aspetto peggiore che prevale. E così, il lavoro "cattivo" (cioè quello precario e sottopagato) ha sempre più spesso preso il posto di quello "buono" (cioè a tempo indeterminato. Anche perchè, data la pessima qualità della classe imprenditrice in Italia, si bada a risparmiare sull'immediato, senza fare innovazione per il futuro. Un esempio banale lo dette la Fiat. Fino agli anni '70 faceva degli stage tra gli studenti delle superiori per cercare progettisti, tecnici e designers. Lavoravano qualche settimana con i "vecchi" dell'azienda e se qualcuno spiccava, poteva capitare che la Fiat lo chiamasse. DI conseguenza il reparto progettazione era un vulcano. Poi negli anni '80 questo sistema venne abbandonato: "Troppo dispendioso". Il risultato qual è? Che l'ultima macchina della Fiat che ha avuto successo è stata la Punto (uscita nel 1991); dopo di che non si è andato oltre qualche fallimento e qualche improbabile restyle. Non era meno dispendioso tenersi gli stage? Ovvio che seguendo questa strategia, puntata sul mese o sull'anno successivo, a dir tanto, fa comodo avere una massa di precari, da sottopagare. Ma questo significa anche avere scarsa qualità: se io non ho prospettive di guadagno, chi me lo fa fare di impegnarmi oltre il minimo richiesto?
Come si vede, già siamo con la domanda interna in una situazione precaria, Il colpo finale lo dette il governo Berlusconi, rifiutandosi di intervenire per evitare speculazioni al momento dell'introduzione dell'euro in Italia. Attenzione al dettaglio: il problema non fu l'introduzione dell'euro in sè, ma come venne introdotto. Infatti, solo in Italia e in Grecia (e parzialmente in Spagna) ha dato problemi. Negli altri Paesi è andato tutto liscio, perchè vennero previste (ed inflitte) forti sanzioni a chi speculava. In Italia no. Anzi, se si sfogliano i giornali tra l'ottobre e il dicembre del 2001 (quindi subito prima il cambio lira-euro) si possono leggere numerose dichiarazioni che assicurano che non ci sarebbe stato nessun controllo, "tanto i negozianti sanno regolarsi da soli", per usare una delle frasi più usate. E come si sono regolati si è visto: in molti settori, a cominciare dall'alimentare, il cambio effettivo nei prezzi non fu 1euro=1927,36 lire (cambio ufficiale), ma un più pragmatico 1euro=1000 lire. Pragmatico, ma micidiale per le tasche degli italiani, ormai impoverite da una decina di anni di assenza della scala mobile, una disoccupazione in aumento ed una precarizzazione già significativa. Infatti, già nel 2003 si cominciò a dire che "non si arrivava alla quarta settimana"; frase che nel 2005 divenne "non si arriva alla terza settimana"; e che oggi è peggiorata ancora.
Con una domanda interna che a questo punto è completamente asfittica e senza serie politiche per rianimarla (il governo Prodi ci provò, ma, dovendo risanare i conti pubblici - -50 miliardi di deficit in 20 mesi - potè fare poco: aumento delle pensioni minime a 560 euro, bonus una tantum di 800 euro per le pensioni sotto i 1000 euro al mese, introduzione della quatordicesima nelle pensioni, cancellazione dell'Ici per l'80% delle prime case), a tenere su l'economia italiana ci pensava la domanda estera, dato che il "Made in Italy" è sempre molto richiesto, anche se è fatto sempre più in Cina.
Qual è stato l'effetto della crisi economica? Semplicemente il taglio delle importazioni da parte dei Paesi colpiti: Usa, Canada, Giappone, Paesi europei... insomma, i nostri mercati. La domanda di esportazioni quindi crollò di colpo, in Italia come negli altri Paesi. Ma mentre gli altri Paesi hanno varato politiche per riprendersi i mercati, l'Italia è rimasta ferma. Il risultato quindi è che senza una domanda interna degna di questo nome per i motivi sopra elencati; senza una domanda estera di rilievo; con le politiche economiche del governo che mirano a deprimere ulteriormente la domanda, licenziando (-160 mila tra bidelli ed insegnanti, -300 mila dipendenti pubblici in meno entro il 2013, solo per fare alcuni esempi) e tagliando i servizi, aumentando le tasse o costringendo gli enti locali ad aumentarle; con tutti questi problemi, come si può pretendere che l'Italia possa andare avanti?
E i risultati si sono visti: il Pil nel 2009 è calato del 5,3%, nel 2010 è aumentato dell'1,3%, mentre in Germania a fronte di un calo del 5% nel 2009, nel 2010 il Pil è schizzato su del 3,7% e per il 2011 si prevede un aumento del 3%. Ed è solo un esempio.
Molti fanno il paragone con la situazione della Grecia, della SPagna o dell'Irlanda, ma è differente. La Grecia, pur non avendo all'inizio il nostro debito pubblico, aveva un deficit superiore al 10%; non avevano avuto doverni come quelli che in Italia, tra il 1996 e il 2001 fecero crollare il deficit dall'8-9% al 2,7%; ed è stato soprattutto questa che l'ha condannata, oltre all'impatto sulle banche. La Spagna ha sempre avuto il problema della disoccupazione; problema ridotto negli ultimi anni attraverso una bolla speculativa immobiliare. Ma è chiaro che, termninata la bolla, il problema riesplode; e in questo caso l'ha fatto insieme alla crisi. L'Irlanda ha una caratteristica ancora diversa: è un Paese che si è sviluppato spinto dalla finanza europea. E' chiaro che, essendo costruito sulla finanza ed essendo la finanza il mezzo con cui "l'infezione" si è trasmessa in Europa, è stato colpito molto duramente dalla crisi. Come si vede, tante situazioni differenti e non confrontabili, ma accomunate dalla volontà di non applicare una soluzione valida. SI cercando solo soluzioni tampone, per lo più quelle della "scuola di Chicago", che già hanno provocato negli anni '80 e '90 la distruzione delle economie di tanti Paesi.
Ma esiste una soluzione durevole ed applicabile più o meno ovunque?
Purtroppo il problema non è localizzato, ma riguarda l'intero occidente e, in prospettiva, il mondo intero. Quindi la soluzione non può essere applicata localmente, ma deve diventare una soluzione internazionale.
E se uno ci pensa, la soluzione è implicita nel problema: se la difficoltà è lo scarso potere di acquisto degli stipendi, che blocca la domanda interna, bisogna aumentare tale potere di acquisto. E c'è un solo modo per farlo: bisogna aumentare gli stipendi. In alternativa (ma questo richiede forti spese pubbliche) aumentare fortemente il welfare, espandendolo a più persone rispetto a prima. E' chiaro che se io oggi mi voglio fare degli esami che costano 100 euro e domani questi esami sono gratuiti, io risparmio 100 euro che posso spendere per altro. E l'esempio che ho fatto non è a caso: quali sono i Paesi che hanno avuto meno problemi dalla crisi economica? Norvegia, Svezia, Danimarca, Germania. Cosa hanno questi Paesi in comune? Un fortissimo welfare, che rende gratuiti quasi tutti i servizi pubblici (almeno per i redditi bassi) ed aiuta coloro che vengono espulsi dal mondo del lavoro a rientrarci rapidamente (senza fare, come succede in Italia con la cassa integrazione, un regalo enorme alle aziende che guadagnano due volte). Quindi un buon obiettivo sarebbe avvicinarsi a quel sistema. Invece cosa si sente in giro? Solo proposte di tagli al welfare, ai diritti sociali, aumento delle tasse per il ceto medio. Insomma, è come il medico che, vistosi arrivare un paziente morso da un serpente velenoso, per curarlo ordina di iniettargli 10 volte il veleno che ha già preso. Così, se prima c'era qualche tenue possibilità che se la cavasse, adesso siamo sicuri di ammazzarlo.
Immagino l'obiezione: ma se noi aumentiamo il welfare, poi come facciamo a resistere alla concorrenza della Cina e dell'India, che invece puntano ai prezzi bassi? Ora, già il fatto di porre una domanda di questo genere, dal mio punto di vista sarebbe motivo sufficiente per picchiare qualcuno. Perchè è una idiozia: non si potrà mai competere sui prezzi con due Paesi che hanno più di un terzo della popolazione globale. Quello che bisogna fare è estrometterli dal mercato che conta, quello occidentale.
Mi spiego: Cina ed India sono vantaggiose per gli imprenditori europei e statunitensi perchè loro producono lì a 10 e vendono qui a 1000. Ma non potrebbero mai vendere lì a 1000, non c'è mercato, perchè le industrie locali vendono la stessa cosa a 15. Quindi quello che bisogna fare è semplice: creare un grosso nucleo di Paesi (l'Unione Europea va benissimo, è sufficientemente grande ed autosufficiente) all'interno del quale c'è una legislazione comune su lavoro e salari e dazi pesantissimi su tutto ciò che non rispetta questa legislazione. In altri termini, se le industrie che stanno in Cina o in India - anche quelle provenienti dall'Europa - vogliono esportare in Europa, devono garantire orari, pause, stipendi all'altezza; altrimenti i loro prodotti (anche i semilavorati) vengono caricati di tanti di quei dazi da essere antieconomici. Ed è una cosa possibile: se si escludono pochi metalli rari, in Europa abbiamo tutto il necessario per l'autosufficienza. Inoltre è chiaro che questo diventa una sorta di circolo ad inviti: ingresso aperto a chiunque si conformi alle regole. E a Cina ed India conviene più conformarsi alle regole che rischiare l'implosione interna a causa del sovraffollamento.
Sul fatto dell'autosufficienza, qualcuno potrebbe obiettare che non è vero, non siamo autosufficienti per quanto riguarda il petrolio. Vero che abbiamo diversi giacimenti (Polonia, Romania, Inghilterra, Italia, ecc.) ma sono tutti di scarsa capacità. Verissimo. Ma ormai l'era del petrolio è finita, e prima o poi qualcuno deve prenderne atto, prima che il petrolio finisca davvero. Ormai non c'è nulla per cui si usi il petrolio che non possa essere sostituito da altro con vantaggio per i cittadini: come carburante per i veicoli può essere sostituito dall'energia elettrica o dall'idrogeno (per esempio sugli aerei); come carburante per le centrali elettriche può essere sostituito dall'eolico o dal solare; come base per produrre le plastiche può essere sostituito dalle piante, come insegnò Leonardo da Vinci che alla fine del '400 aveva prodotto, partendo dalle piante, una specie di bachelite (è uno dei primi materiali plastici, poco pratico perchè duro e fragile). Ma John T. Ford all'inizio del '900 fece di meglio, creando dalla canapa una materia plastica dura come il metallo, ma molto più elastica, da utilizzare per la carrozzeria delle auto.
L'unico problema di queste soluzioni sta nel fatto che andrebbero contro le industrie che guidano le politiche del Paese. Quelle stesse industrie che, per tutelare i propri interessi economici nel brevissimo termine, stanno distruggendo le economie del mondo. Dal punto di vista economico, quello che sto per dire è una eresia per oltre il 90% degli economisti; ma io sono un eretico da tutti i punti di vista.
Un russo, Juri Kondratiev, studiando i cicli economici, vide che questi avevano un andamento costante, a partire dalla seconda metà del '700, cioè dalla rivoluzione industriale. Ogni 50 anni circa il ciclo ricominciava daccapo. Esso prevedeva una fase ascendente, di progresso economico, spesso accompagnato da una novità destinata a segnare il periodo; a questo seguiva un picco con una forte crisi economica e la discesa; poi si ricomincia. Senza fare tutto l'elenco, parliamo solo del '900: il primo dei due cicli del secolo inizia alla fine dell'800, con uno sviluppo economico che porta in Europa anche la Prima Guerra Mondiale; poi la crisi del 1929 e la discesa, terminata nel 1945, con la fine della Seconda Guerra Mondiale. Da qui si risale con il boom economico tra gli anni '50 e '60, fino alla crisi dello shock petrolifero del 1973. Da qui la discesa progressiva, che sarebbe dovuta termine con una crisi negli anni '90. Una crisi che però non c'è stata, perchè, come ho raccontato prima, si sono create bolle speculative (vedi Usa) o enormi deficit (vedi Italia) per imopedirle. Ma chi ne ha tratto vantaggio? Certo non i cittadini, bensì le grandi aziende nazionali (ovviamnete ogni nazione ha tutelato le proprie). Quando Amato (Presidente del Consiglio) e i suoi sucessori e CIampi (Direttore Generale della Banca d'Italia) bruciarono tutte le riserve della Banca d'Italia tra il 1992 e il 1996 (in quella occasione dovemmo impegnare presso la Bundesbank tedesca anche una parte del nostro oro per avere un prestito), non tutelarono il signor Mario Rossi, ma le industrie pubbliche e private dell'Italia. Ma a cosa ha portato questo? Che noi siamo entrato in un ciclo di sviluppo da cui siamo fuori. E' un ciclo che questa volta riguarda l'Asia e l'Africa, che invece crescono (tra qualche alto e basso) a buon ritmo. Ma tra il 2025 e il 2030, grosso modo, è lecito aspettarsi la crisi. Prima di allora, noi questi problemi, che ci trasciniamo dietro da 40 anni li dobbiamo risolvere; altrimenti ci troveremo nella situazione di affrontare una traversata nel deserto senza acqua, senza cibo e dopo un lungo digiuno. Non sono certo le condizioni ottimali.

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di Antonio Rispoli
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