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Parte quinta, manca solo la parte finale

La crisi economica: la specificità italiana


La crisi economica: la specificità italiana
25/08/2011, 10:08

(Parte 5)

Finora abbiamo esaminato le cause della crisi un po' a volo d'uccello, anzi, di satellite, dato che abbiamo esaminato quello che succedeva nel mondo. Ma naturalmente in ogni Paese la crisi ha colpito più o meno duramente, in questo o quel settore, a seconda delle specificità nazionali.
Vediamo che è successo in Italia. Quanto sto per dire può apparire paradossale, se ci si guarda intorno, ma la crisi non ci ha colpito. Ci ha a malapena sfiorato. Infatti è bene ricordare che le nostre banche non hanno risentito delle conseguenze legate ai mutui subprime: il loro provincialismo, che normalmente viene indicato come un difetto, questa volta è stata una virtù. Infatti il nostro governo è stato quasi l'unico in Europa che non ci ha messo un centesimo per aiutarle.
Eppure nel 2009 il Pil ha avuto un crollo del 5,3%, in questi giorni stiamo tirando un po' il fiato, ma dopo un attacco speculativo sui titoli di Stato che ci è costato caro e rischiava di costarci carissimo, in termini di interesse sui titoli futuri. Come mai tutto questo?
Anche qui, per rispondere, bisogna prenderla un po' larga e tornare con la memoria agli anni '80 e '90. All'epoca, esisteva il meccanismo della scala mobile: detto in soldoni, man mano che aumentava l'inflazione, aumentava lo stipendio più o meno della stessa misura. Poi pian piano si cominciò a "fiscalizzare", cioè a far diventare tasse (e quindi entrate dello Stato) incrementi di stipendio sempre più cospicui, fino all'abolizione di questo sistema della scala mobile. La motivazione era semplice: in questa maniera i price makers (termine con cui si intendono coloro che possono decidere i prezzi; quindi commercianti, industriali, liberi profesisonisti, ecc.) pagavano meno i loro dipendenti e quindi non avrebbero avuto bisogno di ricaricare tanto le loro merci. La conseguenza attesa era un calo dell'inflazione, che negli anni '80 aveva superato l'1% al mese. Ed effettivamente il sistema funzionò, anche se il calo dell'inflazione venne scaricato integralmente (non per la prima nè per l'ultima volta) sui lavoratori dipendenti.
La decisione - avallata anche da un referendum - di abolire la scala mobile aveva però una controindicazione: riducendo il potere di acquisto degli stipendi, finiva per ridurre la domanda interna. Una controindicazione che nel breve periodo è superabile; ma quando dura per 5 anni comincia a creare problemi. In Italia come è noto, la scala mobile manca da 20 anni, quindi i danni sono notevoli.
Un'altra botta al potere di acquisto degli stipendi venne data con la precarizzazione del lavoro iniziato dal MInistro del Lavoro Treu, durante il governo D'Alema e poi esplosa con la legge 30, conosciuta col nome di "Legge Biagi". In economia c'è un detto: "la moneta cattiva scaccia quella buona". E non vale solo per la moneta: in qualunque aspetto dell'economia, è sempre l'aspetto peggiore che prevale. E così, il lavoro "cattivo" (cioè quello precario e sottopagato) ha sempre più spesso preso il posto di quello "buono" (cioè a tempo indeterminato. Anche perchè, data la pessima qualità della classe imprenditrice in Italia, si bada a risparmiare sull'immediato, senza fare innovazione per il futuro. Un esempio banale lo dette la Fiat. Fino agli anni '70 faceva degli stage tra gli studenti delle superiori per cercare progettisti, tecnici e designers. Lavoravano qualche settimana con i "vecchi" dell'azienda e se qualcuno spiccava, poteva capitare che la Fiat lo chiamasse. DI conseguenza il reparto progettazione era un vulcano. Poi negli anni '80 questo sistema venne abbandonato: "Troppo dispendioso". Il risultato qual è? Che l'ultima macchina della Fiat che ha avuto successo è stata la Punto (uscita nel 1991); dopo di che non si è andato oltre qualche fallimento e qualche improbabile restyle. Non era meno dispendioso tenersi gli stage? Ovvio che seguendo questa strategia, puntata sul mese o sull'anno successivo, a dir tanto, fa comodo avere una massa di precari, da sottopagare. Ma questo significa anche avere scarsa qualità: se io non ho prospettive di guadagno, chi me lo fa fare di impegnarmi oltre il minimo richiesto?
Come si vede, già siamo con la domanda interna in una situazione precaria, Il colpo finale lo dette il governo Berlusconi, rifiutandosi di intervenire per evitare speculazioni al momento dell'introduzione dell'euro in Italia. Attenzione al dettaglio: il problema non fu l'introduzione dell'euro in sè, ma come venne introdotto. Infatti, solo in Italia e in Grecia (e parzialmente in Spagna) ha dato problemi. Negli altri Paesi è andato tutto liscio, perchè vennero previste (ed inflitte) forti sanzioni a chi speculava. In Italia no. Anzi, se si sfogliano i giornali tra l'ottobre e il dicembre del 2001 (quindi subito prima il cambio lira-euro) si possono leggere numerose dichiarazioni che assicurano che non ci sarebbe stato nessun controllo, "tanto i negozianti sanno regolarsi da soli", per usare una delle frasi più usate. E come si sono regolati si è visto: in molti settori, a cominciare dall'alimentare, il cambio effettivo nei prezzi non fu 1euro=1927,36 lire (cambio ufficiale), ma un più pragmatico 1euro=1000 lire. Pragmatico, ma micidiale per le tasche degli italiani, ormai impoverite da una decina di anni di assenza della scala mobile, una disoccupazione in aumento ed una precarizzazione già significativa. Infatti, già nel 2003 si cominciò a dire che "non si arrivava alla quarta settimana"; frase che nel 2005 divenne "non si arriva alla terza settimana"; e che oggi è peggiorata ancora.
Con una domanda interna che a questo punto è completamente asfittica e senza serie politiche per rianimarla (il governo Prodi ci provò, ma, dovendo risanare i conti pubblici - -50 miliardi di deficit in 20 mesi - potè fare poco: aumento delle pensioni minime a 560 euro, bonus una tantum di 800 euro per le pensioni sotto i 1000 euro al mese, introduzione della quatordicesima nelle pensioni, cancellazione dell'Ici per l'80% delle prime case), a tenere su l'economia italiana ci pensava la domanda estera, dato che il "Made in Italy" è sempre molto richiesto, anche se è fatto sempre più in Cina.
Qual è stato l'effetto della crisi economica? Semplicemente il taglio delle importazioni da parte dei Paesi colpiti: Usa, Canada, Giappone, Paesi europei... insomma, i nostri mercati. La domanda di esportazioni quindi crollò di colpo, in Italia come negli altri Paesi. Ma mentre gli altri Paesi hanno varato politiche per riprendersi i mercati, l'Italia è rimasta ferma. Il risultato quindi è che senza una domanda interna degna di questo nome per i motivi sopra elencati; senza una domanda estera di rilievo; con le politiche economiche del governo che mirano a deprimere ulteriormente la domanda, licenziando (-160 mila tra bidelli ed insegnanti, -300 mila dipendenti pubblici in meno entro il 2013, solo per fare alcuni esempi) e tagliando i servizi, aumentando le tasse o costringendo gli enti locali ad aumentarle; con tutti questi problemi, come si può pretendere che l'Italia possa andare avanti?
E i risultati si sono visti: il Pil nel 2009 è calato del 5,3%, nel 2010 è aumentato dell'1,3%, mentre in Germania a fronte di un calo del 5% nel 2009, nel 2010 il Pil è schizzato su del 3,7% e per il 2011 si prevede un aumento del 3%. Ed è solo un esempio.
Molti fanno il paragone con la situazione della Grecia, della SPagna o dell'Irlanda, ma è differente. La Grecia, pur non avendo all'inizio il nostro debito pubblico, aveva un deficit superiore al 10%; non avevano avuto doverni come quelli che in Italia, tra il 1996 e il 2001 fecero crollare il deficit dall'8-9% al 2,7%; ed è stato soprattutto questa che l'ha condannata, oltre all'impatto sulle banche. La Spagna ha sempre avuto il problema della disoccupazione; problema ridotto negli ultimi anni attraverso una bolla speculativa immobiliare. Ma è chiaro che, termninata la bolla, il problema riesplode; e in questo caso l'ha fatto insieme alla crisi. L'Irlanda ha una caratteristica ancora diversa: è un Paese che si è sviluppato spinto dalla finanza europea. E' chiaro che, essendo costruito sulla finanza ed essendo la finanza il mezzo con cui "l'infezione" si è trasmessa in Europa, è stato colpito molto duramente dalla crisi. Come si vede, tante situazioni differenti e non confrontabili, ma accomunate dalla volontà di non applicare una soluzione valida. SI cercando solo soluzioni tampone, per lo più quelle della "scuola di Chicago", che già hanno provocato negli anni '80 e '90 la distruzione delle economie di tanti Paesi.
Ma esiste una soluzione durevole ed applicabile più o meno ovunque?


(5............continua)

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di Antonio Rispoli
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