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La "deroga" della Ue all'Italia: un danno e non un beneficio


La 'deroga' della Ue all'Italia: un danno e non un beneficio
04/07/2013, 18:48

Mercoledì c'è stato il premier Enrico Letta che ha mostrato un notevole entusiasmo per la decisione della Commissione Europea di concedere una deroga sulla severità ai Paesi della Ue. La deroga consiste nel fatto che i Paesi che sono sotto il 3% nel rapporto deficit/Pil possono ritardare il raggiungimento del pareggio di bilancio, a condizione che usino quei soldi per i progetti europei di cofinanziamento. Vediamo di spiegare esattamente cosa significa. L'Italia, per esempio, dovrebbe essere alla fine del 2013 al di sotto del 3%. Secondo gli accordi presi negli anni scorsi, entro il 2015 deve raggiungere il pareggio di bilancio (doveva raggiungerlo nel 2013, per questo il governo Berlusconi prima e il governo Monti poi hanno approvato manovre finanziare per oltre 300 miliardi tra il 2010 e il 2012; poi gli accordi sono stati rincontrattati e spostati al 2015). La deroga consiste nel fatto che l'Italia può ritardare questo obiettivo, a condizione che spenda i soldi nei progetti di investimento cofinanziati dall'Europa. Per esempio, se al 31 dicembre 2013 l'Italia dovesse raggiungere il 2,2% nel rapporto deficit/Pil, nel 2014 può limitarsi a scendere al 2,1% anzichè all'1% come previsto. Questo significherebbe liberare 15 miliardi da poter usare per alcuni progetti infrastrutturali. 
QUindi tutto bene? No. Anzi, tutto male. Infatti, questo fatto può essere la scusa per continuare con la miope politica di falso rigore usata prima dal governo Berlusconi, poi dal governo Monti e che pare essere nelle intenzioni del governo Letta. E sottolineo la parola "falso", perchè non è rigore autentico. Se fosse rigore autentico, verrebbero tagliate le spese inutili: quelle per i politici, le spese militari (almeno in parte), e così via. E soprattutto si farebbero leggi per aumentare le entrate, facendo pagare chi non paga. Ogni anno 150 miliardi di euro non vengono pagati dagli imprenditori, i quali trovano più comodo evadere; altri 60 miliardi vengono sprecati in appalti fasulli, dati ad imprenditori delinquenti mediante politici corrotti. Come si vede, sono oltre 200 miliardi l'anno che lo Stato italiano spreca perchè non fa leggi adeguate. Basterebbe farsi dare i soldi per 10 anni per azzerare il debito pubblico. 
Quindi le soluzioni giuste sono semplici, di facile applicazione e a costo zero o quasi. Ma ci sono due problemi. Il primo è ideologico. Per le persone come Berlusconi, Monti, Letta (zio e nipote) e tutto il resto dei politici, le spese inutili sono quelle che non gli interessano. Che gli interessa finanziare la scuola pubblica? I loro figli vanno alla privata. Gli ospedali pubblici? Loro vanno nelle cliniche private. Le pensioni? Loro sono talmente ricchi che ne potrebbero fare a meno. E comunque hanno le pensioni da parlamentari. Quindi sono dispostissimi a tagliare su scuole, sanità e pensioni. Ed anche ad aumentare le accise sulle sigarette o sulla benzina o ad aumentare l'Iva. Tanto a loro cosa importa? Non si accorgono neanche nella differenza nei loro stipendi. A loro interessa solo regalare soldi alle imprese, quelle stesse imprese che poi li finanziano. Come per l'Ilva: come mai i partiti si sono datio tanto da fare, con una serie di leggi ad aziendam per impedire ai magistrati di costringere i proprietari dell'Ilva e depurare i loro fumi a Taranto? Basta controllare il fatto che la famiglia Riva, proprietaria dell'Ilva, ha finanziato Bersani (quando era segretario del Pd) con 100 mila euro e il Pdl con 250 mila. Finanziamenti assolutamente regolari e legittimi, ma che spiegano perchè i partiti hanno preferito aiutare Riva piuttosto che i cittadini di Taranto. Questi ultimi non gli versano i soldi. 
Quindi, la decisione dell'Ue è controproducente perchè sarà la scusa per non ridurre il deficit e il debito pubblico. Una scelta non solo pericolosa, ma addirittura letale per il nostro Paese. Vediamo perchè (con la precisazione che un economista riterrebbe quanto sto per dire come una eresia, più o meno come fare un rito satanico dentro la Cappella Sistina).
Secondo le teorie di Kondratev, uno studioso russo, l'economia ha dei cicli di circa 50 anni. Ogni ciclo ha due frasi e tre "punti" di crisi: la crisi di inizio ciclo, una fase di salita, una crisi "di picco", poi una discesa e la crisi che chiude il ciclo ed inizia quello successivo. Per esempio, se esaminiamo il '900, vediamo due cicli: il primo inizia intorno al 1896, anno in cui ci fu una grossa crisi bancaria che attraversò l'Europa, poi la crescita che vide il suo picco con la crisi del 1929, e la discesa, terminata nel 1945; il secondo inizia nel 1945, poi la fase di salita fino alla crisi petrolifera del 1973 e la discesa, fino alla crisi economica del 1992. Da qui inizia la mia valutazione: la crisi del 1992, contrariamente a quanto accaduto in precedenza non è stata fatta "sfogare", diciamo così.  Per cui negli anni successivi non c'è stata una vera crescita economica, in quanto gli sforzi erano diretti proprio a nascondere le conseguenze della crisi. In particolare, ad ogni inizio ciclo c'era un cambiamento tecnologico importante per per il lavoro e l'uso di un nuovo materiale come base per l'economia. Per esempio, all'inizio del '900 si inaugurò la catena di montaggio e si passò dall'uso del carbone all'uso del petrolio. Dopo il 1945 ci fu la produzione di massa e l'uso dell'uranio. Volendo, possiamo dire che all'inizio del ciclo in corso il cambiamento tecnologico c'era, con il laser e la lavorazione robotizzata. Ma non c'è stato il cambiamento del materiale: cosa usare al posto del petrolio? La risposta poteva essere il silicio, per i pannelli fotovoltaici; oppure le terre rare, per i Pc. Invece, per difendere gli interessi delle compagnie petrolifere, si è preferito cercare di seppellire le conseguenze della crisi attaccando i lavoratori, i loro diritti e il loro stipendio. E questo ha innescato la crisi attuale. Negli Usa e nella maggior parte d'Europa il valore d'acquisto dei salari è inferiore di molto rispetto a 30 anni fa. E questo significa che non si riesce a vendere più come prima. E se non si vende, chiudono prima i negozi, poi chiudono i grossisti, poi le fabbriche. E ogni volta che si chiude una attività, aumenta la disoccupazione e si riduce il numero di persone in grado di acquistare qualcosa. Questa è la crisi in corso, la crisi da cui dobbiamo uscire. E dobbiamo uscirne presto. Se il ciclo economico studiato da Kondratev dovesse avere il solito svolgimento, dovrà avere il suo picco nel decennio compreso tra il 2020 e il 2029. Vi immaginate che cosa sarebbe del nostro Paese se ci piombasse addosso una crisi economica come quella del 1929 mentre stiamo ancora affrontando la crisi attualmente in corso? A dire che ci spazzerebbe via, penso di essere fin troppo ottimista. 

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di Antonio Rispoli
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