Economia e finanza / Economia

Commenta Stampa

Le dichiarazioni di Marchionne non sorprendono Palazzo Chigi

La Fiat negli Usa? Il governo italiano non solleva obiezioni

Il tentativo debole del Ministro del Welfare Sacconi

La Fiat negli Usa? Il governo italiano non solleva obiezioni
07/02/2011, 09:02

ROMA - La notizia della fusione tra Fiat e Chrysler, con conseguente spostamento delle attività direttive negli Usa non ha sorpreso il governo. E paradossalmente a dimostrarlo è la stessa conconvocazione che è stata fatta di Marchionne da parte di Maurizio Sacconi e non di Paolo Romani. Come mai non è stata una iniziativa del Ministro dello Sviluppo economico? Perchè di economico non c'è niente, la decisione è già presa. Come è stato detto in questi giorni, la Fiat esisterà solo come catena di concessionarie per distribuire i prodotti Chrysler, progettati e costruiti negli Usa o in Paesi dove il lavoro è a basso costo, come la Cina. Anche il tentativo di minimizzare la vicenda, fatto da Lapo Elkann, parlando delle quattro sedi direttive (Italia per l'Europa; Usa per l'America del Nord; Brasile per quella del Sud; Cina per l'Asia) è sembrato più che altro un debole tentativo di non creare prematuramente allarmismo. Quindi serve il Ministro del Welfare, che dovrà cercare di allestire - se ne avranno voglia - la cassa integrazione per le decine di migliaia di persone che da Pomigliano a Mirafiori (Termini Imerese è già di fatto chiusa) nei prossimi tre anni saranno senza lavoro.
Gli Usa per tradizione non accettano di farsi conquistare dagli stranieri. Per fare un esempio banale, quando l'esercito americano decise di distribuire ai propri soldati una nuova pistola con cui sostituire la vecchia Colt 45 modello 1911 e scelse la Beretta, pretese che la società italiana costruisse una fabbrica su territorio statunitense per la produzione delle armi. E quindi, come si può pensare che accettasse che una azienda americana fosse anche solo alla pari con una italiana? E quindi, la Fiat perderà tutte e quattro le sue lettere: Non sarà più una fabbrica italiana di automobili e soprattutto non sarà più a Torino.

Commenta Stampa
di Antonio Rispoli
Riproduzione riservata ©