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La finta ripresa economica, tanto osannata


La finta ripresa economica, tanto osannata
12/08/2010, 11:08

Martedì la Federal Reserve (l'istituto statunitense che svolge funzioni equivalenti a quelle della BCE in Europa) ha reso pubblico un rapporto nel quale dice che la crescita economica è inferiore alle attese, che l'occupazione non cresce, ed una serie di altri dati che mettono in dubbio l'esistenza di una crescita economica. Il risultato è stato un crollo delle Borse in tutto il mondo, a cui è stata data una enorme evidenza, la mossa classica quando si vuole deviare il discorso dai problemi economici.
Ma il problema resta: è ripresa oppure no? La risposta è no, se ci riferiamo ad una ripresa economica stabile. Infatti la crisi che ci ha colpito non dipende dalle banche o dai mutui subprime, come dice la vulgata ufficiale. Quelle hanno fatto da cassa di risonanza, rinviando l'esplosione della crisi di qualche anno, ma rendendola più violenta. Ma alla base c'è un altro problema: l'eccessivo impoverimento degli strati più bassi della popolazione nei Paesi occidentali. Infatti questo progressivo impoverimento, accelerato dalla generale adozione di provvedimenti ultraliberisti in Europa e negli Usa, impedisce di avere un buon livello di consumo dei beni, cosa che a sua volta provoca un rallentamento della crescita economica nazionale. In pratica si dovrebbero utilizzare politiche economiche keynesiane molto spinte, aumentando la ricchezza delle fasce basse della popolazione. Ma quale governo è disposto ad aumentare le tasse ai ricchi del Paese, solo per la giustizia sociale? Si sa che i governi sviluppano la politica economica in accordo e complicità con la parte più ricca degli imprenditori del Paese. Quindi figuriamoci se si sognano di fare delle leggi che prelevano loro le tasse e li costringono a pagare in maniera equa i propri dipendenti. Ma questa è l'unica strada che si può prendere, per uscire dalla crisi. Finchè non lo si farà (e non lo si farà) la crisi resta. Quello che si sta cercando di fare è di trovare qualche palliativo, qualche sistema che consenta di tirare avanti nonostante tutto. Al momento però non c'è niente all'orizzonte in Europa, salvo generici aiuti agli industriali più ricchi (cioè proprio a coloro che invece dovrebbero pagare) ed investimenti nella ricerca, che vanno comunque a vantaggio dei grossi imperi industriali. Quindi, anche quando l'Istat parla di crescita economica o cose del genere non bisogna dimenticare due cose: innanzitutto che i dati hanno sempre quello che eufemisticamente possiamo definire un margine di imprecisione più o meno involontario; e la seconda cosa che nel 2008 l'Europa e gli Usa hanno avuto tutti i dati che sono crollati. Per cui - prendendo ad esempio l'Italia - anche un aumento del Pil dell1,1% o della produzione industriale dell'8% non significano nulla. CI vogliono 5 anni con questo livello di crescita del Pil per tornare al livello del 2008 e 3 anni nella crescita della produzione industriale, sempre con questo livello, per raggiungere la stessa base.

Poi c'è un'altra considerazione da fare, ma è da mettere a parte, perchè rischio che qualche economista mi spari (metaforicamente parlando) perchè per loro quanto mi accingo a dire è una blasfemia. Io credo che l'economia segua un ciclo di Kondratev, cioè un ciclo economico di crescita e conseguente calo, della durata approssimativa di 50 anni. Per esempio nel '900 abbiamo avuto due cicli: il primo, iniziato nel 1896, vide il suo vertice nel 1929 e da lì un crollo che finì nel 1945; da qui iniziò la crescita che arrivò al suo vertice nel 1973, con lo shock petrolifero, da cui iniziò un crollo, terminato - almeno così dovrebbe essere - alla fine del secolo. Ma sia nel 1896 che nel 1945 ci furono importanti modifiche nella produzione, modifiche che poi costituirono la base dello sviluppo economico successivo. Quello che mi preoccupa è che questa volta gli imperi economici multinazionali - in particolare le industrie del petrolio e delle armi - hanno bloccato ogni trasformazione. In particolare, potrebbe essere il momento giusto per abbandonare il petrolio come elemento base della nostra economia e buttarsi a capofitto verso le energie rinnovabili. Abbiamo ancora 15-20 anni - se i cicli di Kondratev sono validi - prima dell'inversione e del crollo economico. Ma se nel frattempo non si crescerà, c'è da temere quali potranno essere le conseguenze.

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di Antonio Rispoli
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