Economia e finanza / Economia

Commenta Stampa

La soluzione islandese come soluzione dei problemi economici?


La soluzione islandese come soluzione dei problemi economici?
16/09/2011, 16:09

Sempre più spesso su Internet, quando si parla della crisi economica in corso, si parla della "soluzione islandese" per risolvere i problemi dei Paesi europei, a cominciare dall'Italia. In che consiste tale soluzione? In Islanda - che negli ultimi anni prima della crisi si era dedicata molto alla finanza internazionale - la crisi si è abbattuta con molta violenza. Basta pensare che in una sola giornata, all'inizio del 2009, il valore delle azioni crollò al 10-15% del valore del giorno prima. Il governo islandese si è di fatto disinteressato della sorte delle banche e dei titoli di Stato, "scaricando" poi sulla popolazione, mediante referendum, la responsabilità di tale scelta.
Ma questo è passato quasi sotto silenzio, secondo molti per nascondere la verità dei fatti. In realtà, non è che l'Islanda abbia mai avuto le prime pagine sui giornali. E non deve stupire: si tratta di un Paese che ha circa 300 mila abitanti, il suo Pil è appena inferiore a quello del Molise. Obiettivamente, qualsiasi cosa faccia, quale effetto può avere sui Paesi circostanti? A meno che non si impossessi di un po' di missili termonucleari e cominci a lanciarli, non è che attiri l'attenzione.
Ma che succederebbe se facessero la stessa cosa Paesi più grandi? Per esempio ci sono alcuni - di recente mi è capitato di ascoltare anche alcuni economisti di un certo nome - che propongono di uscire dall'euro, per avere un default pilotato adesso, che la crisi imperversa. Ma cosa significa quando uno Stato va in default? Semplicemente che non è in grado di pagare i propri debiti, cioè di rimborsare i titoli di Stato. Chi ha qualche anno in più, può ricordare quello che successe con i titoli di Stato argentini: venduti ai risparmiatori italiani come un affare (offrivano anche il 30% di interessi), a metà degli anni '80 non valevano più niente, perchè l'Argentina andò in default. Chi investì denaro, riebbe indietro una piccola parte di quelle somme. Ma il passaggio non fu indolore: l'economia argentina era praticamente distrutta e la popolazione ha dovuto soffrire a lungo per ottenere di nuovo un relativo benessere.
E' questo che si vuole per l'Italia? La distruzione dell'economia? La povertà diffusa? Anche perchè in Italia c'è una particolarità che non c'è in Argentina: la criminalità organizzata. Nella povertà che ne seguirebbe, sarebbe l'unica fonte di danaro e potrebbe mettere la proprio ala vorace su tutto il territorio italiano. Insomma, la strada è molto più pericolosa di quello che sembra.
Purtroppo c'è un principio molto semplice in economia, che nessuno vuole ammettere: non esistono regole fisse (escluse poche basilari). Il resto sono indicazioni di massima, alcune buone, altre meno. Ma mutuare la soluzione adottata - anche con successo - in un altro Paese, parlando per linee generali, non garantisce risultati certi. Nel caso specifico, cancellare il debito pubblico dello Stato, ci bloccherebbe da molti punti di vista. Perchè poi subentra un altro problema: che fiducia avrebbe il nostro Stato all'estero? Quale Paese farebbe con noi un accordo commerciale? Con una economia distrutta e con una disoccupazione inevitabilmente molto alta, lo Stato dove troverebbe i soldi per andare avanti? Dovrebbe fare ancora del debito pubblico. Ma per piazzarlo dove? Chi si sognerebbe di darci denaro, dopo averne appena perso a carrettate?
E' bene ricordare che dei 1900 e passa miliardi del nostro debito pubblico, la metà è in mani internazionali, il resto nelle pance delle nostre banche e dei nostri cittadini. Senza questi titoli, quante banche resterebbero in piedi? Quanti cittadini vedrebbero sparire i risparmi di una vita?
COme si vede, sono decine le domande che restano appese e a cui non possono essere date risposte positive. Quindi andiamoci piano, prima di buttarci a capofitto in un burrone. Magari il volo è tranquillo, ma l'atterraggio...

Commenta Stampa
di Antonio Rispoli
Riproduzione riservata ©