Economia e finanza / Economia

Commenta Stampa

La tassazione in presenza di fusione


La tassazione in presenza di fusione
16/03/2010, 13:03

Dal punto di vista fiscale la fusione rileva sia per le imposte dirette che per le imposte indirette. In entrambi i casi la disciplina tributaria si fonda su alcuni principi che verranno trattati nel prosieguo. È, invece, utile alla comprensione degli aspetti fiscali della fusione, accennare fin d’ora alla problematica connessa alle cosiddette differenze di fusione.
Con tale locuzione si fa riferimento alle differenze contabili che derivano dall’unificazione (contabile) dei patrimoni delle società che prendono parte alla fusione (con essa il patrimonio delle società fuse o incorporate confluisce nell’attivo della società risultante dalla fusione o incorporante).
In particolare, prendono il nome di differenze da concambio, nell’ipotesi in cui si proceda allo scambio di partecipazioni e differenze da annullamento, nell’ipotesi di fusione per incorporazione in cui l’incorporante detenga partecipazioni nell’incorporata (in tal caso, a seguito della fusione, sarà necessario annullare tali partecipazioni).
Le differenze da concambio possono nascere sia nelle fusioni propriamente dette, che in quelle per incorporazione, le differenze da annullamento possono manifestarsi solo nel caso della fusione per incorporazione.
Nel primo caso si ha Avanzo da concambio quando l’aumento di capitale deliberato dalla società incorporante, ovvero il capitale sociale della società risultante dalla fusione è minore del patrimonio netto contabile delle società incorporate o fuse; viceversa, si ha Disavanzo da concambio nel caso in cui l’aumento di capitale deliberato dalla società incorporante, ovvero il capitale sociale della società risultante dalla fusione è maggiore del patrimonio netto contabile delle società incorporate o fuse.
Nel caso di differenze da annullamento si parla di Avanzo da annullamento quando il costo della partecipazione detenuto dalla incorporante è minore della corrispondente quota del patrimonio netto dell’incorporata; al contrario, si ha Disavanzo da annullamento se il costo della partecipazione detenuta dall’incorporante è maggiore della corrispondente quota del patrimonio netto dell’incorporata.
Si noti che vi è la possibilità che si manifestino entrambe le differenze in discorso. Ciò accade nel caso in cui si realizzi una fusione per incorporazione, con una società nella quale l’incorporante detiene una partecipazione soltanto parziale nell’incorporata.
Negli studi dedicati al tema del regime tributario delle operazioni di fusione, si fa, in genere, riferimento a due principi sui quali è impostato l’intero sistema normativo. Si tratta del principio della continuità dei valori fiscalmente riconosciuti e di quello della neutralità della fusione.
Tali principi sono strettamente concatenati, essendo il primo presupposto del secondo. Il principio della continuità dei valori fiscalmente riconosciuti, a onor del vero non riguarda, o non riguarda esclusivamente, la normativa sulle fusioni. Si tratta di un principio ispiratore dell’intera dottrina tributaria sul reddito di impresa, principio strettamente collegato al cosiddetto regime dei beni d’impresa.
Ciascun “bene d’impresa” è suscettibile di dar luogo, prima o poi, con la sua alienazione o, al limite, con il suo perimento, a componenti positive o negative di reddito. Un bene che entra a far parte del patrimonio di un’impresa non può uscirne, dal punto di vista fiscale, se non generando un ricavo, (o una plusvalenza nel caso si tratti di bene strumentale).
Elemento fondamentale del regime dei beni d’impresa è la determinazione di un valore fiscalmente riconosciuto per ciascun componente del patrimonio dell’impresa.
I concetti di regime dei beni d’impresa e di valore fiscalmente riconosciuto sono collegati. Difatti è con riferimento al valore fiscalmente riconosciuto ed alle sue variazioni che viene misurato il sorgere delle componenti reddituali positive o negative, le quali concorrono alla determinazione della base imponibile.
In sintesi secondo il principio di continuità, ogni periodo d’imposta è collegato con i precedenti, da cui recepisce i valori fiscalmente riconosciuti, e con i successivi, cui trasmette a sua volta tali valori. Accade, però, che i valori fiscalmente riconosciuti si discostano dai valori correnti, sì da determinare giorno per giorno differenze tra valori fiscalmente riconosciuti e valori attuali.
Nell’impossibilità di riadeguare tale scostamento, ogni volta che esso si verifica, il nostro sistema fiscale prevede che la differenza tra valori correnti e valori contabili assuma rilievo fiscale solo in caso di cessione del bene (al più tardi all’atto della liquidazione dell’impresa). Fino a tale momento saranno presenti delle plusvalenze o minusvalenze latenti, irrilevanti agli effetti del reddito imponibile.
Con riferimento alla fusione può porsi un problema: essa costituisce fattispecie che possa dare rilievo fiscale alle plusvalenze e minusvalenze latenti? Se si aderisce alla concezione estintivo-creativa sembrerebbe che con la fusione si delinei una sorta di cessione dei beni dalle società fuse o incorporate, alla società risultante dalla fusione o incorporante: cessione idonea a dare rilevanza fiscale all’operazione. Se, invece si considera la fusione quale evento modificativo dell’atto costitutivo, essa non appare idonea a generare tale rilevanza.
Il discorso sulla idoneità della fusione a dare rilevanza fiscale alle plusvalenze latenti, proietta la trattazione sul secondo principio di cui sopra: il principio della neutralità della fusione. In base ad esso, l’operazione di fusione, non solo non costituisce evento idoneo a generare la tassazione delle plusvalenze latenti, ma è neutrale anche con riferimento all’insorgere delle differenze di fusione.
In sintesi il passaggio di un patrimonio da una società ad un’altra non genera materia imponibile. Grazie a tale principio (statuito dai primi due commi dell’art. 172 del TUIR) la fusione non costituisce realizzo di plusvalenze e minusvalenze.
Nel dare attuazione alla legge delega il governo ha proceduto alla riformulazione di alcuni commi dell’art. 123 del TUIR ed all’aggiunta di altri.
Tali modifiche sono contenute nell’art. 172 del decreto istitutivo dell’ IRES, e sono entrate in vigore dal 1° gennaio 2004, fatta salva la statuizione dell’art. 4 delle norme di coordinamento, il quale afferma che “resta ferma l’applicazione dell’art. 6, comma 2, del decreto legislativo” n. 358 del 1997 “relativamente alle operazioni di fusione e scissione deliberate dalle assemblee delle società partecipanti fino al 30 aprile 2004”.
Pertanto per le operazioni di fusione deliberate successivamente a tale data il regime tributario delle operazioni di fusione sarà integralmente disciplinato dall’articolo 172.
Occorre, da subito, avvertire che il contenuto dei dieci nuovi commi dell’art. 172, risulta in alcuni casi da aggiunte, in altri da soppressioni delle statuizioni contenute nella precedente normativa del Testo Unico.
Completamente indolore è stato il passaggio nella nuova disposizione normativa, delle regolamentazioni concernenti la data in cui la fusione esplica i suoi effetti, il reddito delle società fuse o incorporate relativo alla frazione di esercizio compresa tra l’inizio del periodo d’imposta e la data della fusione (l’unica modifica, a riguardo, ha carattere prettamente formale: si tratta del ricorso alla definizione di “conto economico”, in luogo della vecchia “conto dei profitti e delle perdite”) e, infine, la retrodatazione degli effetti fiscali della fusione. Esse sono contenute, rispettivamente, nei nuovi commi 4, 8 e 9 dell’articolo 172, che riproducono alla lettera i commi 3, 6 e 7 del precedente articolo 123.
Modifiche non rilevanti, di carattere prevalentemente formale, hanno subito i commi che disciplinavano i fondi in sospensione di imposta e il riporto delle perdite (commi quarto e quinto dell’art. 123).
I fondi in sospensione di imposta vengono disciplinati dal nuovo comma quinto, che fa riferimento ad essi definendoli, però, “riserve in sospensione di imposta”; la norma prevede, inoltre, che esse vengano ricostituite “…utilizzando prioritariamente l’eventuale avanzo di fusione”.
La disciplina del riporto delle perdite trova spazio nel comma settimo, il quale, nella cornice letterale già tracciata dal vecchio comma quinto, procede all’aggiornamento dei riferimenti agli articoli del codice civile, per tenere conto delle novità derivanti sia dalla riforma del bilancio civilistico (risalente al lontano 1991), sia dalla riforma del diritto societario (contenuta nel recente decreto legislativo n. 6 del 2003).
Sono stati lasciati intatti, comunque, i limiti antielusivi connessi al diritto di riportare le perdite. Meramente formale è, inoltre, la soppressione dell’ultima parte della norma, che limitava il diritto al riporto entro l’ammontare delle plusvalenze iscritte dalla società risultante dalla fusione o incorporante (norma implicitamente abrogata dall’articolo 27 della legge n. 724 del 1994).
Per ciò che concerne le plusvalenze iscritte nelle situazioni patrimoniali di fusione, che a detta del secondo periodo del vecchio comma primo “…non si considerano iscritte in bilancio”, la nuova norma procede alla sua formale soppressione, recependo in tal modo l’eliminazione (operata dalla legge n. 449 del 1997) del principio per cui le plusvalenze devono subire una tassazione se evidenziate in bilancio.
Da tale soppressione risulta che il nuovo comma primo è costituito dalla sola prescrizione del primo periodo, secondo cui la fusione “non costituisce realizzo né distribuzione delle plusvalenze e delle minusvalenze dei beni delle società fuse o incorporate”.
Novità di maggiore spessore (riguardanti la sostanza, più che la forma, della normativa), infine, sono state introdotte dalla riforma per quanto concerne la disciplina dei disavanzi di fusione, nonché l’aggiunta della disciplina del cambio delle partecipazioni per i soci (nuovo comma terzo), dell’individuazione della natura dell’avanzo di fusione e dell’aumento di capitale (nuovo comma sesto) e degli obblighi di versamento (nuovo comma decimo).
Data l’importanza di queste novità, che modificano la disciplina dell’operazione di fusione, occorrerà, nei prossimi paragrafi, focalizzare l’attenzione su di esse.
Il nuovo comma 2 dell’art. 172, non modifica il principio (contenuto nel primo periodo) della neutralità delle differenze di fusione per ciò che concerne il reddito della società risultante dalla fusione o incorporante, ma modifica sostanzialmente la disciplina del disavanzo di fusione, sia da annullamento che da concambio.
In ottemperanza alla legge delega, difatti, viene, in primo luogo, stabilito che detta neutralità permanga anche nel caso in cui il disavanzo sia allocato sui beni della società incorporata, innalzandone il relativo valore di libro.
In secondo luogo viene sancito il principio della continuità dei valori fiscali dei beni ricevuti dalla società fusa o incorporata in capo alla società risultante dalla fusione o incorporante.
Il comma citato, difatti, al secondo periodo afferma che “i maggiori valori iscritti in bilancio per effetto dell’eventuale imputazione del disavanzo derivante dall’annullamento o dal concambio di una partecipazione, con riferimento agli elementi patrimoniali della società incorporata o fusa non sono imponibili nei confronti della società incorporante o risultante dalla fusione”.
La norma precisa che l’imputazione del disavanzo deve avvenire con riferimento agli “elementi patrimoniali della società incorporata o fusa”, il che sembrerebbe implicare l’applicazione delle ordinarie regole concernenti la determinazione del reddito, contenuta nella sezione prima del Testo Unico come novellato dalla riforma.
Ad esprimersi sulla continuità di cui si è detto è, invece, il terzo periodo del secondo comma secondo il quale “…i beni ricevuti sono valutati fiscalmente in base all’ultimo valore riconosciuto ai fini delle imposte sui redditi, facendo risultare da apposito prospetto di riconciliazione, da conservare a cura del contribuente, i dati esposti in bilancio e i valori fiscalmente riconosciuti”.
Da ciò discende che la società incorporante o risultante dalla fusione dovrà assumere ai fini fiscali, anziché il costo rivalutato dei beni provenienti dalle società fuse o incorporate, il loro costo fiscalmente riconosciuto in capo a queste ultime. Occorrerà riconciliare, poi, in un apposito prospetto della dichiarazione dei redditi i dati di bilancio con il costo fiscale (in genere minore).
Risulta evidente che una simile formulazione normativa sia in grado di dare piena attuazione ad entrambe le richieste del legislatore delegante.
Essa, difatti, da un lato realizza l’abolizione della possibilità di affrancare il disavanzo mediante pagamento dell’imposta sostitutiva del 19 per cento, prevista dal decreto legislativo n. 358 del 1997; dall’altro soddisfa la richiesta di abolizione della possibilità (concessa dallo stesso decreto) di ottenere il riconoscimento fiscale dei maggiori valori iscritti per effetto dell’imputazione dei disavanzi derivanti dall’operazione di fusione.
La versione definitiva del decreto istitutivo dell’IRES, ha aggiunto all’art. 172 del TUIR, un comma terzo con contenuto del tutto nuovo per la disciplina dell’operazione di fusione.
Si tratta del principio per cui “il cambio delle partecipazioni originarie…”, derivante dall’attuazione della fusione (fatta eccezione per le fusioni senza concambio, in cui una società detiene tutte le partecipazioni dell’altra) “…non costituisce realizzo né distribuzione di plusvalenze o di minusvalenze né conseguimento di ricavi per i soci della società risultante dalla fusione o incorporante…”.
Si tratta di un principio che già l’art. 123-bis del TUIR, antecedente alle modifiche della riforma, conteneva nell’ambito della disciplina della scissione di società.
Parlando di neutralità della fusione per il socio, bisogna rilevare come precedentemente vi fosse la possibilità di procedere ad un’estensione del suddetto comma terzo del vecchio art. 123 bis (rubricato “Scissione di società”) alla disciplina della fusione, che mancava di una disposizione analoga.
Tale mancanza è stata, ora, risolta dal legislatore attraverso l’inserimento del comma in discorso nell’art. del nuovo TUIR, che regola l’operazione di fusione.
La norma riproduce esattamente la statuizione relativa all’operazione di scissione, anche per la parte in cui afferma che viene “…fatta salva l’applicazione, in caso di conguaglio, dell’art. 47, comma 7”, articolo che ha recepito il contenuto del vecchio articolo 44 del T.U.I.R., disciplinante gli utili derivanti da partecipazioni.
L’art. 172 ha aggiunto un ulteriore elemento di novità nel comma sesto, che chiarisce un principio cui spesso si fa ricorso nella prassi ai fini dell’individuazione della natura fiscale dell’incremento di patrimonio netto che si origina nel bilancio della società risultante dalla fusione o incorporante, per effetto dell’annullamento della partecipazione o del concambio.
Più precisamente all’avanzo, sia da annullamento che da concambio, e all’aumento di capitale effettuato in vista del concambio stesso, “che eccedono la ricostituzione e l'attribuzione delle riserve di cui al comma 5 si applica il regime fiscale del capitale e delle riserve della società incorporata o fusa, diverse da quelle già attribuite o ricostituite ai sensi del comma 5 che hanno proporzionalmente concorso alla sua formazione. Si considerano non concorrenti alla formazione dell'avanzo da annullamento il capitale e le riserve di capitale fino a concorrenza del valore della partecipazione annullata”.
Con la riforma, quindi, viene introdotto l’obbligo di utilizzare prioritariamente l’avanzo di fusione, ai fini della ricostituzione delle riserve in sospensione di imposta.
Viene, inoltre, precisato che all’avanzo o all’aumento del capitale sociale, per la parte che eccede la ricostituzione delle riserve in sospensione di imposta, si applica il regime fiscale delle riserve ereditate (per effetto della fusione) che hanno concorso alla formazione di detta eccedenza, in modo proporzionale.
Ciò significa che le poste del patrimonio netto della società incorporata o fusa, devono essere attribuite all’avanzo (o all’aumento di capitale), tenendo conto della proporzione delle riserve (di utili o di capitale) presenti nel bilancio della società fusa o incorporata. Se in tale patrimonio netto, le riserve di utili ammontavano al 20 per cento del totale (delle riserve), il 20 per cento dell’ammontare complessivo dell’avanzo (o dell’aumento di capitale) dovrà essere considerato costituito da utili e il restante 80 per cento sarà considerato alla stregua di conferimenti.
Tale norma pone, tuttavia, un problema applicativo, dovuto al fatto che essa non specifichi se nel calcolo della percentuale delle riserve (di utili o di capitale) debba ricomprendersi il capitale sociale.
Dalla lettera della norma ciò sembrerebbe da escludersi, ma a rigor di logica escludere il capitale sociale dal computo significherebbe non rispettare la composizione del patrimonio netto della società fusa o incorporata.
Calcolare la percentuale tenendo conto solo delle riserve (escludendo cioè, il capitale sociale) condurrebbe, quasi sempre, all’attribuzione, in capo alla società incorporante o a quella risultante dalla fusione, di riserve in realtà mai prodotte.
L’ultima delle novità previste dalla riforma attuata con il decreto IRES, consiste nell’inserimento di un’apposita disposizione che disciplina la successione, a seguito della fusione, negli obblighi relativi al versamento all’amministrazione finanziaria dei debiti d’imposta sorti in capo alle società preesistenti alla fusione, che, come afferma la norma, “…si estinguono per effetto delle operazioni medesime”.
Nelle operazioni di fusione, gli obblighi di versamento, inclusi quelli relativi agli acconti di imposta ed alle ritenute operate sui redditi altrui, delle società che partecipano alla fusione, sono adempiute dalle stesse società partecipanti fino alla data in cui la fusione esplica la sua efficacia (civilistica).
Solo dopo che tale data sia trascorsa, i predetti obblighi “…si intendono a tutti gli effetti trasferiti alla società incorporante o comunque risultante dalla fusione”.

Commenta Stampa
di Francesco Cossu
Riproduzione riservata ©