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L'economia italiana come l'hanno voluta Berlusconi e Monti


L'economia italiana come l'hanno voluta Berlusconi e Monti
07/04/2012, 17:04

I dati di questi ultimi giorni sull'economia italiana disegnano l'Italia esattamente come una diretta conseguenza delle scelte economiche fatte prima dal governo di Silvio Berlusconi e poi da quello di Mario Monti. Ma non certo a vantaggio dei cittadini.
Innanzitutto, esaminiamo il dato reso noto oggi dall'Istat: quasi il 15% degli under 35 che nel 2008 lavoravano, oggi non lo fanno più. Significa che siamo scesi da 7,2 milioni di lavoratori a poco più di 6. Nello stesso periodo è aumentata la quota di over 55 che lavorano, anche qui di circa il 15%. Non è un caso, ma i due dati sono collegati. Infatti, se coloro che hanno una età maggiore devono lavorare fino ai 65, poi 67 e prossimamente 70 anni, ovviamente impediscono l'accesso al mondo del lavoro dei giovani. Ma c'è anche un'altra ragione, collegata all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, di cui si parla tanto. Ovviamente, le persone che lavorano da più anni hanno contratti a tempo indeterminato, che è più difficile e più oneroso sciogliere, rispetto ai contratti precari che sono quasi esclusivamente quelli a disposizione dei giovani.
A questo si aggiunge il dato, reso noto ieri, della perdita di valore di acquisto dei salari (come differenza tra aumento nominale degli stipendi e aumento dei prezzi causato dall'inflazione), che l'Istat valuta in uno 0,5% solo per il 2011. Nonchè il dato reso noto da Bankitalia che vede una riduzione della capacità di risparmio delle famiglie italiane, ai minimi dal 1995. Questi due dati derivano dall'insieme delle politiche utilizzate nel corso degli ultimi anni, che hanno aumentato le tasse (soprattutto quelle indirette, che incidono proporzionalmente più sugli stipendi bassi che su quelli alti). e tagliato i servizi. Questo ha comportato una riduzione del potere di acquisto dei salari molto superiore a quanto calcolato dall'Istat. E questo impone di attingere ai propri risparmi, per mantenere un tenore di vita che comunque è inferiore a quello che si aveva solo pochi anni fa.
Altra conseguenza di questo impoverimento è il dato reso noto da Confcommercio, in settimana, sull'ennesimo calo negli acquisti. Un calo praticamente ininterrotto da tre anni. Ed anche questa è una conseguenza delle politiche economiche utilizzate.
A questo punto, bisogna aggiungere un altro dato, anche questo di pochi giorni fa: Bankitalia informa che le 10 persone più ricche d'Italia hanno la stessa ricchezza delle 3 milioni più povere. Sentii in televisione un giornalista commentare questa notizia e dire: "Ma questo è normale, avviene in tutti i Paesi del mondo". Vero, più o meno avviene quasi ovunque. Ma il problema è esattamente questo. Che tutti i Paesi occidentali (con poche eccezioni, come la Germania o i Paesi Scandinavi) hanno preso misure economiche che concentrano la ricchezza del Paese in un numero sempre minore di mani. Insomma, i ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Peccato che sia esattamente questa (e non le banche, che hanno solo amplificato il problema) la causa prima della crisi che stiamo vivendo. E se le banche sono state messe a posto, sia negli Usa che in Europa, grazie ai soldi con cui Federal Reserve e Bce hanno inondato i caveau delle banche, lo stesso non si può dire per il problema della distribuzione della ricchezza. Anzi, è il contrario. Finora, con la scusa della austerità e della necessità di risanare i bilanci pubblici, in tutta Europa i ceti medio bassi sono stati massacrati da aumenti di tasse e tagli al welfare (taglio alla sanità, taglio alle pensioni, taglio alle scuole pubbliche, ecc.) mentre i ceti alti ed altissimi non sono stati toccati se non molto marginalmente. Per intenderci: se i prezzi aumentano del 5%, per chi guadagna 1000 euro al mese è un problema; per chi ne guadagna 100 mila è un dettaglio insignificante.
Certo, per l'Italia il problema non nasce oggi. E' un problema che nasce alla fine degli anni '80, quando venne prima depotenziata e poi abolita la scala mobile. Una decisione che poteva essere motivata da una scelta politica precisa, per quanto discutibile: quella di scaricare integralmente su lavoratori dipendenti e pensionati l'onere di ridurre l'inflazione che all'epoca era alquanto alta. Ma è chiaro che doveva essere una scelta limitata nel tempo e che dopo qualche anno avrebbe dovuto trovare compensazione. Invece si è preferito continuare su questa strada, peggiorandola con l'aggiundo del precariato diffuso prima col pacchetto Treu e poi reso molto più comodo con la legge 30 (quella che viene chiamata anche legge Biagi). Già a marzo 2008, in un editoriale, facevo notare che questa situazione era instabile per il nostro Paese in tempi brevi, in quanto già allora a trainare il Paese erano le esportazioni. Una volta che quelle sono andate KO, quando la crisi proveniente dagli Usa ha per prima cosa provocato un crollo delle esportazioni in tutto l'Occidente, non ci è rimasta che la crisi. E poichè non abbiamo avuto in quel momento un governo degno di questo nome, come non lo abbiamo oggi, le conseguenze le vediamo.
Quindi, questa è l'economia che vogliono i Berlusconi e i Monti. Ma è quella che vogliono anche i cittadini? In teoria bisogna dire di no. Ma in realtà, quegli stessi cittadini che si dicono scontenti poi sono prontissimi a votare quegli stessi politici (Pdl, Lega, Udc, Fli, Pd) che questa situazione l'hanno creata.

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di Antonio Rispoli
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