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L’esecuzione delle sentenze emesse dalle commissioni tributarie ed il giudizio di ottemperanza


L’esecuzione delle sentenze emesse dalle commissioni tributarie ed il giudizio di ottemperanza
23/01/2010, 18:01

Il legislatore tributario ha dedicato alla esecuzione delle sentenze emesse dalle commissioni tributarie, il Capo IV, agli artt. 68 e seguenti, del D. Lgs. n. 546/1992.
In particolare, al primo comma dell’art. 68, il legislatore prevede la riscossione frazionata del tributo oggetto del giudizio, anche in deroga a quanto previsto nelle singole leggi d'imposta, con i relativi interessi previsti dalle leggi fiscali.
Il tributo deve essere pagato seguendo le successive modalità (chiaramente sottraendo quanto già, fino ad allora, corrisposto):
- per i due terzi, dopo la sentenza della commissione tributaria provinciale che respinge il ricorso;
- per l'ammontare risultante dalla sentenza della commissione tributaria provinciale, e comunque non oltre i due terzi, se la stessa accoglie parzialmente il ricorso;
- per il residuo ammontare determinato nella sentenza della commissione tributaria regionale.
Al contrario, secondo quanto stabilito dal secondo comma del medesimo artico, se il ricorso viene accolto, il tributo corrisposto in eccedenza rispetto a quanto statuito dalla sentenza della commissione tributaria provinciale, con i relativi interessi previsti dalle leggi fiscali, deve essere rimborsato d'ufficio entro novanta giorni dalla notificazione della sentenza.
Le imposte suppletive debbono essere corrisposte dopo l'ultima sentenza non impugnata o impugnabile solo con ricorso in cassazione.
Se la commissione tributaria emette una sentenza di condanna al pagamento di somme comprese le spese di giudizio liquidate, nei confronti dell'ufficio dell’ente impositore, la segreteria ne rilascia copia spedita in forma esecutiva.
Affinché avvenga la condanna al pagamento delle somme nei confronti dell’ente impositore, c’è bisogno che la relativa sentenza sia passata in giudicato.
Il giudizio di ottemperanza è un istituto, disciplinato dall’art. 70 D. Lgs. n. 546/1992, atto a dar vita all’attività meramente esecutiva avente ad oggetto la restituzione delle somme indebitamente riscosse.
Il giudizio di ottemperanza nasce quale istituto attuativo delle pronunce giurisprudenziali passate in giudicato che non siano state spontaneamente eseguite dall’Amministrazione finanziaria soccombente in giudizio.
Il giudizio di ottemperanza rappresenta, contestualmente, lo strumento di soddisfazione delle esigenze del contribuente e il procedendo satisfattivo dell’esigenza di attuazione del diritto sancito nella pronuncia del giudice.
I presupposti per l’esperibilità del rimedio sono:
- l’esistenza di una sentenza passata in giudicato;
- l’inadempimento degli obblighi da essa derivanti da parte dell’Amministrazione finanziaria ovvero da parte dell’ente locale.
La legittimazione a proporre il giudizio spetta al titolare del diritto riconosciuto in sentenza, il quale abbia rivestito la qualità di parte nel processo, nonché ai propri eredi ovvero aventi causa, mentre legittimato passivo è l’ufficio nei cui confronti è intervenuta la pronuncia.
Ai sensi del primo comma dell’art. 70, il ricorso si propone mediante presentazione di un doppio originale alla segreteria della commissione tributaria provinciale, se questa ha pronunciato la sentenza da ottemperare, ovvero alla segreteria della commissione tributaria regionale, “in ogni altro caso”.
La disposizione suscita due delicati problemi, il primo dei quali di carattere intertemporale. Infatti, stante la precisa attribuzione della materia ai nuovi organi della giustizia tributaria, in mancanza di una disposizione transitoria al riguardo, ove si tratti di decisioni emesse dalle soppresse commissioni tributarie, passate in giudicato alla data di insediamento dei nuovi organi, non sarebbe esperibile il giudizio ex art. 70, in quanto espressamente riservato alla competenza delle nuove commissioni. Pertanto, la parte dovrebbe attivare l’ordinario giudizio di ottemperanza al giudice amministrativo.
Sembra evidente che il legislatore abbia dimenticato di introdurre, tra le disposizioni transitorie una norma volta a regolare l’ottemperanza alle decisioni emesse dalle soppresse commissioni.
Non significa che la lacuna non possa essere colmata in base al sistema, dovendosi ammettere che non ha senso attribuire per legge una competenza ad un giudice speciale e contemporaneamente mantenere in capo al giudice amministrativo una competenza analoga.
Il secondo problema concerne la ripartizione della competenza fra i nuovi organi, occorrendo stabilire il significato precettivo dell’art. 70, laddove attribuisce la competenza sul giudizio di ottemperanza alla commissione tributaria adita.
La commissione tributaria provinciale è competente solo per l’ottemperanza alle sentenze da essa pronunciate e non impugnate, mentre ogni qual volta il giudizio si protragga per più gradi, la competenza è della commissione tributaria regionale, indipendentemente dall’esito finale del giudizio.
La dicitura “in ogni altro caso” riguarda, quindi, tutte le sentenze rese dalla commissione tributaria regionale diverse da quelle processuali o di merito, che lasciano ferma la pronuncia di primo grado.
In base al medesimo criterio deve essere risolto anche il problema concernente l’ottemperanza alle sentenze della Corte di Cassazione, la quale, com’è noto, ai sensi del primo comma dell’art. 384 c.p.c., può ora decidere la causa nel merito, quando non occorre seguire ulteriori accertamenti di merito.
Nell’espressione “ogni altro caso” rientra, infatti, anche tale ipotesi, ove si consideri altresì che il giudizio di ottemperanza sia necessariamente un giudizio di merito e che è per regola generale le attività processuali inerenti al merito sono inibite al giudice di legittimità ed attribuite, quindi, al giudice di appello.
A norma del secondo comma dell’art. 70, la proposizione del ricorso è subordinata alla scadenza del termine entro il quale la legge prescrive l’adempimento dell’obbligo posto dalla sentenza a carico dell’ufficio dell’Amministrazione finanziaria ovvero l’Ente locale.
Qualora non sia previsto un termine, occorre provvedere alla notifica di un atto di messa in mora a mezzo di un ufficiale giudiziario e attendere trenta giorni da tale notifica.
L’azione può essere esercitata fino a quando l’obbligo non sia estinto, quindi entro l’ordinario termine di prescrizione decennale.
Il ricorso, rivolto al presidente della commissione e sottoscritto da un difensore abilitato, deve contenere l’esposizione dei fatti che giustificano la proposizione del giudizio di ottemperanza e la precisa indicazione della sentenza di cui si domanda l’ottemperanza e di cui si dovrà essere allegata copia. Inoltre dovrà essere allegata al ricorso copia autentica dell’atto di messa in mora, se questa è stata eseguita per mancanza del termine legale per l’adempimento.
La segreteria della commissione tributaria provvede a comunicare all’ufficio del Ministero ovvero all’ente locale interessato uno dei due originali del ricorso, entro venti giorni da tale comunicazione gli uffici suddetti possono trasmettere le proprie osservazioni alla commissione tributaria, allegando la documentazione dell’eventuale adempimento.
Decorso il termine di venti giorni, il presidente della commissione assegna il procedimento alla sezione che ha emesso la sentenza da ottemperare.
Il presidente della sezione fissa il giorno per la trattazione in camera di consiglio del ricorso per una data che non vada oltre il novantesimo giorno dal deposito in segreteria del ricorso per il giudizio di ottemperanza.
La segreteria della commissione comunica alle parti, almeno dieci giorni prima, la data dell’udienza di trattazione. Nell’udienza camerale di trattazione, il collegio, sentite le parti, ed acquisiti i necessari documenti, adotta con sentenza i provvedimenti indispensabili per dare piena attuazione alla sentenza non ottemperata dall’ufficio del Ministero delle finanze ovvero dall’Ente locale impositore, rispettando le forme amministrative dei provvedimenti da assumere ed il dispositivo della sentenza in ottemperanza.
Il collegio, a norma del settimo comma dell’art. 70, può delegare un proprio componente, o nominare un commissario ad acta per l’attuazione dei provvedimenti da adottare, fissando un termine entro il quale il componente delegato ovvero il commissario, deve adempiere ai provvedimenti attuativi della sentenza ineseguita.
Tale disposizione è di estrema importanza. Infatti, viene espressamente previsto un commissario ad acta di origine giurisprudenziale.
Il commissario ad acta non è un organo straordinario dell’amministrazione attiva né organo di controllo, ma deve essere considerato quale ausiliario del giudice nel processo civile; pertanto non esercita i poteri propri dell’organo dell’amministrazione attiva cui si sostituisce, ma il potere giurisdizionale dell’organo dell’ottemperanza.
Il collegio, eseguiti i provvedimenti di cui sopra e preso atto di quelli emanati ed eseguiti dal componente delegato ovvero dal commissario ad acta nominato, dichiara chiuso il procedimento con ordinanza.
Contro la sentenza di cui al settimo comma é ammesso soltanto ricorso in cassazione per inosservanza delle norme sul procedimento.

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di Francesco Cossu
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