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L'euro ha ancora un futuro?


L'euro ha ancora un futuro?
31/08/2011, 11:08

Sempre più spesso, in queste ultime settimane, è stata messa in dubbio l'utilità dell'euro, come moneta europea e la necessità di tornare alle monete nazionali.
Una discussione che pecca sempre di una argomentazione: l'euro era stato pensato come passo di un cammino che doveva portare all'Europa unita, sulla falsariga degli Stati Uniti. Si può discutere se sia stata una buona idea metterla prima di una unione politica tra gli Stati, ma non c'è dubbio che quel percorso necessitava di questo passaggio.
Al di là di questo, esaminiamo la situazione attuale. Oggi, con la divisione che esiste tra le politiche e le legislazioni dei singoli Stati, una unione federale è sempre più difficile. Anche perchè l'ampliamento a 27 Stati ha complicato le cose. Sarebbe stato meglio proseguire con l'unificazione di un nucleo iniziale di Stati (quelli appunto che formavano inizialmente l'area euro) e poi pian piano assorbire nella federazione gli altri Stati. Ma l'egoismo dei singoli Stati (soprattutto di Francia e Germania) e la continua pressione degli Stati Uniti, attraverso l'Inghilterra, a bloccare qualsiasi iniziativa in questo senso, l'hanno impedito. Quindi bisogna arrendersi? Senz'altro no, se si è determinati. Anzi, questo momento di crisi, paradossalmente, può essere il momento giusto per l'unione federale, anche se dovrà essere fatta una discreta forzatura sui Paesi che - come è sempre accaduto nei momenti di crisi economica - preferiscono l'isolazionismo.
Ancora più paradossale, sono proprio i Paesi più in crisi ad avere bisogno dell'euro, e che quindi devono lottare per mantenerlo. Prendiamo l'esempio dell'Italia, per comodità. Entrare nell'euro è stato un toccasana, dal punto di vista economico: ha fatto scendere i tassi di interesse sui titoli di Stato - che negli anni '80 e all'inizio degli anni '90 era stato sistematicamente sopra il 10% - fino a portarlo al 3-4%, un livello che l'Italia non avrebbe mai potuto mantenere da sola, col gravissimo debito pubblico che la affligge.Parliamo di un risparmio che è superiore ai 50 miliardi di euro l'anno negli ultimi 15 anni. Come si vede, questa è una argomentazione sufficiente, da sola, per tacitare tutti coloro che invocano il ritorno alla lira: i 100 mila miliardi di vecchie lire ogni anno chi ce li dà? Ammesso che siano tali, perchè se l'Italia esce dall'ombrello protettivo dell'euro, i mercati finanziari si getterebbero all'attacco speculativo dei nostri titoli di Stato, facendo volare i tassi di interesse ad oltre il 20%. Insomma, se adesso rischiamo; senza l'euro saremmo sicuramente in default nel giro di un quinquennio. Ancora peggio sarebbe per la Grecia, il Portogallo e l'Irlanda. Una fine simile alla nostra farebbe la Spagna.
Questo significa che possiamo adagiarci? Assolutamente no. Anzi, è necessario migliorare la nostra situazione economica e industriale. Il punto è che, per farlo, servirebbe una classe politica ed una classe imprenditoriale all'altezza. Due fattori che in Italia non esistono: la classe imprenditoriale è capace di agire solo nascosti sotto l'ombrello dei contributi pubblici che lo Stato versa con generosità agli aderenti a Confindustria. E per quanto riguarda la classe politica, mi troverei in difficoltà a trovare qualcuno, tra i 630 deputati e i 315 senatori, che corrisponda ai tre semplici criteri di un amministratore pubblico: onestà, capacità, affidabilità. Quindi è chiaro che non ci siamo. Ma finchè gli italiani continueranno a votare per un partito "perchè ho sempre votato questo partito" oppure perchè "se vincono i comunisti mi tolgono la proprietà della casa" o altre cretinate del genere (ce n'è una per ogni schieramento, ovviamente) una classe politica efficiente non ci sarà mai. Ci vorrebbe più maturità nello scegliere chi votare, scegliendo la persona adatta e non il simbolo che ha o le cretinate che dice, dato che un politico, al di là dello schieramento politico, mente sempre, salvo eccezioni.
In attesa che gli italiani comincino a scegliere col cervello alle elezioni, possiamo contare ancora a lungo sull'euro e sul suo ombrello protettivo? Molto difficile. Le spinte centrifughe sono fortissime, soprattutto in Germania, dove il marco è più di una moneta, è il simbolo della continuità storica dello Stato: con i nomi di mark, rentenmark, reichsmark, bundesmark e quant'altro, la moneta è l'unica costante dal 1870. Abbandonarla per abbracciare l'euro fu una scelta dolorosissima in Germania, che politicamente costò tantissimo agli "euro-sostenitori". Ed oggi, coloro che vi si opponevano (o meglio, quelli che politicamente sono i loro discendenti, dato che all'estero i politici non durano tanto) possono gridare a gran voce: "Ve l'avevamo detto". E così abbiamo la sensazione di una sempre maggiore lacerazione tra i vari Stati dell'Europa; una lacerazione che rischia di non lasciar scampo ai Paesi economicamente deboli come il nostro.

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di Antonio Rispoli
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