Economia e finanza / Economia

Commenta Stampa

Come i Paesi europei si stanno mettendo la corda al collo

L'Irlanda, la crisi economica e la spesa pubblica


L'Irlanda, la crisi economica e la spesa pubblica
02/12/2010, 16:12

E' notizia di pochi giorni fa la decisione dell'Unione Europea di prestare all'Irlanda un centinaio di miliardi di euro per risolvere i propri problemi economici. I soldi serviranno in particolare a salvare le banche irlandesi, mentre a pagare il conto saranno tutti i cittadini, che si troveranno di fronte un forte taglio della spesa pubblica, cioè meno servizi per i meno abbienti. Provvedimenti simili sono stati presi in altri Paesi: in Grecia, in Spagna, in Portogallo, in Inghilterra e presto verranno presi anche negli Usa. Quando si parla con gli economisti, si sente dire che sono provvedimenti necessari per mantenere i conti pubblici e/o ridurre il debito. E che facendo così si liberano risorse per il rilancio dell'economia. Ma è così?
Assolutamente no. Questo assunto è uno dei cardini base del reaganismo-tatcherismo (che in economia fa capo alla cosiddetta "scuola di Chicago"), che però non è dimostrato. SI tratta di un dogma indiscutibile. Peccato che se io comincio a verificarlo, empiricamente o con gli strumenti matematici, ottengo ben altri risultati. Ovviamante non è il caso di fare qui una trattazione di tipo econometrico, per cui facciamone una più semplice. Un taglio delle spese pubbliche significa necessariamente due cose: riduzione dei servizi pubblici e/o licenziamento di personale. Meno frequentemente c'è il blocco degli stipendi. Ora, cosa succede con questi provvedimenti? Se c'è un taglio dei servizi pubblici, chi ha meno soldi dovrà ricorrere a quel servizio privatamente, spendendo più soldi ed avendo quindi meno risorse per le spese di tutti i giorni; chi viene licenziato deve trovare un nuovo lavoro, e fino ad allora ha meno soldi per le spese di tutti i giorni; a chi viene congelato lo stipendio, dato che i beni aumentano invece di prezzo, in breve si troverà ad avere un minore potere di acquisto e quindi avrà meno risorse per le spese di tutti i giorni. La ripetizione non è casuale, perchè l'effetto finale è quello in tutti e tre i casi.
Nell'economia degli Stati occidentali, c'è stata una rivoluzione connaturata al consumismo. Cioè mentre una volta era la richiesta di un bene che generava la sua produzione, oggi è la produzione del bene che porta - attraverso pubblicità e promozioni varie - alla creazione di un bisogno. DI conseguenza, l'economia di un Paese va bene solo se il denaro circola, attraverso gli acquisti. Se la disponibilità economica diminuisce, l'economia rallenta. Esaminando quello che ho appena raccontato, la conseguenza dei tagli alla spesa pubblica è un rallentamento dell'economia. Allora a che serve risparmiare oggi se tra due anni il rallentamento dell'economia e la conseguente riduzione delle entrate fiscali porta un ammanco nelle casse dello Stato superiore ai tagli effettuati?
Pregiudizio il mio? Teoria campata in aria? DIrei di no, visto che abbiamo degli esempi concreti. Prendiamo la Germania: nel 2009 ha fatto una fatto una manovra finanziaria da 80 miliardi dove, a fronte di pochi tagli alla spesa pubblica, ha aumentato le tasse ai più ricchi e ai patrimoni. Il risultato? Nel 2010 il Pil crescerà di quasi il 4%, quasi il triplo della media europea.

Commenta Stampa
di Antonio Rispoli
Riproduzione riservata ©