Economia e finanza / Economia

Commenta Stampa

Affrontiamo in maniera semplice un problema complesso

Lo spread di Francia, Spagna, Italia e Grecia


Lo spread di Francia, Spagna, Italia e Grecia
17/11/2011, 12:11

Ormai è un termine che entra in tutti i TG: lo spread. Il termine di per sè non è complicato: è un termine inglese che vuol dire "divisione, distanza", ed indica la distanza tra due valori economici. Per esempio, si usa (anche se sui giornali non si legge) per indicare la differenza nel comportamento delle banche italiane, che al sud prestano i soldi ad interessi 5-6 punti percentuali più alti che al nord. Quei 5-6 punti - che strangolano e distruggono l'economia meridionale - sono uno spread.
Ma oggi lo si usa più spesso per indicare la differenza tra i titoli di Stato europei a 10 anni e quelli tedeschi. Perchè il paragone sono quelli tedeschi? Perchè la Germania è il Paese europeo con l'economia più solida e i suoi titoli di Stato sono i più stabili. Allora, vediamo il perchè ci sono tassi di interesse (e quindi spread) così differenti.

- Francia: non ha problemi di rilievo. Certo, il deficit è alto (al 2011 è previsto si fermi al 5% contro il 3% previsto dalle regole di Maastricht), ed anche il debito pubblico sta salendo e si prevede che nel 2012 supererà il livello del 90% del Pil. Ma le cose stanno migliorando: sono state fatte quest'anno due manovre economiche, finalizzate a raggiungere il pareggio di bilancio prima nel 2017 e poi nel 2016. I problemi però sono due, di quelli grossi. Il primo è il fatto che siamo vicino alle elezioni (avverranno nella primavera del 2012) e si teme che Sarkozy, in calo nei sondaggi, possa decidere di fare qualche spesa di troppo per acquisire consenso. Il secondo problema riguarda le banche francesi, che negli ultimi tempi hanno acquisito grosse quantità di titoli greci a medio e lungo termine. La paura è che, se la Grecia dichiarasse default, alla Francia non rimarrebbero che due alternative: o spendere grandi cifre per salvare le banche, allontanando il pareggio del deficit e quindi aumentando il debito pubblico; oppure lasciare che le banche se la sbrighino da sole. In questo secondo caso le banche finirebbero col richiamare i loro crediti, costringendo le imprese che hanno contratto i prestiti a restituirli e quindi a fallire, con aumento della disoccupazione e crollo delle entrate fiscali. E anche questo porterebbe ad un enorme aumento della spesa pubblica che si rifarebbe sul debito pubblico.

- Spagna: qui il problema cronico è una disoccupazione che è sempre stata altissima. Negli ultimi anni il governo Zapatero ha cercato di risolvere il problema facendo leva sull'edilizia, sperando che fungesse da volano per l'intera economia. Ma così non è stato e tutt'ora la disoccupazione, benchè sia diminuita rispetto a 5 anni fa, resta intorno al 20%. A questo si aggiunge una crescita economica molto bassa, che fa dubitare della solidità economica del Paese.

- Italia: qui i problemi si conoscono: un debito pubblico che ha superato il 120%, un deficit che il governo Berlusconi ha portato dall'1,5% al 5% del Pil in soli 18 mesi. Il tutto unito ad una crescita pari a meno di zero e destinato a rimanere nullo almeno per altri due anni. A questo si aggiunge la scarsa fiducia nel governo Berlusconi (che dovrebbe essere superata dal prossimo insediamento del governo Monti) e la disoccupazione che formalmente è all'8%, ma che in realtà, aggiungendo cassintegrati a zero ore e coloro che non cercano più lavoro, supera il 12%.

- Grecia: I problemi sono simili a quelli dell'Italia. Con due aggravanti: non hanno avuto qualcosa di equivalente ai governi di centrosinistra che hanno abbassato il deficit di oltre 150 miliardi di euro l'anno tra il 1996 e il 2001 e tra il 2006 e il 2008; e hanno un Pil che è solo il 15% di quello italiano. Questo li ha messi in una situazione di oggettiva debolezza (attaccare un Paese che ha un debito di 250 miliardi ed un Pil equivalente richiede un impegno economico molto minore che farlo con un Paese che ha un debito di 1900 miliardi e un Pil di 1400 miliardi). Cosa che li ha resi un facile obiettivo della speculazione internazionale. Aiutati anche dalle manovre obbligate dall'Ue e dall'Fmi, che hanno raso al suolo quel poco di buono che c'era: taglio degli stipendi, licenziamenti di massa, aumenti delle tasse sono le manovre applicate dal governo greco e che hanno portato la crescita a livello negativo per 4 anni consecutivi. Quando invece bisogna fare una politica di segno opposto.

Si può continuare con gli altri Paesi, ma mi fermo qua. Gli esempi servono solo per far capire come ogni Paese abbia una propria storia e subiscano degli attacchi relativi ad un particolare settore della loro economia. La risposta dell'Europa è profondondamente sbagliata. SI potrebbero eliminare gli speculatori stabilendo che ogni tanto, senza preavviso, la BCE emette titoli di STato per conto di uno degli Stati in difficoltà, a condizioni speciali. Per esempio la Grecia deve emettere 5 miliardi di titoli? Li emette la BCE a tempi lunghi (10 anni, per esempio) e con un tasso molto basso, il 2-3%. Se non vengono acquistati, li riacquista la stessa BCE (vale a dire che è lei che dà i soldi alla Grecia). In questa maniera, il Paese non vede schizzare alle stelle gli interessi sul debito, i soldi sono solo prestati (in 10 anni la Grecia può sistemare la propria economia senza ammazzarsi e quindi li può restituire) e l'interesse è garantito da un Pil che non sono i 250 miliardi della Grecia, ma i circa 6000-7000 miliardi dell'intera Unione Europea. In questa maniera, nel giro di 2 mesi gli speculatori sono ko, perchè avranno speso un sacco di soldi che non sono mai rientrati e quindi si dirigeranno verso altri lidi. Soluzione semplice, ma non utilizzate semplicemente perchè ci si appella ad un formalismo che allo stato è fuori luogo. Naturalmente questo prevederebbe un gioco pulito da parte della BCE e la difficoltà numero 1 è proprio quella.

Commenta Stampa
di Antonio Rispoli
Riproduzione riservata ©