Economia e finanza / Economia

Commenta Stampa

Marchionne, degno esempio dell'imprenditoria italiana


Marchionne, degno esempio dell'imprenditoria italiana
29/06/2012, 19:06

C'è stata una frase, tra quelle dette mercoledì dall'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, durante il suo viaggio in Cina. Oltre a definire "folkloristiche" le sentenze di un Tribunale italiano (cosa che dimostra quale rispetto abbia quell'uomo della legge; cioè meno di zero), oltre a dire che potrebbe trasferire l'intera produzione Fiat in CIna, ha aggiunto una cosa: "Non vedo perchè devo produrre in Italia, quando un operaio cinese mi costa un quinto e lavora di più".
Una frase molto significativa, perchè condensa in se tre punti fondamentali: la causa prima della crisi che stiamo vivendo, una completa ignoranza delle basi del mercato e dimostra perchè l'Italia in particolare non potrà mai crescere finchè l'attuale classe imprenditoriale non verrà eliminata e sostituita da persone intelligenti. Vediamo perchè.
Primo aspetto: è vero che un operaio cinese costa un quinto di un italiano: gli stipendi medi lordi sono sui 300 euro al mese, si arriva a 700 per gli ingegneri. E questo in cambio di giornate di lavoro che possono arrivare anche a 15-18 ore. Chiaramente da quelle parti inutile parlare di sicurezza sul lavoro o di tutele per gli operai. Si farebbero solo una grossa risata. Però quante macchine si possono comprare gli operai o gli ingegneri? La risposta è semplice: nessuna. Certo, se uno va a Shangai o a Pechino trova delle strade piene di macchine. Ma parliamo di megalopoli con milioni e milioni di cittadini. Se immaginiamo che il 3% della popolazione di un Paese può permettersi l'auto, il 3% degli abitanti italiani (poco più di 60 milioni) sono 1,8 milioni di auto; il 3% degli abitanti cinesi (1700 milioni) significa oltre 50 milioni di autovetture. Ma nessuna di loro è di operai o manovali, che invece vanno a piedi o con la bicicletta. Quindi, è vero che gli operai costano un quinto, ma il mercato delle autovetture tra di loro è zero. QUesto il signor Marchionne non lo calcola?
Decisamente no. E qua veniamo al secondo aspetto: l'assoluta incapacità imprenditoriale degli imprenditori in Italia. La cacofonia tra i due termini (imprenditoriale-imprenditori) è voluta. Infatti si può ottenere un miglioramento nelle vendite in due maniere: agendo sui prezzi oppure con l'innovazione tecnologica. Il primo metodo è il più semplice: si tagliano i costi e quindi anche i prezzi. Ma quali costi si tagliano? Non il guadagno dell'imprenditore, ovviamente; il costo per l'acquisto dellematerie prime non è nelle disponibilità dell'imprenditore. Quindi cosa resta? Semplice, il salario dei dipendenti. C'è da dire che gli imprenditori in questo campo hanno sempre avuto un grande aiuto dalla politica, che ha sempre fatto leggi poco chiare che permettessero ai datori di lavoro di vessare, taglieggiare e ricattare i dipendenti senza mai dover pagare alcuna conseguenza. In questo senso la cosiddetta legge Biagi, la Bossi-Fini per gli immigrati e in questi giorni la cancellazione di fatto dell'articolo 18 dallo Statuto dei lavoratori (perchè adesso è solo un numero privo di effetto) con la cosiddetta riforma del lavoro della Fornero, sono state solo le ultime ciliegine su una torta che viene preparata da oltre 30 anni.
Ma tagliando il salario dei dipendenti, cosa succede? Che quei lavoratori hanno una sempre minore capacità di spesa. Quindi possono comprare meno beni e servizi, provocando una contrazione delle vendite in alcuni settori. A loro volta gli imprenditori di quei settori tagliano gli stipendi ai propri dipendenti, e così via. E' questo ciclo, iniziato in Italia con l'abolizione della scala mobile (scelta fatta per limitare la crescita dell'inflazione, scaricandone l'onere e i costi solo sulle spalle dei salariati e dei pensionati), proseguito con la folle idea di non punire le speculazioni al momento del cambio tra lira ed euro e terminate con le "riforme" del lavoro e delle pensioni, che ha generato la crisi che stiamo vivendo.
E qui c'è il terzo aspetto, che è già stato esposto: è chiaro che questo atteggiamento degli imprenditori è la causa prima della crisi. Una crisi che in Italia stavamo vivendo da decenni ma che veniva nascosta, in parte con l'uso di soldi pubblici, in parte grazie al fatto che l'export andava bene. Quando nel 2008 è esplosa la crisi negli Usa e poi in Europa, le esportazioni sono andate KO e quindi è caduto l'ultimo velo e ci siamo trovati nella crisi più nera.
Quindi, come si vede, tutto quello che viene detto in TV dai politici di governo e della maggioranza è tutto falso. Lo scudo antispread, il taglio del welfare, quello delle pensioni, la precarizzazione del lavoro... nulla di questo servirà a farci crescere e ad allontanare la crisi. Anzi, la incrementano. Serve il contrario: aumentare gli stipendi, garantire ulteriormente il posto di lavoro e sanzionare con pesantissimi dazi coloro che producono all'estero prodotti che poi vengono spacciati per italiani.
E non si pensi che queste siano misure di sinistra, come ha detto qualche sciocco. Henry Ford, fondatore dell'omonima casa automobilistica, non era certo un seguace di Lenin; eppure pagava i suoi operai neoassunti il doppio del minimo di legge, offriva loro la possibilità di portare i figli piccoli nell'asilo nido interno alla fabbrica, ecc. E parliamo dell'inizio del '900, quando le lo9tte sindacali erano praticamente inesistenti. Perchè lo faceva? Non era certo un filantropo, almeno non più degli altri. Ma era un imprenditore intelligente. Capì che sfruttare semplicemente il lavoro dava una produttività bassa e che un dipendente felice era molto più produttivo. Inoltre avrebbe fatto - direttamente o indirettamente - pubblicità all'azienda. Ed infine, se doveva comprare una vettura, avrebbe più facilmente comprato una Ford. Con questi aggiustamenti Ford era in strada a chiedere la carità? decisamente no. Anzi, aveva abbastanza soldi da avere un avanzatissimo reparto ricerche, cosa che gli consentiva di stare all'avanguardia rispetto ai concorrenti. Non bisogna dimenticare che fu proprio all'inizio del '900 che venne costruita la prima auto superecologica, ad inquinamento zero. Aveva una carrozzeria ottenuta dalla canapa, trattata chimicamente e resa simile al metallo (anche se molto più compatto ed elastico, a parità di peso, delle lamiere di metallo che si usano oggi); anche gli interni erano intessuti in iuta e canapa. E la macchina usava come carburante etanolo di canapa. Una vera rivoluzione, che purtroppo non ebbe seguito. Ma significativo per indicare come si possono unire stipendi alti per i dipendenti, ricerche approfondite e guadagni elevati per l'imprenditore. Qualcuno dirà: "Ma allora non c'era la Cina che pagava gli operai un morso di pane". Assolutamente falso. Allora c'era la "Cina". Per esempio l'Italia: nel 1910 gli operai della Fiat prendevano meno di un terzo dei loro colleghi di oltre oceano. Certo, c'era meno interconnessione tra i mercati, ma c'è sempre stata una parte ricca e una povera del mondo. E non è impoverendo la parte ricca che si risolvono i problemi. Ma come sempre succede, la strada giusta richiede intelligenza, perseveranza e qualità. E sono tre cose che scarseggiano tra gli imprenditori nel nostro Paese, che sanno solamente tagliare gli stipendi, evadere il fisco e poi andare a piangere dai loro amici politici per avere aiuti pubblici per arricchirsi il più possibile.

Commenta Stampa
di Antonio Rispoli
Riproduzione riservata ©