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Rinaldini (Fiom): "Metterà in concorrenza gli stabilimenti"

Marchionne: "Non vado via". Ma in Serbia sono semi-schiavi


Marchionne: 'Non vado via'. Ma in Serbia sono semi-schiavi
18/09/2012, 14:16

TORINO - “La Fiat non vuole lasciare l’Italia”. Dopo il caos generato dall’annuncio che Fabbrica Italia, il progetto che ha fatto la fortuna americana di Marchionne, è diventato già carta straccia, l’amministratore delegato di Fiat corre ai ripari e cerca di gettare acqua sul fuoco. E lo ha fatto in un’intervista a Repubblica: “In questa situazione drammatica, io non ho parlato di esuberi, non ho proposto chiusure di stabilimenti, non ho mai detto che voglio andar via – ha detto al direttore del giornale Ezio Mauro - Non mollo. Mi impegno, ma non posso farlo da solo. Ci vuole un impegno dell'Italia”.

Intanto, però, Fabbrica Serbia è già realtà: per gli operai dello stabilimento di Kragujevac, a 140 km dalla capitale, dieci ore al giorno per quattro giorni la settimana, più straordinari non pagati sono la regola. Ma non basta. A volte, si lavora anche un giorno in più. Sempre gratis. Perché lo chiede il capo. E perché fuori la disoccupazione è un cappio che stringe: il 25 per cento dei serbi è senza lavoro. E allora il monito che campeggia sul muro della fabbrica, lo “slogan” “noi siamo quello che facciamo” suona cupo e minaccioso. Lo stipendio è da fame, 300-350 euro al mese. Questa è l’alternativa italiana, prendere o lasciare.  E allora ci si chiede se forse non abbia ragione Gianni Rinaldini, ex segretario Fiom, intervistato dal Manifesto: “Il rischio è che Marchionne metterà in concorrenza gli stabilimenti italiani. Ha sempre parlato di uno o due fabbriche da chiudere, senza aggiungere altro. Come dire: salverò il miglior offerente. Marchionne non ha mai voluto discutere con nessuno il piano industriale Fabbrica Italia, e infatti non ha mai preso impegni con nessuno. Di quel piano, si capiva subito soltanto una cosa: serviva per andare all'assalto dei diritti sindacali. Se mi date tutto, vi darò questo. Ma così non è stato”.

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di Gaia Bozza
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