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Montepaschi, ricerca competitività Italia


Montepaschi, ricerca competitività Italia
02/02/2010, 13:02


SIENA - La perdita di competitività che ha interessato le merci italiane negli anni 2000 dipende non tanto dalla “concorrenza sleale” di alcuni paesi emergenti quanto da una mancata crescita di produttività, da una scarsa innovazione e da condizioni sfavorevoli che rendono l’Italia poco “attraente” agli occhi degli investitori esteri per iniziare un’attività d’impresa. Negli anni 2000, infatti, l’Italia perde competitività proprio nei confronti dei principali competitors che appartengono alla stessa area valutaria, Germania in primis. Se l’Italia, tra il 2000 ed il 2008, avesse assistito ad un incremento di produttività così come avvenuto in Germania la sua quota di esportazioni mondiali, invece che restare invariata, sarebbe cresciuta di oltre l’1%, con un aumento di export di 78 Mld $ (pari a circa il 5% del Pil).
E’ quanto emerge dallo studio effettuato dall’Area Research & Intelligence di Banca Monte dei Paschi di Siena che ha attentamente analizzato il fattore competitività nel sistema economico italiano.
All’interno del manifatturiero però non mancano settori che sono andati in controtendenza. Tra il 2000 ed il 2008, infatti, si registrano incrementi significativi di quote di esportazione per il comparto dei metalli di base e dei prodotti in metallo (in particolare i microsettori del ferro ferroleghe ed oggetti in ferro, tubi, oggetti in rame, metalli preziosi e semilavorati), per quello dei macchinari ed apparecchi (in particolare macchine per la formatura dei metalli ed altre macchine per impieghi speciali tra cui le macchine per le cave, miniere e cantieri), per i prodotti raffinati da petrolio, per i prodotti alimentari (soprattutto prodotti a base di carne e le paste alimentari) e per quelli farmaceutici (in particolare i medicinali ed altri preparati).
Lo studio dell’Area Research&Intelligence del Gruppo Montepaschi, evidenzia come la perdita di competitività dell’Italia è imputabile a mancati aumenti di produttività. L’analisi del costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP) è evidente, non solo per il totale economia ma anche per i singoli settori. Mentre per il settore manifatturiero e per i servizi finanziari l’incremento delle retribuzioni va a colmare un ritardo che l’Italia ha nei confronti dell’Europa, le retribuzioni lorde del settore dei servizi non finanziari risultano di circa il 15% più elevate della media europea. Negli anni analizzati (2000-2008) il divario rimane evidente seppur in riduzione.
Su alcuni settori del manifatturiero la concorrenza di alcune aree emergenti è particolarmente forte a causa di caratteristiche intrinseche del settore. L’Italia, infatti, storicamente esporta beni di settori a basso contenuto tecnologico (esempio tessile e abbigliamento) risentendo della concorrenza cinese. Interessante però notare che anche in settori a più elevato contenuto tecnologico (ad esempio l’automobilistico ed il chimico) le esportazioni italiane sul totale mondiale hanno registrato incrementi trascurabili. Negli ultimi anni purtroppo il paese non è risuscito ad accrescere il suo investimento in tecnologia ed in R&S ed il ritardo con la media OCSE è divenuto ancora più evidente. Il gap italiano rimane infatti molto ampio nei confronti della media OCSE per quanto riguarda l’innovazione, la ricerca, l’uso di internet, etc. Tra il 2000 ed il 2008 mentre l’UE-27 aumenta la propria quota di mercato delle esportazioni manifatturiere, malgrado la concorrenza cinese, l’Italia ne subisce una riduzione.
L’Italia oltre ad aver perso competitività nel manifatturiero, è svantaggiata rispetto agli altri paesi europei nella capacità di attrarre investimenti diretti all’estero. I ritardi italiani rispetto a paesi quali Francia e Germania che emergono dai dati di Doing Business della Banca Mondiale sono evidenti: l’Italia ha forti ritardi nell’attuazione dei contratti e nella pressione fiscale per le imprese. L’incidenza delle tasse per un impresa è molto elevata rispetto ai principali competitors (il 68% dei profitti prima delle imposte, contro il 44,5% della media europea). Pesa sul dato un’eccessiva tassazione del lavoro che copre il 43% dell’incidenza totale.

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di Redazione
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