Economia e finanza / Economia

Commenta Stampa

Orafi responsabilita` sociale impresa


Orafi responsabilita` sociale impresa
28/10/2013, 17:14

Il settore orafo ha una grande tradizione nel nostro Paese e anchenell’area napoletana.
L’oreficeria, fin dai tempi dell’antica Pompei, ha rappresentato un punto di forza dell’artigianato di questo territorio.
Il Borgo Orefici risale al Basso Medioevo, ai tempi di Carlo II d’Angiò, allorché fu costituita la corporazione degli orafi.
Pur essendo famosa in tutto il mondo, con testimonianze impareggiabili come il Tesoro di San Gennaro, la nostra arte, anche in epoca moderna, non è riuscita a raggiungere livelli di internazionalizzazione adeguati.
Oggi la vera sfida, in epoca di globalizzazione, è di superare questo limite. Ma l’ostacolo può essere saltato solo se si aumenta la dimensione media delle imprese.
O se si fanno reti d’impresa. Insomma, bisogna fare massa critica, perché solo così si economizzano i costi, si mettono insieme le competenze e si riesce a fornire un’offerta adeguata per compratori importanti come quelli che ad esempio si possono trovare nei paesi arabi o in quelli di nuove industrializzazione, come l’Estremo Oriente.
In questo quadro diventa più agevole realizzare anche discorsi di responsabilità sociale d’impresa(RSI).
Questo è un tema molto importante per il settore orafo. Si pensi ad esempio alla differenza tra quei Compro Oro che ignorano le regole basilari del settore, come ad esempio l’annotazione delle operazioni di acquisto nell’apposito registro di pubblica sicurezza, e gli operatori professionali che rispettano la legge.
Come è noto, c’è un progetto di leggeche speriamo possa essere portato a compimento con la nuova legislatura e che prevede tra l’altro la costituzione di nuovi appositi registri dei Compro Oro presso le Camere di commercio.
Credo che, al di là delle leggi, le stesse associazioni di settore potrebbero farsi carico di promuovere sistemi di certificazioni che garantiscano i cittadini riguardo alla professionalità di coloro a cui si preparano a vendere i loro gioielli. Un fenomeno che, purtroppo, si è molto incrementato in questi tempi di crisi.
Anche questo sarebbe un esempio di responsabilità sociale delle imprese del settore. Sono anzi convinto che è proprio su questa strada, cioè quella che coinvolga gli organismi di rappresentanza, che si possano promuovere iniziative interessanti.
Un altro esempio? La formazione dei giovani. Se vogliamo evitare che il patrimonio dell’arte orafa vada a disperdersi e a declinare, soprattutto in un’area di piccole imprese come quella napoletana, dobbiamo motivare le nuove generazioni.
Penso a forme di sostegno istituzionale che supportino le imprese che si dedichino seriamente a questa funzione.
Per poter assicurare che le risorseeventualmente stanziate ad esempio a livello regionale siano utilizzate effettivamente per la formazione,potrebbero essere costituiti degli organismi di certificazione bilaterali, imprese-sindacati.
Il risultato sarebbe di promuovere lavoro artigianale d’eccellenza, qualificare la nostra forza lavoro, dare lavoro ai giovani, garantire la qualità dei processi formativi.
La frontiera della RSI nel mondo dell’oreficeria e della gioielleria ha segnato in tempi abbastanza recenti delle tappe importanti.
Nel maggio 2012 il Ministero dello Sviluppo Economico, ConfindustriaFederorafi e il Responsible JewelleryCouncil (RJC) hanno sottoscritto un Memorandum d’Intesa al fine dicooperare nello sviluppo di progetticongiunti finalizzati a migliorare le pratiche sociali, ambientali e lavorative nel settore gioiellieroitaliano.L’obiettivo prioritario è diffondere i principi della responsabilitàd’impresa.
Il Responsible Jewellery Councilfornirà un sostegno concreto alle aziende gioielliere italiane che desiderano aderire alle pratiche di commercio responsabile attraverso i suoi standard di certificazione: la Certificazione RJC per i diamanti, l’oro e i platinoidi e la Certificazione sulla Catena di Custodia per l’oro e i platinoidi.
Si cerca così di porre un freno alla circolazione di oro e pietre veicolate in dispregio a qualsiasi norma militare e civile. La certificazione del RJC rassicura i consumatori sulla provenienza di pietre e metallo prezioso dei prodotti comprati, nel sono che sono stati estratti e lavorati nel rispetto di norme elementari.
La diffusione del concetto di gioiello etico ha anche una valenza economica,proprio perché gli acquirenti sono sempre più consapevoli ed esigenti su questi problemi.
Garantire la fonte, la qualità e l’integrità dei prodotti assicura una maggiore leva competitiva per le imprese nazionali.
Uno strumento importante è la tracciabilità. Con l’introduzione di sistemi di tracciabilità, di un gioiello si può conoscere sempre la provenienza, le tecniche produttive, così come i vari passaggi effettuatiper trasformare l’iniziale materia prima in un prodotto finito.
La possibilità di poter essere informato su queste caratteristiche diun gioiello acquistato e indossato è un valore aggiunto, che finisce per accrescere la qualità dello stesso prodotto.
Certificazione e tracciabilità, in tal senso, sono due fattori complementari.
Un percorso similare è già avvenuto nell’ambito dell’impresa diamantifera. Il World Diamond Council ha infattidato impulso al varo, fin dall’anno 2000 a Kimberley, una celebre area mineraria del Sud Africa, del Kimberley Process. Si tratta di unsistema di controllo e di certificazione nato per contrastare il commercio illegale delle gemme e che è nato dalla collaborazione di governi, industrie, banche e altri intermediari finanziari. (Fonte: Lepre Group)

Commenta Stampa
di Redazione
Riproduzione riservata ©