Economia e finanza / Economia

Commenta Stampa

Perchè conviene credere all'utopia di Confindustria


Perchè conviene credere all'utopia di Confindustria
02/12/2013, 11:02

E’ possibile mobilitare in cinque anni risorse aggiuntive per 316 miliardi di euro? E’ realistico pensare di aumentare il prodotto interno lordo del Paese negli stessi cinque anni di 156 miliardi, al netto dell’inflazione? Viaggiando a ritmi di crescita medi del 3% all’anno? Si può chiedere alla classe politica italiana di effettuare riforme che in un breve arco di tempo abbattano il costo dell’energia, inducano i lavoratori a lavorare 40 ore in più all’anno purché pagate il doppio, riducano il peso del fisco sulle imprese, riorganizzino il sistema degli incentivi, rendano finalmente efficiente la nostra pubblica amministrazione?
Questo e tanto altro è richiesto nel documento “Progetto Confindustria per l’Italia: crescere si può, si deve”. Un carico da novanta di proposte rivolte a chi si candida a governare lo Stivale per il prossimo lustro.  Per Squinzi & C. non si tratta di un libro dei sogni, ma di un disegno complessivo di politica economica attuabile, a condizione che venga accettato nel suo insieme e non per singoli capitoli. Occorre dare una scossa al Paese, ma per agire è necessaria una volontà politica determinata, non più condizionata come in passato dal desiderio di accontentare tutti e non scontentare nessuno, finendo poi per risultare immobile.
Nulla ci è vietato, dicono gli imprenditori, anche perché la realtà cambia, anche se non lo vogliamo. E come dargli torto, quando ricordano che, nell’illusione di fermare il tempo e nella tendenza a compiacere le varie clientele, i nostri governanti hanno avviato il declino, segnalato da alcuni indicatori basilari dell’economia? Dal 2007 la produzione industriale ha perso il 25%, il tasso di disoccupazione è raddoppiato, il reddito per abitante è tornato ai livelli del 1997. Altro che fermarsi, qui si è innescata la marcia indietro!
Ed è vero che la recessione internazionale che ha caratterizzato le economie di buona parte dell’occidente ha pesato e non poco, ma è altrettanto vero che l’Italia, già di per sé in crisi di competitività, ha pagato e sta pagando un prezzo doppio. Né per invertire il trend è sufficiente la cura Monti, almeno finché non sia affiancata da una politica territoriale e industriale che rilanci la crescita.
Ecco, il bivio cui siamo arrivati porta alle due direttrici: crescita o declino. Forse, anzi quasi certamente, non è possibile sposare in pieno le tesi di Confindustria. Forse c’è bisogno di una sintesi costruttiva che, senza paralizzare le decisioni, faccia emergere, tuteli e valorizzi anche altri interessi della società civile. Forse quella di Squinzi è un’utopia. Ma, al punto in cui siamo, guai a chiamarla così! (di Giovanni Lepre)

Commenta Stampa
di Redazione
Riproduzione riservata ©