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QUALE FUTURO PER IL LIBRO VERDE


QUALE FUTURO PER IL LIBRO VERDE
03/11/2008, 07:11

Il Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, ha avviato una consultazione pubblica su di un documento propedeutico alla pubblicazione di un Libro bianco sul futuro del modello sociale da applicare nel nostro paese.

La preziosa ed importante esperienza già realizzata attraverso il personale contributo alla consultazione internazionale promossa sul Libro verde della Commissione europea “Modernizzare il diritto del lavoro per rispondere alle sfide del XXI secolo” (http://ec.europa.eu/employment_social/labour_law/green_paper_responses_en.htm#8; vedi: Italian labour lawyers group), m’induce ad intervenire (anche) rispetto al non meno pretenzioso Libro verde di Sacconi che, in appena 24 pagine, compendia la sua idea de “La vita buona nella società attiva”!

Rinviando al suddetto sito i lettori che ritenessero opportuno approfondire l’esito della (ben più ampia e qualificata) consultazione internazionale, anticipo che, in questa sede, rispetto al libro di casa nostra, limiterò le mie considerazioni alle questioni che attengono, in particolare, al mercato del lavoro.

Alcuni elementi di carattere complessivo vanno, però rilevati.

L’elaborato del Ministro Sacconi è ridondante di buonismo ed enfasi. Non si spiegano altrimenti i reiterati richiami alla necessità di “fare comunità” attraverso la (abusata) famiglia, il volontariato e l’associazionismo; sino a riscoprire le parrocchie, le farmacie e, perché no, i carabinieri, quali luoghi relazionali e di servizio!

Naturalmente, non manca la retorica. Sono ricorrenti espressioni quali: “vita buona”, “alleanza strategica tra imprenditori e lavoratori”, “complicità tra capitale e lavoro”, “virtuosa alleanza tra mercato e solidarietà”.

Certo, ci si ritrova nell’ormai annoso (e logoro) richiamo all’esigenza di riforma del sistema degli “ammortizzatori sociali” e nel riconoscimento dell’urgenza d’interventi finalizzati al contrasto della “povertà assoluta”; è meno condivisibile l’assordante silenzio relativo alle modalità attraverso le quali tali provvedimenti andrebbero finanziati.

Non meno preoccupante è l’insistenza con la quale si lascia chiaramente intendere che l’attuale “spesa sociale” - sebbene insufficiente, quand’anche male utilizzata - non sarà incrementata. Tra l’altro, è addirittura inquietante che il Ministro (più volte) sostenga l’esigenza di sviluppare forme di assicurazioni private (confesso la mia malafede, ma il mio pensiero va subito a Mediolanum) per “implementare gli ammortizzatori sociali”, nonché ridurre, nel caso delle pensioni (ancora?) e della sanità, la dimensione del pilastro pubblico!

Già questo dà il senso del documento presentato lo scorso 25 luglio.

In questo senso, non conforta ricordare che l’autore di questo (più modesto) Libro verde fu co-autore di un altro testo non meno discusso e controverso; il famoso (o famigerato) Libro bianco dell’ottobre 2001.

Passando alle questioni che più interessano il mercato del lavoro, è opportuno evidenziare che, a mio parere, il nuovo libro non contiene alcuna eclatante novità rispetto al già noto “Sacconi - pensiero”.

Infatti, come già rilevato in altra occasione ( http://www.eguaglianzaeliberta.it/; vedi: “Le controriformine di Sacconi”), persiste la mal-celata animosità nei confronti della maggiore tra le Organizzazioni Sindacali Confederali e si ripetono gli “ammiccamenti” nei confronti delle altre.

Affermare, infatti, che “le parti sociali sono chiamate a riprogettare, in chiave cooperativa e maggiormente partecipativa il sistema delle relazioni industriali” e riproporsi come paladino degli Enti bilaterali quali soggetti coinvolti (anche) nelle funzioni di collocamento dei lavoratori, sono solo due (chiari) esempi di quanto impegno il ministro Sacconi continui a dedicare al tentativo di “spaccare” l’azione unitaria di CGIL,CISL ed UIL e istituzionalizzare la pratica degli “accordi separati”.

Nel merito delle questioni, si assiste in sostanza, alla riproposizione di slogan già noti e, purtroppo, (già) tradotti in provvedimenti affatto condivisibili.

In questo senso, è opportuno ricordare che già lo scorso 19 giugno, attraverso un altro pomposo documento: “Liberare il lavoro”, il ministro aveva anticipato i contenuti di un decreto legge (25 giugno 2008, nr. 112 convertito nella legge 6 agosto 2008, nr. 133) che avrebbe avviato quello che lui dichiara essere “un processo di semplificazione e deregolamentazione delle regole di gestione dei rapporti di lavoro”.

E’ seguendo questa logica - in virtù della quale ha proceduto, per esempio, all’abrogazione della legge 188/2007, che rappresentava un concreto tentativo per cercare di arginare la vergognosa pratica delle “dimissioni anticipate” (formalmente presentate contestualmente alla lettera di assunzione), nonché dei commi 1173 e 1174, dell’art. 1, della legge 296/2006, che prevedevano i gli indici di congruità” in quei settori in cui risultavano particolarmente elevati i livelli di violazione delle norme in materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori - che attraverso il Libro verde Sacconi si chiede e “suggerisce” se non sia giunta l’ora di guardare alla stabilità del posto di lavoro basata su competenze e formazione continua piuttosto che su norme di legge!

Al contempo, come condividere una moderna politica sociale nella quale i rapporti di lavoro dovrebbero essere regolati in termini meno formali (leggi e contratti, immagino) e più sostanziali (accordi tra le due parti, evidentemente)?

In estrema sintesi: come conciliare la tutela delle condizioni di vita e dignità dei lavoratori - in un Paese che, tra l’altro, assiste in modo quasi impassibile a oltre mille morti all’anno nei luoghi di lavoro - con il rispetto delle leggi e della legalità in un contesto sociale nel quale dovesse prevalere una logica (cara al nostro Ministro del lavoro) secondo la quale si ritiene opportuno l’abbattimento “dei disincentivi normativi al lavoro regolare”, delle “imponenti stratificazioni normative” e della “strumentazione giuridica (Statuto dei lavoratori?) ereditata”?

Dovremmo, evidentemente, essere disponibili a immaginare un Sindacato Confederale disposto a una vera e propria mutazione genetica collettiva!

 

*Coordinatore del Dipartimento Politiche Attive del Lavoro della Cgil Campania.

 

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di Renato Fioretti
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