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L'occidente che deve cambiare per non sparire

Quando il "libero mercato" diventa schiavitù obbligatoria

Come curare gli squilibri devastanti del capitalismo

Quando il 'libero mercato' diventa schiavitù obbligatoria
15/03/2011, 21:03

L'altro giorno ho passato l'intera mattinata con un pensiero fisso nella testa: lo stipendio annuale di Adriano Leite Ribeiro; ex calciatore (ed ex campione) meglio conosciuto con il semplice nome di Adriano. Il ragazzone che sfiora il metro e novanta, dopo qualche stagione esaltante nel Parma e nell'Inter, è praticamente sparito dalla cronaca dei fenomeni e delle "promesse".
La Roma, durante la scorsa campagna acquisti, ha vanamente tentato di rilanciarlo nel calcio italiano e, per farlo, nonostante i debiti schiaccianti, è stata disposta ad assicurargli uno stipendio pari a 3 milioni di euro l'anno.
Ora, anche per chi non segue il calcio, sarà molto eloquente un dato: il "caro" Adriano, durante questa stagione, praticamente non ha giocato; limitandosi a qualche sporadico allenamento, a qualche comparsata e a qualche piagnisteo dovuto a "depressione". Per fare tutto questo, l'oramai ex calciatore classe 82, ha percepito 3 milioni di euro. 
A questo punto la prima domanda che sorge spontanea è: cosa si potrebbe fare di utile alla collettività con 3 milioni di euro? Segue a ruota: quanti posti di lavoro si potrebbero creare? A questo punto, i "geni del capitalismo", lanceranno l'immancabile osservazione-cantilena:"Questo è il libero mercato e, in tale sistema, ognuno è appunto libero di spendere ed investire i suoi soldi come meglio crede".
Questo assioma, assurdo quanto incredibilmente radicato nel sentire e nel pensare comune, rende per la maggior parte delle persone tollerabile l'immagine del "classico" bimbo africano con le mosche negli occhi ed il pancione contrapposta a quella dello sceicco con la sua Audi A8 in argento o, nel nostro caso specifico, a quella del calciatore viziato e strapagato che guadagna milioni giocando alla Playstation in una camera d'albergo poichè "troppo depresso" per partecipare agli allenamenti.
Per quanto ancora l'idea di produrre meno, lavorare meno, consumare meno ma vivere di più verrà vista come una sorta di bestemmia? Probabilmente fin quando al cosiddetto ceto medio occidentale, che rappresenta un numero enorme di persone, non rimarrà così poco da far salire a livelli dignitosi la percezione dell'enorme squilibrio sociale e del quotidiano ladrocinio messo in pratica da un ristrettissimo numero di individui senz'anima. Al momento, tale ipotesi, sembra lontana o comunque relegata a quelli che vengono definiti "stati in via di sviluppo". Peccato che, molti dei paesi ricchi come ad esempio l'Italia, rappresentino inconfutabilmente ed in maniera sempre più marcata dei veri e propri "stati in via di sottosviluppo".
La formula standard è semplice quanto autodistruttiva: tagli al welfare, aumento indiscriminato dei "lavori a provvigione" che non prevedono stipendi fissi ma solo premi in denaro commisurati  "ai risultati economici garantiti all'azienda", incremento della pressione fiscale che affianca quello del debito pubblico, rafforzamento dei meccanismi castali attraverso il controllo dei concorsi pubblici e delle carriere nelle Pa, invecchiamento pauroso della popolazione ed emigrazione altrettanto elevata dei più giovani. Gli impenditori brianzoli fieri dei propri turni da 15 ore al giorno e dei propri "danè", però, potranno crogiolarsi nel proprio miope, provinciale e stolto orgoglio autoctono ancora per poco. Il cambiamento, radicale e repentino, arriverà molto prima di quanto si possa (o non si abbia il coraggio di) immaginare.
I segnali ci sono, sono parecchi e impossibili da non percepire. Chi ora gestisce ricchezza e potere (politici, petrolieri e lobbysti di varia risma) farà tutto ciò che il ladro incallito fa quando sa di essere alla fine della sua "carriera": trafugare il più possibile in un delirio d'avidità ed egoismo materialista senza precedenti. Prepararci ad un cambiamento culturale necessario ed alla fine del capitalismo come lo conosciamo è dunque doveroso, oltre che saggio. La speranza è che le nuove generazioni imparino prima possibile che, gratificazioni morali ed etiche, valgono infinitamente di più di quelle economiche. Una società popolata da individui moralmente (e non moralisticamente) sensibili, è una società più giusta ed equilibrata. E' soprattutto una società possibile; molto più pragmatica e concretamente realizzabile di quanto i cinici gerentocrati arraffoni si sforzino da anni di farci credere.

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di Germano Milite
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