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Un "editoriale partecipativo" per leggere insieme il mondo

Quando il "Mercato globale" è più forte di ogni rivoluzione

Perchè oggi è così difficile cambiare lo status quo?

Quando il 'Mercato globale' è più forte di ogni rivoluzione
12/10/2011, 12:10

Oramai è chiaro anche agli osservatori meno attenti: alla fine degli anni 60, c’erano molti meno motivi per protestare, rivoluzionare, rivendicare e pretendere il cambiamento dello status quo. In più, a quell’epoca, per favorire e velocizzare comunicazione ed mobilitazione collettiva, non esistevano pc superveloci, telefoni cellulari con processore dual core, internet, web 2.0 (facebook, twitter ecc). Nel 2011, una società occidentale sempre più derubata dei propri diritti fondamentali e del proprio futuro, risulta di fatto del tutto incapace anche solo di emulare in maniera maldestra quei giovani e meno giovani sessantottini che riuscirono a bloccare il cosiddetto “sistema” e ad ottenere riforme che, oggi, appaiono addirittura fin troppo cautelative e deresponsabilizzanti.
Ma come mai accade, o meglio non accade nulla? Prezzi della benzina sempre più elevati (nonostante il costo per barile sia decisamente basso rispetto agli anni passati), tassazione schiacciante, welfare ridotto a brandelli, precariato lavorativo oramai a livelli sistemici e drammatici, 35enni brillanti e gran lavoratori che sono costretti a vivere ancora in casa dei propri genitori; un’università stuprata, caotica e sempre più svestita del suo ruolo di eccellenza culturale e di occasione per il riscatto sociale. Tutto questo scempio, a parte manifestazioni momentanee e talvolta patetiche e tendopoli permanenti, sembra comunque non essere ancora abbastanza forte per unire un numero considerevole di persone e spingerle non tanto alla rivolta confusa e cieca ma alla proposizione di alternative credibili.
A parte la grande miopia di chi si illude che occupando una banca si colpiscano i grandi speculatori e non i piccoli e piccolissimi risparmiatori, non sembra restare molto nel campo di battaglia dei rivoluzionari e degli “indignati”. Il nodo principale di questa immobilità quasi assoluta del mondo un tempo benestante, deve probabilmente ritrovarsi in quel tanto nominato ma sempre poco compreso “mercato globale”.
Da anni oramai esiste questa sorta di entità sovrasociale, sovrapolitica e persino sovrannaturale che annichilisce e schiavizza tutto e tutti; persino interi stati. E’ palese, difatti, che non esiste più la dialettica ben collaudata e semplice del servo contro il padrone; dell’operaio contro il datore di lavoro o dello studente contro il ministro dell’Istruzione. Ognuno di questi soggetti, alla fine, si ritrova schiacciato, limitato e frastornato dal cosiddetto “mercato globale” e dalle maglie quasi del tutto inestricabili dell’organizzazione mondiale dell’economia.
Poi, ogni tanto, qualche guru presuntuoso ed improvvisato decide di puntare il dito verso una finta luna; raccogliendo qualche imbecille convinto di non essere tale solo perché guarda quel satellite farlocco e non il dito dell’impostore. E così l’origine e la fine di tutti i mali vengono sintetizzati ai limiti del grottesco in un unico aspetto; che sia esso il signoraggio, il nwo, le prostitute con le quali si intrattiene Silvio Berlusconi, l’avidità degli speculatori finanziari e l’arroganza delle banche (da “okkupare”). Ognuno scopre uno scampolo di verità relativa e la assolutizza a dogma incrollabile dal quale partire (munito di opportuni paraocchi) e verso il quale terminare il proprio percorso di cambiamento socio-economico.
Il punto, però, è proprio questa isterica ed ottusa rinuncia della complessità dell’epoca attuale. Una rinuncia cognitiva che rende così miopi da non comprendere che, nel mondo globalizzato, non bastano nemmeno 2-3-4 o 10 milioni di persone per fare la rivoluzione. Addirittura ci si rende conto che, l’intera Europa, per operare scelte fondamentali in termini economici, politici e sociali, deve per forza fare i conti con il resto del mercato occidentale e con quello oramai non più solo emergente dell’Asia.
I prezzi dei pomodori nel Messico, tanto per fare un esempio banalissimo, influenzano quelli dei pomodori negli Usa e viceversa. Tutto è infinitamente complesso e collegato e non può essere mutato con scelte “di pancia” o con slanci populisti e privi di un barlume di programmaticità alternativa. Per questo anche gli Indignados, così ferventi e con una bozza di programma in tasca, non sono riusciti ad ottenere nulla se non un po’ di visibilità mediatica all’inizio del loro percorso di protesta generalizzata. La bambinesca pretesa di una società perfetta e priva del minimo squilibrio, pare dunque essere l’unico rifugio possibile per evitare di affrontare i problemi contemporanei con sguardo lucido, competente, realista ma non cinico e rassegnato. Qual è dunque la soluzione? Chi scrive si sentirebbe infinitamente borioso ed altrettanto ridicolo nell’affermare di conoscerla e di essere certo della sua efficacia.
E per questo che, la prima insignificante “rivoluzione”, la vorrei proporre con questo editoriale. Scrivete voi il finale del pezzo. Scrivete voi la “chiusura” con le vostre proposte, le vostre idee, i vostri dubbi e le vostre alternative possibili. Occorre partecipazione reale e perpetua per tentare di comprendere come e cosa cambiare in questo mondo confuso e spesso paradossale. L’epoca del “ghe pensi mi” è terminata da tempo sia per i politici, sia per i giornalisti, sia per gli opinionisti; sia, ovviamente, per qualsiasi altro uomo esistente al mondo.

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di Germano Milite
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