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Quanto sono realistici i dati sulla disoccupazione?


Quanto sono realistici i dati sulla disoccupazione?
01/05/2012, 15:05

Uno dei problemi che si sta attraversando in questo periodo, dal punto di vista economico, è quello della disoccupazione. E' in aumento in molti Paesi: in Italia ormai sfiora il 10% (dato ufficiale; quello reale è molto più alto), in Spagna è addirittura vicino al 25%.
Ma il dato sulla disoccupazione è reale? E anche se lo è, quanto conta? Separiamo le due domande. Il dato sulla disoccupazione quasi mai è reale. Infatti di solito vengono considerati sullo stesso piano i lavoratori a tempo indeterminato e i precari, i manager e gli operai, ecc. Ma se il dato dell'occupazione viene preso solo per fare statistica, allora va bene, tanto è un numero. Se invece viene preso perchè su di esso ci si deve basare per stabilire le politiche economiche di un Paese, allora così come viene preso è sbagliato.
E qui veniamo alla seconda domanda: quanto conta? Se viene visto nella giusta ottica, conta tanto. Perchè è chiaro che se uno è disoccupato, non può partecipare allo sviluppo economico del Paese. Uno sviluppo che, nella società odierna, è strettamente legato al consumismo. Ma si può "consumare" solo se hai i soldi per farlo. Se hai uno stipendio da fame perchè lavori in nero o perchè hai un contratto da precario, la partecipazione al consumismo è minima: si bada a comprare l'essenziale e si rimanda tutto il resto. Per questo sarebbe importante differenziare le varie posizioni. Attualmente in Italia ci sono circa 6 milioni di precari e oltre 10 milioni di persone che guadagnano meno di 1500 euro al mese. Significa che quasi la metà della forza lavoro è formata da persone che devono pensare a mettere insieme il pranzo con la cena e non hanno i soldi per fare altro. E poi ci si stupisce se c'è la crisi? Perchè considerazioni simili si possono fare anche per gli Usa e per altri Paesi. Certo, c'è qualche eccezione. In Europa per esempio, quei Paesi dove gli stipendi sono alti e il welfare robusto, hanno risentito poco o nulla della crisi. Il riferimento è alla Germania e ai Paesi scandinavi.
Per far capire, basta considerare che verso la fine di novembre del 2011, il governo norvegese fu tempestato di e-mail che chiedevano la stessa cosa. Lavoro? maggiori stipendi? sussidi? No. Chiedevano che venissero importate grandi quantità di burro perchè la società che ha di fatto il monopolio sul prodotto aveva sbagliato le stime sulla produzione e in tutto il Paese il burro scarseggiava. Trattandosi di un alimento di base della dieta locale, soprattutto per quanto riguarda i dolci (ed eravamo a poche settimane da Natale), la popolazione norvegese chiedeva che ce ne fosse a disposizione a sufficienza. La notizia può anche trarre un sorriso, che sparisce subito se si valuta che questo significa che i norvegesi non hanno preoccupazioni più pressanti. E perchè dovrebbero? Uno stipendio di 2000 euro al mese netto in quel Paese non è eccezionale. E se anche uno viene licenziato, per i successivi quattro anni è garantito dallo Stato, dato che riceve dal 70 al 90% dell'ultimo stipendio per i successivi 4 anni. Nel frattempo è lo Stato che gli cerca un lavoro, magari facenbdogli fare un corso di aggiornamento o di apprendimento se deve fare un lavoro diverso da quello che ha lasciato. Quindi è sicuro, nessuno gli impedisce di spendere quello che ha.
Viceversa se quello che conta è solo il dato disoccupazione, ci sono due esempi che si possono scegliere, di Paesi in piena occupazione. Il primo è la Germania nazista: tra il 1936 e il 1939 tra coloro che venivano arruolati e coloro che erano impegnati nei tanti progetti di sviluppo infrastrutturale (pochi ricordano che gran parte del moderno sistema autostradale tedesco venne costruito tra il 1932 e il 1940), la disoccupazione era scesa sotto lo zero. Tanto che i migliori lavoratori erano contesi dalle aziende, alla perenne ricerca di manodopera, a suon di aumenti paga e di benefit; cosa a cui il regime nazista mise fine con l'introduzione del libretto del lavoro, che rendeva molto difficile il cambio di datore di lavoro. Il secondo modello è l'Impero romano: tutti coloro che non lavoravano, finivano col diventare schiavi, e quindi comunque la disoccupazione era a zero.
Certo, in entrambi i casi la soddisfazione dei lavoratori non era così grande: uno schiavo aveva solo di che mangiare e dormire; e sotto il nazismo, gli stipendi vennero tenuti artificialmente bassi, per permettere alle aziende di avere grandi margini di guadagno che in buona parte venivano poi dati al governo, tramite l'associazione industriali guidata dal magnate tedesco Krupp.
Il punto è che da entrambe le situazioni sono passati un bel po' di anni. E nel frattempo c'è stata una generazione che ha lottato per conquistaree diritti che, con la scusa della necessità economica, vengono sistematicamente soppressi. A meno che qualcuno non si ribelli. Giusto?

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di Antonio Rispoli
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