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Rapporto Imprese e competitività. Segnali di ripresa


Rapporto Imprese e competitività. Segnali di ripresa
09/11/2011, 12:11

Le imprese meridionali risentono della crisi, ma non mancano segnali di ripresa e tendenze virtuose nei servizi, ed in particolare nel settore Ict. Migliora il profilo di qualificazione e specializzazione del capitale umano, chiaro indizio di una strategia di recupero di competitività strutturale. Aumenta la consapevolezza del potenziale competitivo delle reti d’impresa e si ricorre sempre più a forme innovative di cooperazione. Sono alcune delle indicazioni contenute nel Rapporto 2011 Impresa e Competitività, realizzato congiuntamente da Obi, l’Osservatorio Banche - Imprese di Economia e Finanza e Srm, Studi e Ricerche per il Mezzogiorno.
Giunto alla sua quarta edizione, sarà presentato domani, 10 novembre a Roma alle ore 10, presso la sala riunioni di Palazzo Cornaro in via della Stamperia 8, con il patrocinio del ministro per i Rapporti con le Regioni e per la Coesione Territoriale, Raffaele Fitto, che concluderà i lavori.
Ne discuteranno, coordinati dal vice direttore del Tg1, Gennaro Sangiuliano, Michele Matarrese e Antonio Corvino, presidente e direttore generale dell’Obi, Massimo Deandreis, direttore generale di Srm, Giovanni Alfredo Barbieri, direttore della Direzione centrale delle statistiche economiche strutturali sulle imprese e le istituzioni, del commercio con l'estero e dei prezzi al consumo dell’Istat, Adriano Giannola, presidente della Svimez, Daniele Marini, direttore scientifico della Fondazione Nord Est, Paolo Savona, presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. Concluderà i lavori.
Il Rapporto analizza gli aspetti strutturali dei sistemi produttivi delle 8 regioni del Mezzogiorno: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia (le analisi relative alla regione Sicilia sono state curate dalla Fondazione Angelo Curella di Palermo). L’indagine, come di consueto, è stata realizzata su un campione rappresentativo di 4.200 imprese operanti nei settori del manifatturiero, delle costruzioni e dei servizi ICT e turistico-ricettivi. Il risultato è un bilancio quali-quantitativo ottenuto sulla base delle nove variabili centrali per l’attività delle imprese (fatturato, portafoglio ordini, capacità produttiva, scorte, occupazione, finanza, investimenti, esportazioni e accesso al credito), e integrato da informazioni riguardanti i processi di aggregazione tra imprese, il livello professionale e l’impegno per il miglioramento della formazione dell’organico aziendale.
"Il Rapporto − commenta Massimo Deandreis − sottolinea con forza la necessità di definire strategie di sviluppo del Paese che poggino sulle tre “i” innovazione, internazionalizzazione e infrastrutture, insieme al perseguimento di una adeguata politica di aggregazione da parte delle imprese e di un’incisiva strategia delle istituzioni rivolta alla valorizzazione del Made in Italy. È questa la ricetta su cui puntare ora e per il futuro per un nuovo e duraturo sviluppo del Mezzogiorno, territorio che può realmente essere il traino dell’economia italiana anche e soprattutto in questo momento non facile per l’economia nazionale".
"I risultati di quest’anno − evidenzia Antonio Corvino − ci mostrano un quadro di notevole difficoltà, da parte dell’economia meridionale, nell’agganciare la sia pur debole ripresa manifestatasi a livello nazionale ed europeo nel 2010, e previsioni, per il 2011, di un ulteriore rallentamento nella capacità di implementazione di investimenti nel miglioramento dei fattori strutturali della competitività dal lato dell’offerta: innovazione, qualità, capacità di penetrazione sui mercati internazionali. Il ritardo competitivo dei sistemi produttivi delle regioni del Mezzogiorno, sintetizzato dall’andamento insoddisfacente della produttività totale dei fattori, deriva da una insufficiente attivazione della leva degli investimenti".
Ciò richiama, aggiunge il dg dell'Obi, la perdurante difficoltà nei rapporti fra banche ed imprese resa ancor più difficile dalla svalutazione del patrimonio delle banche detenuto sotto forma di attività finanziarie, e dai nuovi vincoli di Basilea 3 sul Tier 1, il sottodimensionamento e la sottocapitalizzazione di ampie fasce del tessuto produttivo meridionale, la difficoltà nel gestire investimenti mirati al rilancio della competitività strutturale, a sua volta legata a modelli di governance aziendale non sempre efficaci, ed a un livello di qualificazione del capitale umano non all’altezza delle esigenze delle imprese “di avanguardia”. L’inversione di una simile tendenza all’ampliamento dei divari competitivi passa per il tramite di una attenta selezione, nelle decisioni di politica economica, dei settori e dei territori dotati di vantaggi competitivi relativi (agroindustria, turismo, logistica, green economy, creatività e cultura) e nel potenziamento dei fattori trasversali della competitività, con priorità sulla crescita dimensionale e l’aggregazione di rete, sulla qualificazione del capitale umano e sulla creazione di un consistente fondo di garanzia pubblico, unico per tutte le imprese del Mezzogiorno, in luogo di singoli piccoli fondi regionali.
Il quadro che emerge dal Rapporto, per l’economia meridionale, è quello di un andamento di mercato che, nel 2010, risulta essere diffusamente negativo, risentendo della persistenza di una domanda finale ancora debole, specie sul mercato nazionale, con effetti negativi sui livelli produttivi, e dunque anche occupazionali. Solo in settori caratterizzati da una certa rigidità rispetto al ciclo economico generale, come l’industria alimentare o la chimica di base, si notano miglioramenti diffusi dei risultati di mercato delle imprese. Molto negativo è invece l’andamento della filiera delle costruzioni, così come anche per i settori tradizionali di consumo, come il tessile e l’industria del legno. Nei servizi, ed in particolare nel turismo, le cose sembrano essere andate lievemente meglio, con percentuali superiori al 40% di imprese che sono riuscite a mantenere i livelli di fatturato stabili rispetto al 2009 (che comunque, vale ricordarlo, è stato un anno negativo), anche se si registrano cambiamenti strutturali preoccupanti in prospettiva: prevale il turismo nazionale, e spesso quello di mera prossimità, sul più redditizio turismo internazionale, e la vacanza breve, anche se più frequente nell’anno, rispetto alla vacanza lunga. Più in generale, il grado di internazionalizzazione dei sistemi produttivi meridionali manifesta tendenze regressive: le imprese meridionali esportatrici, che nel 2008 erano più del 32% del totale, e fatturavano all’estero quasi il 30% del loro giro d’affari, nel 2011 sono il 29%, e producono solo il 28% del loro fatturato sui mercati internazionali.
Peraltro, le previsioni per il 2011 delle imprese scontano la prosecuzione di una fase di difficoltà finanziaria, che non potrà che deprimere gli investimenti e il recupero del gap nell’adozione del “nuovo paradigma competitivo”.
Le piccole imprese che rappresentano oltre il 96% del tessuto produttivo meridionale, strette fra vincoli finanziari e patrimoniali, mercati di riferimento localistici, modelli di governance spesso non adatti a supportare uno sviluppo basato su innovazione e competenze, nel 2010, sono quelle che evidenziano i risultati economici peggiori, mentre l’impresa medio-grande ha un potere di mercato tale da consentirle una tenuta anche in condizioni in cui il ciclo economico non riparte in modo deciso.
Sul versante territoriale, notevole preoccupazioni suscitano le tendenze manifestate dalle economie regionali della Campania, della Sicilia e, in misura minore, di Puglia e Basilicata, mentre l’Abruzzo, nonostante risenta ancora dei postumi del sisma, manifesta segnali di maggior dinamismo.
Certamente l’ambiente entro il quale le imprese meridionali operano non le favorisce affatto. La farraginosità di una pubblica amministrazione i cui tempi e costi sono incompatibili con le esigenze della competizione, le difficoltà di un sistema bancario su cui si scaricano i difficili equilibri finanziari, nazionali e internazionali, con conseguenze penalizzanti nel sistema delle imprese in termini di tassi, oltre che di accesso al credito, rendono più difficile la ripresa produttiva e degli investimenti. D’altro canto, il sistema universitario e della ricerca pubblica continua a evidenziare problemi di scarsa attitudine alla collaborazione con il sistema produttivo. Le risorse destinate alla formazione professionale, che dovrebbero essere il volano di una riqualificazione richiesta dal lato della domanda di lavoro, latitano. Oscilla tra circa il 50% ed il 59%, la percentuale delle imprese che non hanno effettuato nessun tipo di investimento nella formazione nell’anno in corso.
Sul versante delle strategie aziendali, è ancora insufficiente la capacità di superare i vincoli dimensionali tramite la costituzione di reti di impresa, o di reti fra imprese ed altri soggetti locali dello sviluppo. Infatti, il 79,2% delle imprese manifatturiere meridionali operano in completo isolamento, nonostante i grandi sforzi che si stanno facendo per promuovere l’aggregazione in rete come forma di crescita dimensionale che preserva l’autonomia della governance delle singole realtà imprenditoriali.
Nell’ambito delle problematiche, contingenti e strutturali, che interessano i sistemi produttivi del Mezzogiorno l’indagine coglie alcuni segnali moderatamente positivi.
Per quanto riguarda i segnali moderatamente positivi si evidenzia una lieve ripresa del livello di utilizzazione degli impianti (che passa dal 65% del 2009 al 70% circa nel 2010) e quindi un rallentamento del calo della base occupazionale, che per il 2011 dovrebbe manifestare segnali di una certa tendenza alla stabilizzazione Tali miglioramenti nei livelli produttivi avvengono però ancora in presenza di risultati di mercato in peggioramento (anche se il degrado è meno rapido rispetto al 2009). Si evidenziano poi segnali di cambiamento del paradigma competitivo aziendale: 1) un upgrading qualitativo degli organici aziendali specie nelle imprese manifatturiere (tra le imprese che hanno aumentato l’organico, il 2,8% ha incrementato il numero di dirigenti mentre solo l’1,3% i quadri ed il saldo rispetto alle imprese che hanno ridotto il personale è nettamente a favore della prima categoria); discorso analogo per gli operai specializzati categoria ampliata da ben il 57,4% delle imprese che hanno incrementato l’organico, mentre il dato si ferma al 33,7% per gli operai comuni; 2) c’è un nucleo di imprese (quelle con dimensione maggiore e quelle che si aggregano in reti di imprese) che presentano una maggior propensione ad investire (rispettivamente il 35,2% per le imprese manifatturiere con oltre 250 addetti ed il 33,5% per le imprese che adottano forme di collaborazione, valori decisamente superiore alla media campionaria – circa 22% -); 3) ad una riduzione della percentuale di imprese manifatturiere che si mettono in rete con altri soggetti (dall’8,6% del 2010 al 6% del 2011), corrisponde un incremento della quota di esse che ricorre a forme più innovative di cooperazione, quale ad esempio il contratto di rete ex legge 33 del 2009 (6,7% nel 2011 rispetto a 4,8% nel 2010); inoltre sempre più imprese ricorrono alla rete per scopi che vanno oltre quelli puramente commerciali quali ad esempio la formazione del personale, ricerca e sviluppo e l’acquisto di servizi in comune.
La riduzione della propensione ad investire e dell’incidenza della spesa per investimenti sul fatturato (passate, per le imprese manifatturiere, rispettivamente da circa il 29% nel 2009 al 22% nel 2010 e dal 18,4% a circa il 16%) rappresenta la principale nota dolente del rapporto, in quanto emerge con chiarezza che le imprese che nel 2010 hanno investito sono anche quelle che presentano i risultati migliori in termini di fatturato (che è mediamente aumentato del 2,8%) e di tenuta dell’organico (anche in questo caso la variazione è stata leggermente positiva e pari a +0,5%). La speranza è che i segnali di cambiamento del paradigma competitivo di cui sopra non si limitino a piccole porzioni di imprese ma che si estendano a tutto il tessuto produttivo. A tal fine appare necessaria una politica economica maggiormente selettiva, e basata sull’identificazione di priorità settoriali/territoriali, laddove esistano effettivi vantaggi competitivi relativi (agricoltura e agroindustria, territorio e turismo, logistica, green economy, cultura e creatività, accanto alle eccellenze del vecchio Tac e alle eccellenze del manifatturiero più avanzato, come il metalmeccanico, l’aerospaziale, il petrolchimico, etc.) e maggiormente orientata sui fattori trasversali ed ambientali della competitività complessiva: crescita dimensionale e maggior associazionismo di rete, ammodernamento della pubblica amministrazione, maggior coinvolgimento di mercato del sistema della ricerca pubblica, riqualificazione complessiva del sistema educativo e formativo, in funzione dei fabbisogni di capitale umano delle imprese, ad iniziare da quelle di avanguardia, che investono in innovazione, internazionalizzazione e qualità.

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di Redazione
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