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UE ed USA due ricette diverse per uscire dalla crisi


UE ed USA due ricette diverse per uscire dalla crisi
14/03/2009, 07:03

La crisi finanziaria internazionale viene fronteggiata con ‘ricette’ di diverso segno da Stati Uniti ed Europa. In effetti, la ‘matrice’ economica è la stessa, ossia la dottrina monetarista, eppur tuttavia le declinazioni sono molto diverse. Infatti, il vincolo del bilancio e la politica fiscale ‘austera’ – pilastri della teoria neoliberista – trovano piena applicazione solamente in Europa, dove i dettami del “monetarismo fiscale” di Brunner e Meltzer sono stati formalizzati nei “parametri” del Trattato di Maastricht, nel “Patto di Stabilità e Crescita”, oltre che ‘costituzionalizzati’ nel Trattato UE, all’articolo 105 che recita: “l’obiettivo principale” della Banca Centrale Europea e del Sistema Europeo delle Banche Centrali è quello del “mantenimento della stabilità dei prezzi”. Chiaramente l’obiettivo della stabilità si persegue con politiche monetarie e di bilancio molto stringenti ed operanti nel senso del rallentamento del ciclo economico così come dimostra l’applicazione storica di queste ‘ricette’; negli Stati Uniti di Ronald Reagan, la riduzione dell’inflazione da più del 13% a meno del 3% - realizzata grazie alla politica della Fed guidata da Paul Volcker – fu, tuttavia, pagata con fenomeni di vera e propria “deindustrializzazione” e di disoccupazione esponenziale.


 

La crescita, nello schema europeo, dovrebbe essere una conseguenza ‘naturale’ della stabilizzazione. Tuttavia, l’Europa è stata caratterizzata da tassi di crescita molto risicati e risibili se paragonati a quelli degli Stati Uniti, Giappone, Russia e, soprattutto, di Paesi come Cina e India. Inoltre, il modello economico europeo si è dimostrato ‘rigido’ ed incapace di ‘dare risposte’ adeguate alle variazioni del ciclo economico. Scarsa anche la capacità di agire unitariamente, o quanto meno in modo adeguatamente sincronizzato per fronteggiare shock economici simmetrici, come quello che la sta riguardando attualmente. Si è assistito all’elaborazione di piani nazionali mal coordinati, diversi per oggetto dell’intervento e per ammontare dello stesso, con la conseguenza di ottenere risultati molto più modesti sul piano dell’efficacia. Non si è dato risposta a nodi cruciali come, ad esempio, la necessità di maggiori poteri di vigilanza delle autorità monetarie europee, oppure i rimedi proposti nel caso di banche transfrontaliere e, quindi, non rientranti nell’ambito di applicazione dei piani nazionali. Inoltre sono emersi fenomeni preoccupanti di protezionismo a danno dei principi che sono alla base del mercato comune: libertà di circolazione del capitale (Francia: con il ‘colegamento’ degli aiuti all’impegno da parte dell’azienda dell’auto di non delocalizzare gli impianti, ma di mantenerli nel territorio nazionale) e libertà di circolazione dei lavoratori (Inghilterra: protesta degli operai inglesi rispetto all’assegnazione di un appalto ad un’impresa italiana).


 

Con queste considerazioni non si vuole certo sminuire l’importanza che lo ‘scudo’ europeo ha avuto nel mantenere la stabilità dei prezzi nel periodo di generale e prolungato aumento del costo delle materie prime; né si omette di considerare l’importanza che, sui conti pubblici e privati, ha avuto la stabilizzazione dei tassi d’interesse, ben più bassi rispetto alla situazione che vigeva alla vigilia del processo d’integrazione europea. Tuttavia, appare non adeguata l’‘ossessione’ per il controllo dell’inflazione anche in periodi di recessione in cui il rischio concreto è l’opposto e cioè una drammatica deflazione. I comunicati mensili della Bce – ultimo il bollettino di marzo – fanno riferimento a fenomeni di disinflazione e non di deflazione che rendono necessario, dunque, non abbassare la guardia e continuare a considerare il controllo dei prezzi come obiettivo unico delle politiche nazionali, che dovranno – secondo le argomentazioni della banca centrale – caratterizzarsi nel senso del controllo della spesa pubblica e del rispetto del vincolo di bilancio. Insomma, Trichet tiene ferma la barra.


 

Dall’altra parte dell’oceano le autorità politiche e monetarie propendono per un più deciso ed aggressivo intervento del pubblico nell’economia e per una sospensione delle proprietà taumaturgiche del mercato. E’ stato di recente approvato lo Stimulus Package Explained, un pacchetto di aiuti pari ad oltre 700 miliardi di dollari che punta molto sul sociale: sostegno all’istruzione per quasi 50 miliardi, all’edilizia sociale, riforma del sistema sanitario, e poi aiuti al settore dell’auto, soprattutto per gli investimenti ‘verdi’. Questi interventi rappresentano, si potrebbe dire, una derivata storica della teoria keynesiana ed un abbandono (temporaneo?) di quelle neoliberiste. Certamente, l’incremento del deficit primario e del debito pubblico non potranno continuare per lunghi periodi – il rischio di una grave inflazione è molto più che un’ipotesi, così come i problemi sul piano valutario -, eppur tuttavia gli Stati Uniti dimostrano di avere un’architettura economica molto più plastica rispetto a quella europea: al ripiano del deficit e del debito si provvederà successivamente, quando la crisi – si spera – sarà ormai alle spalle.


 

Su piano propriamente finanziario si discute, con opinioni diverse, su bad bank o nazionalizzazione: la prima opzione è ritenuta preferibile da parte del Secretary of the Treasury, Timothy Geithner; la seconda viene considerata, temporaneamente, ‘inevitabile’ da Larry Summers, direttore del National Economic Counsil. Il primo consigliere economico del presidente così si espresso: «l’idea che l’economia si stabilizza da sola è i genere giusta, ma è sbagliata qualche volta in un secolo. E ora siamo in uno di questi casi…con l’urgenza di una straordinaria azione della mano pubblica» (Fonte: Il Sole 24 Ore del 13 marzo 2009, p. 6).


 

L’ex leggendario Governatore della Fed, il già citato Paul Volcker, ha, intanto, riproposto un ritorno al Glass-Steagall Act del 1933 che impediva alle banche che raccoglievano depositi di effettuare operazioni a rischio sui mercati finanziari.


 

Si studiano, insomma, soluzioni, si cerca di interpretare la crisi e di individuare le vie d’uscita, evitando di assecondare il tracollo dell’economia reale ed agendo per la trasformazione della struttura industriale, in modo tale da ‘non perdere terreno’ rispetto ai Paesi più dinamici. L’Unione Europea e, più marcatamente, l’eurozona dovrebbe sforzarsi di introdurre elementi di dinamismo nello schema sempre costante della stabilità monetaria, se non vuole trovarsi ancora più indietro all’uscita del tunnel della recessione.


In conclusione, di fronte ad una crisi di dimensioni drammatiche – soltanto nel mercato dei derivati non quotati in borsa, si conta un volume di 547 mila miliardi di dollari, un’enormità rispetto ai poco più 40 mila miliardi di dollari costituenti il Pil mondiale – occorre più innovazione, flessibilità e, soprattutto, coraggio.


 

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di Raffaele Pirozzi
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