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Un gruppo di ricercatori rilancia il dibattito sul "Mezzogiorno"


Un gruppo di ricercatori rilancia il dibattito sul 'Mezzogiorno'
28/02/2009, 08:02

 

UN GRUPPO DI GIOVANI RICERCATORI RILANCIA IL DIBATTITO SUL “MEZZOGIORNO”.

di Amedeo Lepore

Un confronto sul Mezzogiorno dai caratteri nuovi e promettenti, così appare l’avvio dell’iniziativa promossa dal gruppo di giovani ricercatori. Va apprezzato la scelta di parlare esplicitamente di “questione meridionale” - un termine ormai desueto -, al di fuori del conformismo consolidato di chi considera un vecchio armamentario culturale e politico la consapevolezza dell’esistenza del dualismo italiano, rappresentato dall’arretratezza del Sud. Inoltre, va sottolineata positivamente l’intenzione di riprendere a svolgere “analisi dei problemi”, alle quali “affiancare la proposizione di visioni generali, o la valutazione di soluzioni praticabili”. Infatti, nel corso di questi anni, si è affermata una concezione del Mezzogiorno, che, anziché poggiare sul merito delle ricerche e dei contenuti, ha preferito impiegare gli slogan, gli argomenti ideologici o, al massimo, le interpretazioni soggettive della realtà, avulse dai dati di fatto concreti. La ripresa di una riflessione fondata su indagini attente e scrupolose sarebbe già il segno di un approccio metodologico convincente. I promotori dell’iniziativa, però, non si limitano ad un’impostazione dei problemi, ma propongono - come ha confermato la vivacità del primo confronto, svoltosi tra due testimonial sulle tematiche riguardanti l’evoluzione delle regioni meridionali - alcune prime valutazioni, che si pongono decisamente “fuori dal coro” del neoconformismo meridionalista. La ricostruzione del dibattito dell’ultimo ventennio parte da premesse coraggiose. In particolare, quando si mette in discussione il ritorno alle radici ataviche del Sud, alla chiusura nell’angusto orizzonte “meridiano”, che, di fronte all’idea di una competizione con le aree più avanzate dell’occidente, ha trovato rifugio nel passato più lontano e rassicurante del Mediterraneo e in una visione bucolica del Mezzogiorno. Anche il localismo meridionale - che ha assunto le multiformi espressioni della “rivoluzione politica”, incarnata dalla stagione dei sindaci, o dell’esistenza di una varietà di “Mezzogiorni”, caratterizzati dalla diversità dei loro gradi di sviluppo, o, ancora, dell’abolizione definitiva della “questione meridionale” e con essa dello stesso spazio geografico, storico ed economico del Sud - si presenta, nella ricerca che si intende avviare, come un terreno estremamente arretrato. Questa scelta, rovinosa per i territori meridionali, è stata ampiamente sovrastata dal fenomeno della globalizzazione, oltre che dal fallimento delle politiche autoctone successive all’intervento straordinario. Infatti, un’analisi non influenzata dalle mode del momento e volta, invece, a promuovere una svolta effettiva per il Mezzogiorno, dovrebbe riconoscere, perlomeno a grandi linee, che gli interventi più significativi per la riduzione del divario sono stati le leggi speciali per Napoli e per il Sud, volute da Nitti all’inizio del Novecento, e l’opera migliore della Cassa per il Mezzogiorno, impostata da Saraceno subito dopo la seconda guerra mondiale. Oggi non si può pensare di riprendere puramente e semplicemente il “nuovo meridionalismo” delle origini. Tuttavia, di quell’insegnamento resta il metodo e l’ispirazione fondamentale, raccolta, del resto, nell’attuale versione dell’art. 119 della Costituzione, che indica una politica nazionale, con risorse aggiuntive e interventi speciali, come la strada per affrontare il problema dello sviluppo dell’area meridionale. Il Mezzogiorno può essere il terreno di un nuovo intervento “sistemico”, in grado di orientare una politica di tipo macroeconomico, per il riequilibrio produttivo e la coesione nazionale, guardando, al tempo stesso, alla necessità di rendere competitiva la struttura meridionale, attraverso la crescita di nuove forme di mercato. Per l’avvio di questa nuova fase del meridionalismo è indispensabile una classe dirigente innovativa - capace di parlare a tutto il paese -, di cui vi sono, per ora, solo flebili tracce. Così come, bisogna respingere un’idea solo mitologica dei rapporti di produzione e di scambio, specie nell’attuale periodo di crisi. A questo proposito, si possono suggerire alcuni ingredienti, per l’inizio di una riflessione costruttiva. Il Sud ha bisogno di attrarre investimenti dall’esterno, per riprendere il processo di accumulazione e rinvigorire le iniziative innovative presenti nei suoi territori. Il Mezzogiorno deve essere interessato da una politica delle infrastrutture, delle reti e della logistica, per consentirgli di affrontare rapidamente la concorrenza, all’interno del Mediterraneo, delle coste nordafricane, che si stanno fortemente modernizzando in termini di portualità e di sistemi autostradali. L’area meridionale può puntare, anziché sui settori tradizionali, su una risorsa in cui è in grado di eccellere, come l’economia della conoscenza, a patto che questa vocazione sia sostenuta da una strategia nazionale e comunitaria. C’è da augurarsi che gli incontri promossi da thinkthanks, tenendo fede alle aspettative, provino a sviluppare questi ed altri temi, aggiungendo un “quarto d’ora”, o anche qualche tempo in più, al dibattito sul futuro del Mezzogiorno.


 



 

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di Raffaele Pirozzi
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