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1994-2014: come è cambiata l'economia in questi 20 anni?


1994-2014: come è cambiata l'economia in questi 20 anni?
18/12/2013, 13:40

Spesso, quando si ha a che fare con coloro che propongono l'uscita dall'euro come soluzione per tutti i mali economici dell'Italia, l'argomento conseguente è che la svalutazione di una moneta nazionale darebbe lo stimolo decisivo alla nostra economia, grazie ad un aumento delle esportazioni. E qualcuno con una memoria migliore va a prendere una argomentazione, riproposta più volte anche dal professor Bagnai: quando ci fu la crisi valutaria del 1992, dopo l'uscita della lira dallo SME e la conseguente svalutazione, le esportazioni aumentarono notevolmente per due o tre anni, per poi cominciare a scendere - pur mantenendosi sopra il livello del 1992. 
Ma nessuno di coloro che propongono questa soluzione, fanno una valutazione: la situazione di adesso è uguale a quella del 1992? Chi conosce la storia, sa che il principale errore che condannò la Francia e l'Inghilterra ad una pesante sconfitta durante la fase iniziale della Seconda Guerra Mondiale era l'attitudine sbagliata dei generali, i quali non facevano altro che rifarsi alle esperienze della Prima Guerra Mondiale, da loro combattuta in trincea. Per cui si aspettavano un attacco militare formato da ondate di soldati a piedi, accompagnati da un enorme cannoneggiamento, prima di combattimenti che di solito finivano in un corpo a corpo nelle trincee. Quando i tedeschi invece attaccarono con piccole ma veloci unità di carri armati, i generali non riuscirono ad opporre una difesa degna di questo nome. Un esempio famoso è la discussione che tenne un generale francese con l'ambasciatore statunitense, pochi mesi prima dell'inizio della guerra. La Germania faceva pressione sulla Polonia e minacciava un intervento militare. Il generale francese disse che non era preoccupato perchè i polacchi avrebbe resistito almeno 6 mesi e l'esercito francese li avrebbe aiutati aggirando la Germania dal mare o da sud. Per la cronaca, l'esercito polacco venne travolto in due settimane e in tre la Polonia era stata spartita tra Germania e URSS. 
Lo stesso genere di errore è fatto da Bagnai e dai suoi epigoni: tra il 1994 (la crisi valutaria fu nel 1992, ma la riscossa economica iniziò solo tra la fine del 1993 e l'inizio del 1994) ed oggi c'è un abisso di differenza. Le due situazioni non sono paragonabili. 
Nel 1994 le esportazioni italiane erano basate essenzialmente su prodotti che tecnicamente vengono definiti "a basso valore aggiunto". Parliamo di vestiti, calzature, mobili... tutti prodotti che possono essere fatti da personale a bassa specializzazione e con bassa tecnologia. Prodotti che sono più o meno appetibili, di solito, in base al prezzo. E il prezzo viene dato quasi completamente dai costi per il personale e il trasporto. Con questi prodotti, una svalutazione è importante: consente di rendere più conveniente il bene venduto. 
Anche oggi il grosso della nostra esportazione è fatta degli stessi prodotti di 20 anni fa, prodotti che oggettivamente godrebbero di qualche vantaggio nell'avere un prezzo più basso. Ma la differenza è che oggi abbiamo due concorrenti che 20 anni fa non c'erano: India e Cina. E, per quanto possiamo svalutare la moneta, non rusciremo mai ad andare sotto i prezzi praticati dai cinesi, a meno di non adottare le stesse loro regole sul posto di lavoro: turni di 15-16 ore al giorno, per sette giorni alla settimana e 365 giorni all'anno, senza tutele, senza sicurezza e senza ferie o malattia. Il tutto in cambio di stipendi nell'ordine di 3-400 euro al mese. E' questo che si vuole per i lavoratori italiani? Tornare ai ritmi di lavoro del 1700? Magari mandando i bambini a lavorare in miniera o a cucire i palloni? 
In questa situazione, abbassare il prezzo aiuta molto poco. Anche perchè c'è il contraltare: la svalutazione aumenta le importazioni; il che è molto deleterio per un Paese come il nostro, dato che aumenta i prezzi. E quindi, poichè gli stipendi non possono essere aumentati (altrimenti gli imprenditori perdono tutto il vantaggio ricavato dalla svalutazione), la gente si impoverisce. Il che è l'ultima cosa che serve, visti gli ultimi dati Istat, che parlano di 20 milioni di italiani tra poveri e quasi poveri (cioè persone che non possono affrontare senza difficoltà una spesa imprevista di 700 euro). 
Quindi la strada da scegliere è diversa. Ed è intuitivo capire quale: bisogna far crescere sia il mercato interno che le esportazioni. Per ottenere il primo risultato, non c'è altra soluzione che aumentare gli stipendi dei dipendenti: in questa maniera si aumenta la disponibilità economica della massa, cosa che permette alle aziende di aumentare le vendite e quindi i guadagni; premessa necessaria per ottenere un aumento dell'occupazione. Per le esportazioni bisogna prendere esempio da chi esporta. Per esempio, perchè la Germania da sola è tra i primi Paesi esportatori al mondo? Perchè i suoi prodotti sono di alta qualità, anche se il prezzo è elevato. Dire, per esempio: "Ho comprato una Mercedes" è un vanto, sia che ti trovi in Germania che negli Usa che in Cina. E non solo per avere lo stemma dell'elica a tre punte, ma perchè si tratta di una macchina solida, affidabile e che durerà. Insomma, c'è dell'alta qualità che è apprezzata nel mondo. Una cosa che riguarda anche l'Italia, per alcuni settori: per esempio la Fiat sta scomparendo dal mercato, ma la Ferrari ha aumentato le vendite. Anche qui la differenza la fa la qualità: la Ferrari è un'auto di lusso, ma è anche un'auto di qualità. E quindi è molto ricercata anche all'estero. 
E la stessa cosa va fatta per tutti gli altri settori. Purtroppo siamo in arretrato in media di 20 anni, grazie all'immobilismo della classe imprenditoriale italiana, rappresentata da Confindustria. E quindi è necessaria una misura drastica. Bisognerebbe far morire, lentamente ma senza pietà, tutte le industrie oggi presenti legate al passato; e nello stesso tempo liberare lo spazio per quegli imprenditori che invece punteranno sull'alta tecnologia e su altri settori di alta qualità. 
Purtroppo queste valutazioni non sono solo accademiche. Perchè non sono solo i Bagnai di turno a fare questo errore, ma tutti gli economisti conosciuti. Italiani o stranieri, professori universitari o premni Nobel, tutti quelli che parlano di economia parlano sempre di tagliare i costi tagliando gli stipendi dei lavoratori e riducendo le loro tutele. Non c'è al mondo economista di peso che non sostenga queste misure. Peccato che in realtà queste misure, ovunque sono state applicate hanno sempre aumentato la situazione di crisi. Ma hanno anche aumentato a dismisura la ricchezza di chi già era molto ricco. E sono queste persone che controllano il governo, non i poveracci che non riescono a mettere insieme un pranzo con una cena. 

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di Antonio Rispoli
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