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A chi giova se l'Italia esce dall'euro?


A chi giova se l'Italia esce dall'euro?
21/01/2013, 15:02

Sono sempre più le persone che dichiarano che per uscire dalla crisi dobbiamo uscire dall'euro. Già in altri editoriali ho spiegato quanto dannoso sarebbe per gli italiani se venisse presa questa strada (e la maggior parte dei problemi ci sarebbero anche se l'euro venisse cancellato senza che noi ci prendiamo la responsabilità di uscirne). 
Adesso vediamo ad un'altra domanda: cui prodest, come dicevano i latini? Ovvero, a chi giova se l'Italia uscisse dall'euro? O se addirittura l'euro fosse eliminato? La risposta di molti sarebbe la Germania. Ma sarebbe la risposta sbagliata. Infatti, grazie alla presenza dell'Italia, della SPagna, della Grecia e del Portogallo, la Germania può contare su una moneta (appunto l'euro) forte ma non troppo. E' stato calcolato che se l'euro venisse tolto da mezzo e la Germania reintroducesse una sua moneta, essa si apprezzerebbe almeno del 30% rispetto all'euro. E questo porterebbe un crollo del Pil tedesco, per un blocco delle esportazioni, valutato intorno al 20% nei successivi cinque anni. E' chiaro che una eventualità del genere a Berlino viene vista con terrore: la Germania cresce ogni anno grazie alla somma tra una forte domanda interna e una forte domanda esterna; se una delle due crolla, sono problemi seri. 
In realtà i primi a guadagnarci sono gli Usa. Lì - anche se quasi nessun giornale ne parla esplicitamente - le cose sono abbastanza tragiche. Innanzitutto perchè i problemi che hanno causato la crisi non sono stati rimossi: persiste una forte percentuale di poveri tra coloro che lavorano, la domanda interna non cresce e gli squilibri economici interni permangono. A questi problemi di economia interna, si aggiungono quelli legati al dollaro e al debito pubblico. Il dollaro debole in teoria dovrebbe favorire le esportazioni, ma non c'è stato alcun incremento significativo in questo settore. In compenso il debito pubblico sta salendo a velocità sempre maggiore, avendo raggiounto i 16.500 miliardi di dollari, il 115% del Pil (solo due anni fa raggiungeva il 100%del Pil). Ma c'è una cosa, che pochi sanno. Secondo le leggi statunitensi, quando vengono emessi titoli di Stato, deve essere emessa una corrispondente quantità di banconote. Questo significa che sono in circolazione 16.500 miliardi di dollari in banconote. Fino a 20 anni fa, la cosa sarebbe stata accolta con un sorriso: la maggior parte dei Paesi aveva cospicue riserve del biglietto verde. In parte perchè il dollaro faceva parte delle monete forti e quindi ogni Banca Centrale ne aveva una certa quantità. Basti pensare che nel 2007 la sola Bank of China aveva nei propri forzieri banconote e titoli statunitensi per 8000 miliardi di dollari. Ma opggi non è più così. L'apparizione dell'euro ha spinto molti Paesi a ridurre i propri impieghi in dollari e ad aumentare quelli in euro. Sempre per far riferimento alla CIna, oggi ha riserve per meno di 1000 miliardi, in dollari. Il resto sono euro e yuan, dato che la loro moneta è considerata anche al di fuori del Paese. Inoltre molti Paesi hanno smesso di usare dollari per gli acquisti internazionali: Iran, Brasile, Venezuela, Bolivia, molti Paesi africani e del Sud Est asiatico. Inoltre gli stessi Paesi europei, ovviamente. Se mettiamop tutti insieme, parliamo di Paesi che hanno una popolazione di oltre un miliardo di persone. Ed un Pil di svariate migliaia di miliardi di dollari. Togliendo la CIna, togliendo tutti questi Paesi, sono sempre meno i Paesi che usano i dollari. Il risultato è che si sono accumulati nei caveau delle banche americane. Che però sono ai limiti. Non materialmente (non ci sono depositi alla Zio Paperone pieni fino all'orlo di monete e banconote), ma la sostanza è quella. Quindi gli Usa se non riescono a ridurre molto rapidamente il debito pubblico, rischiano di trovarsi costretti a far corcolare quelle banconote nel Paese, creando quella "inflazione da stampa" che farebbe schizzare alle stelle i prezzi dei beni e sottoterra il valore del dollaro sui mercati internazionali. Con tutte le gravi conseguenze che si possono immaginare, quando  il prezzo del pane raddoppia tra la mattina e la sera dello stesso giorno. 
Un altro gruppo che troverebbero una grossa fonte di guadagno sono gli speculatori internazionali, in particolare le banche e i fondi ad esse collegati. Per loro avere tante monete instabili al posto di una stabile permetterebbe di aumentare le speculazioni e le occasioni di guadagno. Per fare un esempio, nel 1992, quando scatenarono una gigantesca tempesta monetaria che alla fine distrusse lo SME, gli speculatori attaccarono contemporaneamente le valure dei vari Paesi e i titoli di Stato; e poterono agire sulla lira italiana, la dracma greca, la peseta spagnola, l'escudo portoghese, e così via. Nel 2011 hanno potuto colpire solo i titoli di Stato, trovandosi nella situazione di dover impegnare più soldi per avere minori guadagni (anche se poi hanno recuperato usando molti più derivati). 
Per il resto, non ci sono altre grandi enità che potrebbero guadagnarci dalla distruzione dell'euro o dall'uscita dell'Italia dall'euro. Ma gli Usa già costituiscono da soli una entità sufficientemente grande. 

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di Antonio Rispoli
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