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Abbassare le tasse sul lavoro? Un aiuto ai ricchi imprenditori


Abbassare le tasse sul lavoro? Un aiuto ai ricchi imprenditori
27/10/2012, 15:21

Sempre più spesso si sentono il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi o i membri del governo (ma anche dei partiti in Parlamento) rilanciare l'ipotesi di avviare la ripresa economica del Paese abbassando il cuneo fiscale. Con questo termine si intende la differenza che esiste tra quello che una società paga come lordo per lo stipendio di un dipendente e quello che lo stesso dipendente incassa. 
Si tratta di una iniziativa che già prese il governo Prodi tra il 2006 e il 2008: abbassò il cuneo fiscale di cinque punti. Ma quale fu l'esito? Che ai lavoratori restarono in media una ventina di euro al mese in più in tasca, una sciocchezza. Si può abbassare ancora il cuneo fiscale? Con estrema difficoltà. Infatti una parte può essere toccata solo a danno del lavoratore. CIrca il 33% dello stipendio viene versato all'Inps e costituisce il monte pensione. COn le modifiche di legge apportate negli ultimi decenni, le pensioni già sono state ridotte, per chi ha oggi meno di 40 anni, al livello delle pensioni sociali o poco più. Ridurre questa quota, significa assicurare ai bassi redditi la fame più nera. Idem dicasi per la quota di stipendio che viene accantonata dall'azienda per il trattamento di fine rapporto (TFR o liqudiazione). Ridurla, significa dare meno soldi in futuro al lavoratore. Senza considerare che le prime a strillare in questo caso sarebbero proprio le aziende che, come è noto, abusano di questa somma usandola per autofinanziarsi, anzichè usare i soldi - come prevederebbe la legge - in maniera che l'insieme degli accantonamenti sia al sicuro da eventuali rovesci nella gestione aziendale. 
Quindi cosa rimane del cuneo fiscale? Ben poco. E non è dando altri 10 o 20 euro al mese ad un dipendente e migliaia di euro al mese alle aziende che si aiuta l'economia. Bisogna aumentare notevolmente gli stipendi e le pensioni più basse e rendere anti-economico usare il lavoro precario. E quando dico "notevolmente", parlo di cifre intorno ai 200-300 euro al mese. Cioè quanto basta per coprire la perdita di potere di acquisto che gli stipendi hanno avuto negli ultimi 20 anni e che hanno fatto crollare la domanda interna. Perchè è quella la chiave per uscire dalla crisi e ridare ossigeno al nostro Paese: far crescere la domanda interna, riavviando il piccolo commercio, che poi farà crescere il resto. Una strada semplice. Ma che non verrà presa nè da questo governo nè dal successivo. Significherebbe far crescere il Paese, migliorare la condizione dei cittadini, sistemare i conti pubblici. E soprattutto impedirebbe di svendere il patrimonio pubblico del Paese, come questo governo vuole fare, appoggiato dal Pdl, dall'Udc e dai renziani del Pd. 

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di Antonio Rispoli
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