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Alitalia: un malato che continua ad agonizzare


Alitalia: un malato che continua ad agonizzare
14/11/2013, 14:08

Oggi c'è stata l'ultima novità (che poi non era una novità) sulla vicenda Alitalia: AirFrance non parteciperà all'aumento di capitale, l'ultima mossa creata dalla compagnia per non fallire. Ma comunque Alitalia è condannata: le entrate sono molto basse, nonostante le tariffe siano tra le più alte del mercato; le uscite al contrario sono troppo alte. 
Il problema non nasce oggi, come è noto, ha radici antiche. Ma finchè era una compagnia di bandiera in una Italia protezionistica, andava bene: era l'unica società aerea, non aveva concorrenti e poteva mettere i prezzi che voleva. Ma quando si è cominciato a liberalizzare il settore, con l'arrivo delle compagnie low cost, sono cominciati i guai: il confronto qualità prezzo di Alitalia era molto inferiore a quello delle altre compagnie aeree. E questo ha portato ad un progressivo indebitamento della società. Anche perchè qui si ripropone il solito problema dell'Italia: l'assoluta mancanza di imprenditori degni di questo nome. Se a questo aggiungiamo che i vari presidenti di Alitalia sono stati scelti tra coloro che erano più ammanigliati con i partiti (Cimoli, ne è un esempio eclatante), si capisce come sia andato tutto sottosopra. 
A questo si aggiungono una serie di scelte che definire poco sagge è un eufemismo. Che senso ha costruire tanti aeroporti al nord, dove ce n'è uno per provincia, e quasi nessuno al sud? Così si crea un ammassarsi di voli al nord, dove comunque coloro che possono prenderli sono una quantità limitata, mentre il sud è poco servito. Quindi pochi introiti al sud, che potrebbero essere aumentati; e tante spese al nord, che potrebbero essere diminuite. L'esempio più evidente di quanto dico è l'aeroporto di Malpensa, una delle solite idee fatte col sedere dai nostri governanti. Un aeroporto costruito in mezzo al nulla, costosissimo (la zona era paludosa, quindi si sono spese ingenti somme per costruire una piattaforma sotterranea) e mal servito dalle infrastrutture, nonostante siano poi stati spesi altre decine di miliardi di euro per raddoppiare a 4 corsie l'autostrada che porta lì e potenziare le linee ferroviarie. E alla fine per ottenere cosa? Un aeroporto comunque sottoutilizzato, rispetto al suo potenziale, anche per la presenza dell'aeroporto milanese di Linate. 
Ed infine, tra i vari guai di Alitalia, c'è stato l'ultimo casino, creato da Berlusconi nel 2008. Cerchiamo di ricostruire la vicenda. Che inizia nel 2006, quando il governo Prodi dà il via ad una procedura di vendita della compagnia di bandiera. Una procedura molto trasparente: un bando di concorso internazionale, con una decina di offerte presentate. Tra queste ne vennero selezionate due, e a queste due venne chiesto di presentare un piano particolareggiato. Alla fine la spuntò AirFrance, la cui offerta era valida: 1900 milioni pagati allo Stato italiano, 2100 esuberi tra il personale, e poche altre condizioni, tra cui quella che l'accordo doveva essere firmato sia dal Presidente del Consiglio uscente che dal capo dell'opposizione (in questo momento siamo all'inizio del 2008, quando il governo Prodi era caduto e si sapeva che ci sarebbero state le elezioni). Poi ci furono i colloqui tra la dirigenza di AirFrance e i sindacati, al termine dei quali colloqui, AirFrance migliorò la sua offerta: avrebbe fatto entrare subito in servizio un nuovo cargo e questo avrebbe permesso di ridurre gli esuberi da 2100 a 1750. 
Era fatta, ma Berlusconi decise di usare la vicenda Alitalia per la propria campagna elettorale. Al grido di "manteniamo l'italianità di Alitalia" (come se questo significasse qualcosa) e "Non ci sarà neanche un licenziamento", il Cavaliere mandò all'aria tutte le trattative. In questo supportato dai sindacati, che - a cominciare da Cgil, Cisl e Uil, sempre molto rapidi a sostenere Berlusconi - si ritirarono subito dalle trattative. In realtà la questione era molto più semplice: Malpensa è un feudo della Lega Nord. E quindi, per motivi elettorali, non si voleva vendere AIrFRance ad una società che non aveva interesse a dare la priorità ad un aeroporto appena fuori i propri confini. Infatti AirFrance intendeva puntare su Roma come hub sussidiario (cioè centro di riferimento per i voli principali) per i voli verso il Medioriente e l'AFrica. Il che, in prospettiva futura, non era male. Ma le pretese della Lega, unite alla voglia di Berlusconi di autoincensarsi, ebbero la meglio. E così il futuro Presidente del Consiglio affermò che avrebbe guidato personalmente una cordata di imprenditori italiani per acquistare Alitalia; poi che alla cordata non avrebbe partecipato lui, ma i suoi figli; ed infine che avrebbe trovato gli imprenditori. Alla fine creò la cordata, con imprenditori a cui vennero regalate le quote di Alitalia. Infatti, nel frattempo, con una apposita legge, era stata apportata una grossa modifica: tutti gli aerei e le attività della società vennero messe in una nuova società, chiamata CAI (Compagnia Aerea Italiana), mentre tutti i debiti vennero accollati alla vecchia società e quindi ai cittadini italiani. E così, mentre gli imprenditori guadagnavano, grazie anche al fatto che veniva concessa alla Cai l'esclusività sul tratto da Roma a Milano (il più frequentato e remunerativo in Italia), gli italiani pagavano. QUanto, non si è mai saputo ufficialmente. Le stime vanno da 4 a 10 miliardi, quindi comunque non sono noccioline. Inoltre anche per l'occupazione fu un massacro: solo nei primi due anni, vennero licenziati, messi in mobilità, in prepensionamento o in mobilitazione oltre 12 mila dipendenti. Oltre al fatto che dovettero comunque chiedere l'intervento di AirFrance - che pagò 300 milioni per il 25% di Alitalia - perchè nessuno degli altri imprenditori ci capiva nulla di come si gestisce una compagnia aerea. 
Ed adesso anche AirFrance va via, nel senso che la sua partecipazione scenderà dal 25% all'11%. Insomma, resterà a guardare, mentre ALitalia crollerà. E non è detto che sia una vocem il fatto che voglia aspettare che la nostra compagnia di bandiera valga due soldi per assorbire il personale, che è di elevatissima qualità.  

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di Antonio Rispoli
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