Editoriali / L'opinione

Commenta Stampa

"Bamboccioni", "Choosy", "Sfaticati": sono questi i giovani italiani?


'Bamboccioni', 'Choosy', 'Sfaticati': sono questi i giovani italiani?
14/02/2014, 17:10

Oggi l'ultimo della serie è stato John Elkann, con una intervista in cui ha detto che i giovani non trovano lavoro perchè stanno comodamente a casa. Detto da uno che finora non ha mai lavorato, ma ha solo sperperato i soldi della famiglia, è una cosa ridicola. Ma in realtà è un modo di pensare più diffuso di quanto si pensi. Ne dette la dimostrazione anche l'ex Ministro Fornero, quando disse che i giovani erano "choosy", cioè schizzinosi, nello scegliersi un lavoro. E prima di lui l'allora Ministro Padoa Schioppa (imitato mesi dopo da Brunetta), che definì i giovani come bamboccioni che volevano stare a casa e non lavorare. 

Ma veramente le cose stanno così? In realtà, esaminiamo chi è stato a parlare. Si tratta di persone molto, ma molto ricche, che non hanno nessuna idea di che significa lavorare. Oh, certo, anche fare il professore è un lavoro, ma quando sei un professore vero. Quando - come la Fornero o Padoa Schioppa - hai la cattedra ma hai tante altre attività per cui di fatto non insegni mai, non è un lavoro, solo uno stipendio. 

E tra persone di quel genere è normale pensare così. Molte persone di alto reddito ritengono che trovare un lavoro ben remunerato è solo questione di volontà. Dimenticano sempre che sono i loro soldi o le loro conoscenze e le raccomandazioni che hanno permesso loro di trovare quei lavori. C'è un atteggiamento di profondo disprezzo verso chi lavora sul serio. Un atteggiamento che ricorda il libro Cuore di De Amicis, quando il figlio di una persona benestante offende un compagno di classe, dicendo che il padre di lui, carbonaio, è sporco. Ma in quel caso, c'è una persona ricca ed intelligente, che rimprovera bruscamente il figlio, riconosce e rispetta i meriti lavorativi del carbonaio e alla fine ordina al maestro di mettere vicini i due bambini. Ma quello è un romanzo, nella realtà i ricchi disprezzano chi lavora e insegnano questo disprezzo ai loro figli. 

La realtà del mondo lavorativo è molto diversa. Grazie alle leggi fatte negli ultimi 15 anni dai governi Berlusconi e Monti (e Renzi promette di peggiorare le cose), le possibilità di trovare lavoro sono molto ridotte. Inoltre, quando si entra in una azienda a lavorare, si è nelle mani del proprio datore di lavoro senza alcuna tutela reale. E con in più la minaccia di licenziamento costante, che costringe il lavoratore a dover subire qualsiasi imposizione. Oggi come oggi sono due le imposizioni più frequenti: l'obbligo di fare straordinari non pagati e l'accettare uno stipendio inferiore a quello previsto dalla busta paga. Due imposizioni che privano il lavoratore dei soldi che gli spettano e che lo pongono in una condizione continua di stress.

L'esempio più eclatante di questo modo di fare imprenditoria in Italia lo si è avuto alla Fiat di Pomigliano d'Arco, in provincia di Napoli. L'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne indisse un referendum tra i lavoratori, se intendevano accettare o no nuove condizioni di lavoro estremamente svantaggiose: più ore di lavoro a parità di salario, meno pause, più precarietà. E aggiunse la minaccia: se vincono i no, chiudo la fabbrica. Alla fine, nonostante l'opposizione della sola Fiom, vinsero i sì, motivati dalla paura di perdere il posto di lavoro. E qual è il risultato? Che su 5500 lavoratori, a Pomigliano ne lavorano 2000, quando va bene. E comunque la produzione è bassissima dato che le macchine non si vendono. Quindi i lavoratori hanno piegato la testa davanti al ricatto del datore di lavoro e si sono trovati lo stesso a casa. 

Ma questo è il mondo del lavoro. Parlo del mondo del lavoro reale, non di quello di cui parlano i cosiddetti giuslavoristi, gli esperti e gli imprenditori. Che in realtà non si rendono conto (o se ne rendono conto ma non gliene frega nulla, il che è peggio) che così hanno distrutto il mondo del lavoro. Oggi, a guardare i dati dell'occupazione, si vedono cifre preoccupanti: oltre il 40% di giovani disoccupati, il 13% di disoccupati totali, e così via. Ma questa è la realtà creata proprio dagli imprenditori. I giovani di Napoli e provincia potrebbero andare a lavorare alla Fiat di Pomigliano, di cui la famiglia Elkann hanno le quote di controllo. Ma non possono farlo, perchè la Fiat (e chiaramente non solo la Fiat) non paga i propri dipendenti in maniera adeguata. Quindi gli operai non possono acquistare le autovetture, riducendo la quantità di vetture vendute. 

Come si vede, il discorso è rovesciato. Non è un problema di giovani che non vogliono lavorare. E' un problema di "vecchi" (come mentalità, se non come età) incapaci ed inetti, gente che non è assolutamente in grado di gestire neanche un chiosco, che si trova invece a gestire imprese anche di grandi dimensioni, solo perchè hanno i soldi (anche se di solito sono soldi che sono riusciti ad ottenere dallo Stato grazie all'amico politico che è sindaco o alla Provincia o alla Regione). Se non sono loro a creare posti di lavoro, come fa la gente a lavorare? 

E non si creda alle balle che raccontano sui costi del lavoro. Sinceramente mi viene il voltastomaco a sentire multimilionari o miliardari che si lamentano perchè non sono in grado di pagare 3000 euro lordi anzichè 2500 al mese per ciascun operaio. Basta che rinuncino a farsi lo yacht nuovo ogni anno... Perchè anche qui, parliamo chiaro: questi imprenditori non sono imprenditori, sono prenditori. Cioè è gente avida che vuole solo arraffare i soldi. E lo fa in ogni modo: pagando gli operai meno del dovuto, facendogli firmare falsi contratti a partita Iva (in modo da scaricare sul lavoratore l'onere di pagare i contributi previdenziali e da non pagare neanche un centesimo di liquidazione), evadendo il fisco e truccando i bilanci societari. 

Ecco perchè in Italia c'è la crisi. E' colpa degli imprenditori (e dei politici che li appoggiano con leggi ad hoc come la legge Fornero) se non ne usciamo. Prendiamo la Fiat, che è un perfetto parametro dell'industria media italiana. Che cosa ha prodotto negli ultimi 20 anni? Nel 1991 uscì la Punto, che ebbe un ottimo successo. E poi? Qualche flop, come la Multipla o la Idea (macchine che molti non sanno nemmeno come sono fatte, dato che non se ne sono mai viste molte in giro); moltissimi restyling, e poi? Il vuoto. Investimenti? Nessuno consistente. Mentre gli altri costruttori hanno fatto grossi investimenti, concentrando la loro produzione in patria; ed adesso conquistano le fette di mercato che prima erano della Fiat. E lo stesso vale per quasi ogni altra impresa italiana nel rispettivo settore. Rimaniamo competitivi solo in due settori, che sono gli unici due dove gli investimenti sono stati fatti: quello del lusso e quello dell'agroalimentare di qualità (i prodotti DOC e DOP). Ma questi due settori hanno un numero di addetti relativamente ridotto. 

E gli altri settori? Nulla di particolare. Una gran parte degli imprenditori ha spostato la propria produzione all'estero, perchè essendo di bassa qualità può competere solo abbassando i prezzi al massimo. Ed è chiaro che a loro conviene pagare 200 euro al mese un operaio cinese che non 2500 euro uno italiano. Tanto, la produzione è tale che la può fare chiunque, basta un minimo tempo di insegnamento e non si nota la differenza tra un operaio assunto d una settimana e uno assunto da 4 anni. 

All'estero non è così. Basta guardare la Mercedes o la BMW. Se andiamo a guardare, tutti i loro centri di produzione sono in Germania o a distanze minime - su scala mondiale - dai confini tedeschi. Non è un caso: in questa maniera possono esercitare un attento controllo di qualità sia sulla vettura globalmente che su ogni singolo pezzo. E se dovesse essere necessario sostituire una parte dell'autovettura, il pezzo nuovo si può produrre velocemente controllandone la qualità. Tutte cose che sono molto più difficili per la Fiat che ha le fabbriche sparse in mezzo mondo, così come sono sparse le fabbriche che producono i singoli componenti. Anche questo è uno dei motivi che stanno alla base dell'inferiorità delle fabbriche italiane sui mercati mondiali. 

Quindi, ricapitoliamo: imprenditori che non investono, non pagano le tasse, sottopagano gli operai e perdono fette di mercato. E li vogliamo ancora chiamare imprenditori? Sono solo dei ricchi che usano le loro imprese come giustificazione per incassare soldi pubblici per arricchirsi il più possibile. E in questo sono aiutati dai loro amici politici: quante volte abbiamo visto qualche grosso industriale dire che c'era necessità di ridurre il costo del lavoro o di ridurre le spese per poi notare la maggioranza di governo fare una legge ad hoc per soddisfare quella "necessità"? E con questi presupposti, ci chiediamo ancora perchè l'Italia è in crisi? 

Commenta Stampa
di Antonio Rispoli
Riproduzione riservata ©