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Berlusconi e la condanna Unipol: persecuzione dei magistrati?


Berlusconi e la condanna Unipol: persecuzione dei magistrati?
08/03/2013, 17:35

Martedì 5 marzo Silvio Berlusconi è stato condannato ad un anno di reclusione per ricettazione e violazione del segreto d'ufficio, nell'ambito delle indagini sulla vicenda Unipol. Vediamo di ricostruire velcoemente la vicenda. Era il 2005 quando l'Unipol tenta la scalata alla Bnl, con metodi non del tutto legali. Infatti la legge prevede che, quando una sola persona raggiunge una certa percentuale delle azioni di una società di cui non ne ha il possesso, deve lanciare una OPA, cioè una offerta pubblica di acquisto. Cioè un pubblico annuncio in cui si dice: "Acquisto le azioni della società X a questo prezzo da chiuqnue voglia vendermele". Ma l'Unipol non aveva abbastanza liquidità e quindi cercò di convincere una serie di persone a fare da prestanomi per una parte delle quote. Quindi non era più una sola società o persona che aveva il 30%, ma un insieme di persone, ufficialmente slegate tra di loro, che avevano più del 30% del capitale azionario della BNL. In quel momento, con le indagini in corso e il telefono dell'amministratore delegato Unipol Giovanni Consorte sotto controllo, viene registrata una telefonata in cui due parlamentari - l'allora presidente dei Ds Piero Fassino e il collega di partito La Torre - parlano con Consorte. E' la telefonata che viene identificata con la frase detta ad un certo punto da Fassino: "Allora, abbiamo una banca?". Nel corso della stessa si dicono cose anche più importanti di questa, anche se non rilevanti ai fini processuali. Tanto è vero che il Gip dispone che la telefonata non venga trascritta e resti segretata. 
Ma il 27 dicembre 2005 quella telefonata appare integralmente trascritta su Il Giornale. Per 4 anni la storia finice là, finchè nel 2009 il leader dell'Idv Antonio Di Pietro presenta un esposto alla magistratura, raccontando quello che gli era stato detto da Favata, uno dei responsabili: avevano portato la vigilia del Natale 2005 la registrazione della telefonata a casa di Berlusconi che l'aveva ascoltata insieme al fratello Paolo. E se l'era tenuta, per passaela poi al quotidiano di famiglia. Da qui nasce l'indagine terminata con la sentenza di condanna. Non è stata creduta la tesi difensiva di Berlusconi: mentre andava la registrazione lui stava dormendo e quindi non ha sentito nulla e non si è accorto di nulla. E non è stato lui a trasmette la registrazione al quotidiano. 
Ma è solo accanimento dei magistrati? No. In realtà, in questa intercettazione c'è un elemento che la diversifica da tutte le altre volte in cui un quotidiano ha pubblicato qualche intercettazione telefonica. L'elemento diverso è il fatto che si trattava di una intercettazione secretata, che quindi doveva restare sconosciuta. Esattamente come è successo in tempi più recenti con le telefonate che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha fatto all'ex Ministro dell'Interno Nicola Mancino, pare per assicurargli il peroprio interessamento contro i giudici che conducevano le indagini sulle trattative del 1992 tra Stato e mafia. Invece negli altri casi, quando ci sono state le pubblicazioni di intercettazioni uscite sui giornali, è stato dopo il deposito delle stesse. Cioè dopo quel momento in cui cade in segreto investigativo, l'imputato è a conoscenza delle intercettazioni e - nella stragrande maggioranza dei casi - a dare le registrazioni ai giornali sono gli stessi avvocati difensori. Per questo è così difficile trovare un responsabile, di solito: sono troppe le persone che possono farlo: tutti i dipendenti del Tribunale, tutti i poliziotti e i Carabinieri di servizio, imputati, difensori, i loro amici e, nel caso degli avvocati, i loro dipendenti. Controllarli tutti è impossibile. 
Invece, nel caso di Berlusconi il numero delle persone da esaminare era estremamente ridotto. Inoltre è stato uno di loro a confessare, rendendo ancora più facile ai magistrati verificare la violazione della legge. 
Quindi, come si vede, nessuna persecuzione. La differenza è nella mentalità di chi commette il reato: il giornalista vuole coprire la sua fonte, quindi si muove con cautela; se commette reato, cerca di nascondere le tracce. Non così Berlusconi, che, nella sua vita, si è sempre disinteressato del rispetto della legge. E quindi si muove con noncuranza, quando viola la legge. Per lui tutto è normale e dovuto. Come per il caso Ruby: ha trovato assolutamente normale telefonare alla Questura per far rilasciare la ragazza marocchina. E' chiaro che poi trovano facilmente le prove della sua colpevolezza.  

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di Antonio Rispoli
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