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Brexit: Boris Johnson alza la voce ma in realtà la GB è spalle al muro


Brexit: Boris Johnson alza la voce ma in realtà la GB è spalle al muro
03/09/2019, 15:58

In questi giorni la Gran Bretagna sta affrontando una crisi democratica come non se ne vedevano da secoli (e non è un modo di dire), con il premier che decide di chiudere il Parlamento per impedire che i suoi piani sulla Brexit vengano ostacolati da un voto parlamentare. 

La motivazione adottata è interessante, perchè fa capire molto, se analizzata. Infatti Johnson dice: per trattare con l'Unione Europea ed ottenere un accordo sulla Brexit, io ho bisogno che sul tavolo ci sia il no deal, cioè l'uscita senza accordo. A cui si aggiunge un non detto: secondo Johnson (e i conservatori britannici che vogliono il no deal) l'uscita della Gran Bretagna dalla Ue danneggerà la seconda più di quanto verrà danneggiata la prima. Per cui, sempre secondo Johnson, la Ue per paura del no deal, alla fine accetterà senza discutere tutte le imposizioni volute dalla Gran Bretagna. 

Ora, io non so se il premier inglese veramente pensa questo oppure dice solo quelle cose per dovere politico. Ma è evidente che si tratta di una enorme stupidaggine. Perchè in caso di no deal, i danni all'economia britannica saranno abnormi. E a dirlo non sono io. E' stato il governatore della Bank of England che ha detto che il crollo del Pil, la chiusura delle aziende e l'aumento della disoccupazione creeranno uno scenario drammatico come non si vedeva nel Paese dal 1945. Ma allora dietro la Gran Bretagna c'erano gli Usa. Questa volta chi sosterrà l'economia britannica? Anche perchè la Gran Bretagna sta perdendo quello che era il suo punto di forza: l'essere il centro finanziario dell'Unione Europea. Con la Brexit, questo ruolo passerà a Francoforte (e già molte banche stanno disinvestendo dalla Gran Bretagna per spostarsi sulla Germania). E non parlo di spostare 1000 o 10 mila euro: nel solo mese di agosto sono stati spostati oltre 1500 miliardi di sterline, quasi l'equivalente del Pil italiano. 

Le previsioni sul Pil seguiranno quello che è già successo. Nel 2016 la Gran Bretagna era accreditata di una crescita del 3% all'anno nel successivo triennio (cioè 2016-2018), mentre in realtà la crescita effettiva è stata inferiore al 2% all'anno. Nel 2019 la crescita è prevista intorno allo 0,6%, il peggior risultato dell'Europa, a parte l'Italia. E per i prossimi due anni si prevede una crescita che faticherà a superare lo zero. L'occupazione è stata una conseguenza: nel 2016 e 2017 l'occupazione è leggermente aumentata, ma solo per quelle posizioni a basso salario, perchè i britannici hanno cominciato ad accettare quei posti di lavoro che prima rigiutavano (meglio poche sterline oggi che niente sterline domani). Nel 2018 e 2019 invece sono cominciati i licenziamenti, che nei prossimi anni, secondo un report della Bank of England, porteranno ad un raddoppio della disoccupazione, oltre la soglia psicologica del 10%. E in un Paese col sistema economico come la Gran Bretagna, si tratta di livelli raramente visti in precedenza. 

Un ingenuo potrebbe chiedere: "Ma i politici britannici non lo sanno? Questi report non li leggono?". Certo che li leggono. E li smentiscono anche, come ha fatto prima la May e poi Boris Johnson. Entrambi, da Downing Street, hanno detto che erano rapporti pessimistici, che sarebbero stati superati dagli sviluppi economici, che ci sarebbe stato un aumento dell'export che avrebbe aumentato il Pil e l'occupazione, e così via. Oh, quante ne hanno dette. Peccato che finora i report e i dati hanno avuto ragione e le parole dei politici si sono rivelate (come sempre) aria fritta. Ma questo non è bastato a Boris Johnson, che continua a strepitare e a dire che vuole trattare con la Ue. Cosa falsa, visto che finora non c'è stato alcun contatto al vertice per le trattative sulla Brexit. Ci sono state solo le dichiarazioni del premier che ha detto che non intende accettare l'accordo con la Ue e che vuole ricominciare da zero. A meno di 60 giorni dalla Brexit. E' mai possibile raggiungere un accordo in meno di 60 giorni, quando non ci sono riusciti in oltre tre anni? 

Il problema in realtà è sempre lo stesso. Cioè che prima May e poi Johnson hanno inteso usare la Brexit per risolvere i problemi all'interno del proprio partito. Che poi è lo stesso motivo per cui l'allora premier David Cameron indisse il referendum sulla Brexit. Cioè hanno completamente dimenticato qual è l'interesse dei cittadini, o anche solo l'interesse del Paese. Stanno agendo solo per affermare il proprio dominio nel partito. Anche la prova di forza di Johnson, consistita nel chiudere il Parlamento fino al 14 ottobre, rientra in questo ambito. Certo, serve per impedire all'opposizione di far approvare leggi che rimandino la Brexit (mentre il premier non vuole che si vada oltre il 31 ottobre); ma è anche una prova di forza di Johnson per dimostrare alla minoranza del suo partito che lui è in grado di comandare meglio della May. E se il Paese ci va di mezzo? Non gliene frega assolutamente nulla. 

In realtà, quest'ultima frase è ingenerosa, da un certo punto di vista. Il punto è che se si studia la psicologia, si scopre che ci sono alcune caratteristiche che vanno a braccetto. Per esempio il razzismo va a braccetto con l'ignoranza. E l'incapacità spesso va a braccetto con la presunzione. E Johnson è talmente presuntuoso da essere convinto di poter affrontare qualsiasi problema, superandolo. Quindi, in cuor suo, pensa: "Io consolido il mio potere all'interno del partito e all'interno del Parlamento. In questa maniera,avrò poi la strada spianata per risollevare le sorti del Paese". Peccato che Johnson non abbia le qualità per fare questo, nemmeno in minima parte. E quindi il risultato non può che essere un disastro. 

Ma queste sono discussioni quasi inutili, da un certo punto di vista. Ormai la strada per il futuro è scritta, salvo miracoli. L'unica strada che Boris Johnson sta lasciando è quella del no deal. E il no deal abbiamo visto a cosa porterà secondo le previsioni degli esperti. Senza contare il fatto che i danni economici alla Gran Bretagna potrebbero essere anche maggiori. Infatti negli ultimi due mesi l'euro è rimasto debole (è sceso sotto l'1,10 contro il dollaro); eppure la sterlina si è indebolita anche di più. E dopo il 31 ottobre c'è il rischio non solo di un ulteriore indebolimento, ma anche di un downgrade da parte delle agenzie di rating. E anche se il rating resterebbe altissimo (probabilmente A), nel breve periodo il downgrade porta ad una svalutazione della valuta. 

A questi dati puramente economici va sommato un altro dato: il panico. Che è un qualcosa di psicologico, quindi non è prevedibile nè misurabile. Ma se la crisi economica facesse andare nel panico i britannici, ognuno finirebbe col limitare al massimo le proprie spese. E questo atteggiamento porterebbe ad un aggravamento della crisi. E' un po' come nel 1929. Molti credono che la crisi economica sia stata causata dal crollo della Borsa. Ma in realtà quello ingenerò il panico nelle banche che bloccarono i prestiti. Questo spaventò i cittadini che cominciarono a non spendere nulla. Da qui la chiusura di negozi e fabbriche, che convinse i cittadini che avevano fatto bene a non spendere. Si innescò così un circolo negativo che paralizzò l'economia. Poichè in Occidente la struttura economica era debole, dopo la crisi economica che aveva colpito tra il 1920 e il 1921 (una crisi di sovrapproduzione: le industrie che producevano sulla base di commesse pubbliche si trovarono senza commesse, ma continuarono a produrre come prima. E in breve si trovarono i magazzini pieni e nessuno a cui vendere. Per cui cominciarono a licenziare aumentando la disoccupazione e abbassando il Pil dei Paesi), questa paura scatenò la crisi mondiale. Questa volta la crisi dovrebbe colpire solo la Gran Bretagna. O forse no...

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di Antonio Rispoli
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