Editoriali / L'opinione

Commenta Stampa

Brexit: mancano tre giorni all'uscita dalla Ue. E poi cosa succederà?


Brexit: mancano tre giorni all'uscita dalla Ue. E poi cosa succederà?
26/03/2019, 15:48

"Rirenn e pazzian" (Ridendo e giocando, espressione del napoletano) siamo arrivati alla scadenza dei due anni che il Trattato di Lisbona prevede per chi voglia uscire dalla Ue; due anni a partire dalla notifica. Che la Gran Bretagna mandò a Bruxelles il 29 marzo 2017. Quindi a partore da sabato 30 marzo 2019, salvo sorprese dell'ultimo secondo, la Gran Bretagna non farà più parte della Unione Europea. 

E cosa è stato fatto in questi due anni? Praticamente nulla. Se si vanno a prendere i giornali di due anni fa, si vede che si faceva questa previsione: "Ci sono tre o quattro questioni preliminari da trattare, ma si risolveranno in meno di sei mesi. A quel punto inizieranno le discussioni sui trattati commerciali". Oggi, a tre giorni dalla scadenza, di quelle "tre o quattro questioni preliminari" ce n'è una che non è stata risolta. E le discussioni sui trattati commerciali non sono mai iniziate. Non che non si sia discusso, ma il punto è che le pretese della Gran Bretagna sono impossibili da accontentare. 

Prendiamo la questione irrisolta: l'Irlanda. Come è noto, l'isola è divisa in due: l'Irlanda del Nord, che fa parte del Regno Unito e la Repubblica d'Irlanda, che fa parte della Ue (e non intende lasciarla). Ed è altrettanto noto che fino agli anni '90, l'Irlanda del Nord era lacerata dalla guerra tra cattolici e prostestanti, con l'IRA, le bombe nei pub e tutto il resto. Quando si fece la pace, tra le varie clausole dell'accordo venne stabilito che non si potevano creare confini materiali tra i due Stati. E poichè tutti e due gli Stati (Repubblica d'Irlanda e Regno Unito) erano nella Ue, non c'erano problemi. Adesso, con la Brexit, non è più così. Quindi bisognerebbe creare una barriera doganale ma non si può creare. Volenti o nolenti, ci sarà uno scambio di merci tra Irlanda del Nord e Repubblica d'Irlanda più intenso (e comunque senza dogana) che non tra la Ue e il resto della Gran Bretagna. 

Questo il dato. Ma perchè questa situazione non è accettabile per il Parlamento inglese? E' una questione politica. Si teme che nel lungo periodo questa situazione possa convincere gli irlandesi che forse forse l'idea di far parte della Ue e quindi di mantenere questa situazione favorevole per sempre non sia poi una idea così male. Soprattutto se (come si vocifera) diverse imprese britanniche dovessero trasferire lì la produzione per evitare di pagare i dazi. E questo potrebbe spingere gli irlandesi con un referendum a rompere l'atto di unione che risale al 1800. D'altronde, come abbiamo detto, qualsiasi barriera doganale tra le due Irlande potrebbe far risentire la popolazione e quindi far scatenare di nuovo la violenza. In entrambi i casi, per i conservatori inglessi sarebbe uno smacco dal quale non si riprenderebbero facilmente. E' per questo che in Parlamento non si riesce a raggiungere un accordo su nulla. 

Come si vede quindi il problema è esclusivamente politico. Sono i politici che hanno creato il problema e sono loro che non riescono a risolverlo. Perchè ricordiamo questo dettaglio che nessuno ricorda mai. Cioè come è nata l'idea del referendum per la Brexit? Fu semplicemente la scelta di David Cameron per mettere in un angolo l'opposizione interna nel suo partito. La sua idea era che facendo il referendum, come richiesto dalla frangia più "estremista" e anti-Ue dei conservatori, avrebbe vinto il "remain". E lui avrebbe preso moralmente a ceffoni i ribelli dicendo: "Avete visto? Ho fatto come volevate e abbiamo perso. Vi rendete conto dei danni politici che avete fatto al partito?" ecc. ecc. E così li avrebbe zittiti, avrebbe sminuito qualsiasi cosa avrebbero detto per i successivi anni. Per questo i conservatori fecero una campagna per il "leave" estremamente debole, quasi insignificante. ma nonostante questo vinsero, grazie soprattutto agli over 40, che votarono in massa per lasciare la Ue, facendo prevalere quel senso di superiorità che molti inglesi hanno nei confronti degli europei. Fu per questo che Cameron se la svignò di corsa, subito dopo il risultato del referendum. Sapeva che non ce l'avrebbe fatta. 

La May invece ha avuto un atteggiamento molto diverso: presuntuoso, arrogante e tracotante. Si è presentata dicendo - non esplicitamente - che sarebbe stata lei ad imporre le sue condizioni alla Ue, che sarebbe stato un accordo in tempi rapidi e tutto a vantaggio della popolazione. Dopo quasi tre anni (divenne premier nel luglio 2016) l'accordo è in alto mare e lei è riuscita ad inimicarsi praticamente almeno metà del suo stesso partito. Inoltre, si è indebolita politicamente nella sua posizione di premier, tanto che ha dovuto fronteggiare diverse mozioni di sfiducia del Parlamento. E ho la vaga impressione che se la sia cavata perchè nessuno vuole essere al suo posto nel momento in cui la Gran Bretagna finirà nei guai. E che finirà nei guai lo pensa anche la May. 

Infatti, anche se non è stata data molta pubblicità alla cosa, il governo ha messo in atto misure di allerta. Che prese singolarmente, possono anche non significare niente; ma tutte insieme indicano qualcosa di molto vicino al panico. Giudicate voi stessi: una nave carica di container pieni di cibo in scatola e medicinali è al largo della Gran Bretagna sorvegliata da una nave militare; è stato predisposto un piano per l'evacuazione della famiglia reale fuori da Londra; è stato predisposto un piano per schierare 80 mila soldati a fianco della Polizia per sedare eventuali tumulti; sono state predisposte misure di emergenza per introdurre il coprifuoco in tutta la nazione. Certo, predisporre misure non vuol dire che verranno adottate; ma vuol dire che si pensa che sia possibile che ce ne sia la necessità. Cioè si pensa che ci sarà carenza di cibo e di medicinali (o di soldi per acquistarli) e che ci saranno tumulti diffusi, al punto da rendere potenzialmente necessario l'uso dell'esercito e l'evacuazione della famiglia reale. 

Anche la Bank of England sta cercando di sostenere il Paese. Ha varato all'inizio del 2017 un piano di quantitative easing (cioè l'acquisto di titoli di Stato e bond delle imprese più affidabili) da 105 miliardi di sterline in cinque anni. Questo per aumentare la disponibilità di liquidi per banche e grandi aziende. E si dice (notizia dei giornali, ma non c'è mai stata una conferma ufficiale) che la May abbia promesso aiuti economici alle aziende in misura pari ai dazi che eventualmente le aziende dovessero pagare per esportare in Europa. Ma nonostante questo, la sterlina ha perso terreno rispetto a tre anni fa. Non molto, circa un 20%; il che in tre anni è trascurabile. Ma poichè è stata una perdita concentrata in pochi momenti, ha fatto male all'economia britannica. Ci sono stati alcuni prodotti importati dall'Europa che sono mancati per alcuni periodi, perchè i supermercati non sapevano se comprarli e metterli in vendita a prezzo più alto (a causa della svalutazione della sterlina) oppure proporre qualche succedaneo. Mentre molte aziende hanno annunciato o stanno attuando un trasferimento di sede al di fuori del Regno Unito. E non parlo di aziendine. Parlo dei Lloyd's di LOndra, parlo delle compagnie aeree, parlo delle banche (quelle russe già hanno aperto nuove sedi a Francoforte o a Berlino). E per un Paese che deve molto della sua crescita economica al fatto di essere un crocevia per la finanza internazionale, le banche che se ne vanno sono pugnalate che sanguino copiosamente. 

Il governatore della Bank of England è stato pessimista: secondo lui ci sarà un aumento della disoccupazione del 50%, una diminuzione forte del Pil e un aumento dell'inflazione. Tralasciando i dettagli tecnici, il governatore ha sintetizzato così: "Sarà la più grande crisi economica per il nostro Paese dal 1945 ad oggi". Direi che se voleva essere tranquillizzante, non lo è stato affatto. Ma il suo scopo era essere realistico, non rassicurante. Perchè quella frase è supportata da approfonditi dati tecnici. Dati tecnici che dimostrano che i danni al Regno Unito da una Brexit sono stimabili in decine di miliardi l'anno per almeno dieci anni. 

Naturalmente ogni tanto sui giornali inglesi escono i "piani speciali". Cioè questo o quel politico che suggerisce una soluzione. E così ecco la possibilità di un secondo referendum, per annullare la Brexit (ma sono rimasti tre giorni e non c'è il tempo di un nuovo referendum); oppure quella di ottenere uno status simile a quello della Norvegia, che fa parte solo parzialmente della Ue. O altre di questo genere. Peccato che tutte trascurano un piccolo dettaglio: perchè la Ue dovrebbe accettare? I 27 Paesi dell'Unione Europea sono stati costretti a subire un continuo tira e molla per i disaccordi politici della Gran Bretagna. A questo punto, perchè dovrebbero aiutare gli inglesi? E lo si è visto nell'ultima richiesta di rinvio della Gran Bretagna, quando più della metà dei Paesi hanno rifiutato inizialmente anche solo di discutere del rinvio. In realtà ormai solo un miracolo può evitare il cosiddetto "No deal", cioè l'uscita della Gran Bretagna dalla Ue senza alcun accordo. Cosa che porterebbe l'Unione Europea a mettere dazi (secondo le regole della WTO) sui prodotti britannici, facendo crollare le esportazioni di quel Paese. Visto che cosa combina l'avventatezza di un politico? Perchè tutto nasce da Cameron e dal suo intento di colpire i suoi avversari politici...

Commenta Stampa
di Antonio Rispoli
Riproduzione riservata ©