Editoriali / Capitani coraggiosi

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Rischia di perdere molti voti, se non migliora la strategia

Di Pietro, le spaccature nell'Idv e i suoi errori nelle alleanze


Di Pietro, le spaccature nell'Idv e i suoi errori nelle alleanze
28/07/2012, 15:11

C'è una sorta di isolamento intorno ad Antonio Di Pietro, negli ultimi giorni. Un isolamento sia interno che esterno. L'isolamento interno è dimostrato dai comportamenti di Massimo Donadi, capogruppo alla Camera dell'Idv, che ha detto che lui intende cercare di cucire i rapporti col Pd; e di Elio Lannutti, che ha annunciato di non avere l'intenzione di ricandidarsi nel 2013. 
L'isolamento esterno invece è dato dalle manovre del Pd che, dopo la cosiddetta "foto di Vasto", ha lavorato contro l'Idv. E così sta stringendo contemporaneamente alleanze sia con l'Udc (che però ben difficilmente si concretizzerà, dato che Casini punta a prendersi i voti del Pdl) che con Sel. E a Vendola conviene allearsi con un partito che secondo i sondaggi ha il 25% dei voti che non con uno che ha il 7%. Anche perchè, al di là di tutte le dichiarazioni che vengono fatte, la realtà è che non c'è nessuna intenzione di cambiare la legge elettorale, nel 2013 quasi sicuramente si voterà col Porcellum. E quindi una alleanza Pd+Sel già potrebbe essere sufficiente ad avere la maggioranza relativa (circa il 35% dei voti contro il 15-20% a testa di Grillo e Pdl). 
D'altronde, parliamoci chiaro: a Di Pietro in Parlamento non lo digerisce nessuno. Quel suo continuo parlare di giustizia e legalità, dà fastidio e neanche poco. Anche quando il Pd si è alleato con lui, l'ha fatto sempre di malavoglia, come dimostrano i continui attacchi subiti dall'ex Pm. Ed adesso, con la vicenda di Napolitano, c'è anche la scusa buona per procedere all'isolamento. Perchè sia ben chiaro: il torto è tutto al Quirinale. Al di là del fatto che non esiste barba di legge che impedisca di intercettare persone che non sono parlamentari come Mancino e come il defunto Loris D'Ambrosio, è inammissibile che un Presidente della Repubblica - che per Costituzione è anche presidente del CSM - attacchi a questa maniera dei magistrati. I quali hanno solo fatto il loro dovere. Un Presidente della Repubblica rispettoso della Costituzione offrirebbe volontariamente ai magistrati la facoltà di utilizzo delle intercettazioni telefoniche - visto che pare ci siano - tra lui e Mancino. Ma Napolitano non la rispetta, anzi, la viola tranquillamente. Come ha dimostrato nel 2010, poco prima delle elezioni regionali. Come certamente si ricorderà, il Pdl creò diversi problemi con la presentazione delle liste, in particolare in Lombardia - con le denunce di liste con false firme depositate per Formigoni - e nel Lazio - con la mancata presentazione nei limiti di tempo della lista del Pdl. Per questo il governo Berlusconi decise di emanare un decreto legge che sanasse la situazione. Ora la Costituzione è esplicita: vietato fare decreti legge in materia elettorale. Compito del Presidente della Repubblica era rifiutarsi di firmare. Alla peggio, qualora fosse mancato il coraggio di affermare la propria autorità, bastava temporeggiare e lasciare che scadessero i tempi di legge. E invece Napolitano decise per l'unica cosa che non doveva fare: firmò il decreto legge un'ora dopo che era uscito dal Consiglio dei Ministri. Verso le 22 il decreto uscì da Palazzo Grazioli, verso le 23 o poco dopo c'era la firma di Napolitano. Una violazione completa ed esplicita della Costituzione che, con un altro Parlamento, avrebbe comportato l'avvio della procedura per la messa in stato di accusa del Presidente. 
E non è la prima volta che il Preisdente della Repubblica attacca frontalmente dei magistrati che fanno il loro lavoro. Successe anche con la Procura di Salerno per l'affare De Magistris. Vediamo di rinfrescare la memoria: l'attuale sindaco di Napoli e allora Pm di Catanzaro avvia due indagini, note con i nomi di "Why not" e "Poseidone". Entrambe le indagini gli vengono tolte e quindi De Magistris si rivolge alla Procura di Salerno che, per legge, è l'unica titolata ad indagare su eventuali illiceità dei magistrati di Catanzaro. I magistrati salernitani iniziano le indagini, finchè non hanno il sospetto che parte dei fascicoli siano stati manomessi. A questo punto, qual è la cosa più logica da fare? Farsi mandare il fascicolo da Catanzaro. Da notare che di solito questo significa che i magistrati di Catanzaro dovevano solo chiamare un cancelliere affinchè fotocopiasse l'intero fascicolo e poi lo inviasse - per raccomandata o tramite un Carabiniere (di solito si sceglie quest'ultima soluzione) - a Salerno. Roba da poco. E invece il fascicolo non arriva. Da Salerno arriva una seconda e una terza richiesta. Ad un certo punto, non avendo risposta, i magistrati di Salerno decidono di applicare la legge: mandano dei Carabinieri a fare quelle fotocopie che i magistrati di Catanzaro non avevano voluto fare. E disposero ancghe alcuni accertamenti sui Pm calabresi. Tutto questo rientrava nei loro poteri. Non rientrava nei poteri dei Pm di Catanzaro fare quello che fecero: un sequestro delle fotocopie fatte dai Carabinieri di Salerno. Fu un gestio illegittimo dato che, se ritenevano l'azione della Procura di Salerno illegittima, bastava appellarsi al Tribunale di Napoli, che aveva giurisdizione su Salerno (tra parentesi, alcuni degli imputati non magistrati si appellarono al Tribunale di Napoli, che dette loro torto, mettendo nero su bianco che l'azione dei magistrati di Salerno era stata legittima e regolare). Ma il Presidente Napolitano in quella occasione subito intervenne. A favore dei magistrati salernitani? No, di quelli catanzaresi. Chiese i fascicoli di indagine di Salerno e invità il Csm ad  intervenire contro il Procuratore Capo di Salerno e i suoi vice. Cosa che avvenne, al punto che vennero tutti sanzionati. 
Quindi, come si vede, Di Pietro sta facendo benissimo a difendere i magistrati palermitani dalle continue ingerenze  del Presidente della Repubblica. E fanno malissimo Pd ed Udc a difenderlo e sostenerlo. Ma è proprio in questa differenziazione la causa prima dell'isolamento di Di Pietro. Troppo differente dagli altri politici. Troppo legato a valori come giustizia e legalità che gli altri politici pronunciano per riempirsi la bocca ma che raramente vengono praticati. 

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di Antonio Rispoli
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