Editoriali / L'opinione

Commenta Stampa

Electrolux, la sintesi della politica economica italiana


Electrolux, la sintesi della politica economica italiana
30/01/2014, 13:54

Sta destando scalpore la vicenda Electrolux, la società svedese di elettrodomestici, che ha annunciato la chiusura dei suoi stabilimenti in Italia. Per evitare tale chiusura ha presentato un piano di taglio dei costi letale per i lavoratori: stipendio ridotto da 1400 a 800 euro al mese, niente scatti di anzianità, ferie pagate nè altro; riduzione dell'80% anche del premio di produttività di 2700 euro l'anno. Altrimenti, è la minaccia, ce ne andiamo in Polonia.

Un governo serio, risponderebbe: "Addio". E poi piazzerebbe dazi del 300% su tutti i prodotti Electrolux: Zanussi, Zoppas, AEG, ecc. Per la serie, se non vuoi produrre qui, non venderai neanche uno spillo. Ma chiaramente noi non abbiamo un governo serio e quindi l'idea di rispondere ad ultimatum con bastonate non viene neanche presa in considerazione. Quindi si sta cercando di trattare in qualche maniera. E "qualche maniera" significa prendere una valanga di soldi pubblici da regalare a questa azienda. 

Ma la cosa grave non è questa. Per quanto paradossale possa sembrare, c'è di peggio. Cioè il fatto che non è un episodio singolo, ma la conseguenza degli ultimi 15 anni di assenza di politica economica. Una assenza che ha permesso alle aziende di fare quello che volevano a scapito dei lavoratori. Anche perchè incentivati dai governi: prima nel 2002 le speculazioni enormi sul passaggio tra lira ed euro; poi nel 2003 la cosiddetta legge Biagi, che precarizzava al massimo il lavoro, rendendo conveniente per l'azienda avere dipendenti precari; e via via continuando fino all'abolizione di fatto dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e l'ulteriore penalizzazione per i lavoratori dipendenti contenute nella riforma Fornero. Quindi a questo punto, il lavoratore è stato completamente privato dei diritti. Anche per responsabilità dei sindacati.

Infatti, dove erano i sindacati? Cisl e Uil hanno appoggiato il governo Berlusconi sin dal 2002, acriticamente, contestando vivacemente chi - come Cofferati della Cgil - si opponeva a Berlusconi. Quando poi Cofferati fu sostituito, il bersaglio si appuntò su Landini, a capo della Fiom, mentre prima Epifani e poi la Camusso si adeguavano alla Cisl e alla Uil. Ma il tempo ha dimostrato quanto fosse giusto il comportamento sia di Cofferati che di Landini. E soprattutto quanto fossero strumentali certe critiche. Quando Cofferati si opponeva alla legge Biagi e Landini alla riforma Fornero, la risposta era: "Ma le aziende mica si mettono a licenziare tutti gli operai!". La risposta è nel comportamento della Fiat e della Electrolux: no, non li licenziano, ma li ricattano. O accettare le peggiori condizioni possibili oppure andare a casa. E questo vale per il cosiddetto "accordo di Pomigliano", con cui alla Fiat hanno ridisegnato gli orari ai lavoratori, negando di fatto loro le pause dal lavoro e la pausa mensa; vale per questo caso dell'Electrolux, che minaccia di andarsene in Polonia; vale per il caso Omsa, che minacciava di andarsene in Serbia; e così via. Tutti casi in cui i sindacati sono stati estremamente deboli, per non dire di peggio. Nel caso di Pomigliano, Cgil (non la Fiom), Cisl e Uil sostennero apertamente la necessità di appoggiare quell'accordo. E con che risultato? L'80% di coloro che hanno votato sì sono ora in cassa integrazione. Cioè ci hanno rimesso economicamente, il lavoro (quando ci sarà) è più faticoso e non lavorano neanche.

Stupisce poi la miopia delle aziende. Naturalmente "stupisce" è come modo di dire. Vediamo perchè, prendendo come esempio la Electrolux. Un operaio della società che prende 1400 euro al mese, comprerà per esempio una lavatrice ogni 3 anni. E ovviamente prenderà una lavatrice del gruppo. Ma con uno stipendio da 800 euro al mese, finirà col dover rinunciare alla lavatrice, se la moglie non ha anche lei un lavoro. E quindi la società ci ha guadagnato 600 euro al mese su ognuno dei 5000 e rotti dipendenti, ma ha perso 5000 clienti, più tutti quelli che verranno convinti da questi 5000 a non comprare gli elettrodomestici del gruppo. E non solo. Anche le società automobilistiche hanno perso 5000 clienti in Italia. E anche i negozi che vendono cellulari. E i supermercati e gli altri negozi della zona, venderanno di meno. E così via. Naturalmente questo è solo un esempio, che però va moltiplicato per ogni caso: la Fiat ha provocato la stessa cosa mettendo in cassa integrazione quasi tutti i suoi dipendenti in Italia; la Omsa ha provocato la stessa cosa licenziando e minacciando il licenziamento delle sue operaie (basta la minaccia per abbassare bruscamente le spese di una famiglia, dato che ci si prepara all'evenienza); e via via tutte le altre.

Insomma, è un effetto a catena. Più si riducono gli stipendi, meno si vende. Meno si vende, più si è costretti a licenziare. Più si licenzia, meno si vende. E così via. E' un discorso semplice ed elementare, che però è completamente estraneo alla mente di politici ed economisti, che invece pensano solo a come fare per far arricchire chi è già ricco. Basta osservare le misure avanzate dal governo Letta: non c'è niente per i lavoratori dipendenti, solo regali a suon di miliardi per le aziende. Ma se un imprenditore guadagna oggi 100 mila euro e domani 500 mila euro, cosa pensate che faccia? Prende i soldi, li mette in un conto alle Isole Cayman o alle Isole Vergini (ovviamente senza dichirarli al fisco italiano. Perchè pagarci le tasse?) e tanti saluti. E questo si pensa che faccia del bene all'Italia? Io non credo.

Sia ben chiaro, il problema non è solo la Electrolux. E' tutto il sistema economico che andrebbe registrato e fissato. Ma per questo ci vorrebbero norme, regole, una politica industriale ed economia complessiva. Ma nulla del genere viene fatto. Nè è in cantiere, nè è all'orizzonte, neanche lontano. L'unico orizzonte che politici ed economisti hanno in mente è quello del prossimo sondaggio, a 24 ore di distanza, o 48, o una settimana al massimo. Qui invece c'è bisogno di una programmazione a più livelli, come minimo tre: 1 anno, 5 anni, 10 anni. Bisogna prevedere come cambierà il futuro ed adeguare le industrie e lo sviluppo economico a quello che succederà. Ma naturalmente ci sarebbe bisogno di politici di qualità, che non siano complici dei proprietari di aziende ormai decotte e avviate alla chiusura; e ci votrrebbero economisti che non siano consulenti dei suddetti politici o delle suddette aziende decotte. Qualcuno ne ha visti in giro? Io no. 

Infine la domanda conclusiva. Ma veramente il problema è il costo del lavoro? Perchè se io guardo la Germania, vedo che un operaio prende il doppio di un operaio italiano per lo stesso lavoro; che i premi di produzione sono di ben altro livello rispetto ai 2700 euro della Electrolux (una azienda che distribuisca ai suoi operai 6-7000 euro all'anno non ha niente di stupefacente); e soprattutto che le aziende non vanno mai all'estero, se non per una parte marginale della produzione. Quindi, se in Germania le cose vanno così perchè non possono andare anche in Italia? Qui subentra la qualità dei prodotti. La Germania esporta per lo più sui mercati ad alta qualità. Quindi ha bisogno di maestranze perfettamente istruite, e deve poter controllare ciò che usa. questo non si può fare se una fabbrica è in Polonia, una in Serbia, una in Cina, e così via. Quindi sono tutte relativamente vicine (al messimo in altri Paesi europei). Nè è un problema lo stipendio alto: la gente, quando ha i soldi, è dispostissima a pagare di più per i prodotti di qualità. E quindi per le società tedesche non è un problema aumentare leggermente il proprio margine di guadagno sui prodotti. In compenso possono pagare bene i loro operai, in modo che siano soddisfatti sia come dipendenti che come acquirenti dei loro prodotti.

E l'evasione fiscale? Non pronunciare questa parola in Germania, è quasi un tabù. Non perchè non ce ne sia, quello che si crede furbo sta anche lì. Ma perchè in Germania l'evasore fiscale è visto come appestato, come un lebbroso. Nessuno gli si avvicina, socialmente non è nessuno. Non è come in Italia dove gli evasori fiscali li eleggiamo Presidenti del Consiglio e Padri della Patria, nonchè leader di partito (qualsiasi riferimento a Berlusconi e a Grillo è assolutamente volontario). E anche questo conta, perchè meno evasione fiscale significa che lo Stato ha incassi più alti senza aumentare le tasse. 

"Abbassiamo il costo del lavoro in Italia": è questa la prima frase che viene detta, quando si affronta questo argomento. Oppure: "Bisogna ridurre il cuneo fiscale". Ma nessuno ricorda mai che quel cuneo fiscale è formato da tre voci: le tasse che paga il dipendente, i contributi Inps per la futura pensione del dipendente, gli accantonamenti (che comunque l'azienda usa come autofinanziamento) per la futura liquidazione del dipendente. Dato che le tasse non si toccano, che facciamo? Eliminiamo la pensione del dipendente, già bassissima, grazie al massacro sociale compiuto dalle varie riforme dei governi Berlusconi e Monti? Oppure la liquidazione? Perchjè questo è un punto che non si affronta mai. Si dice solo con leggerezza "Abbassiamo il costo del lavoro", senza dire mai cosa questo significhi.

Io ora non so come finirà la vicenda Electrolux. Ma so che senza un taglio drastico delle pretese degli industriali, senza pesanti sanzioni penali per gli evasori fiscali, senza una dura contrapposizione a questi ultimatum, noi non avremo mai una politica industriale ed economica degna di questo nome. E senza una politica valida, dalla crisi non potremo uscire. A meno di un miracolo. C'è qualcuno che ne ha uno in tasca?

Commenta Stampa
di Antonio Rispoli
Riproduzione riservata ©