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Eutanasia: una parola osteggiata dai perbenisti


Eutanasia: una parola osteggiata dai perbenisti
05/06/2019, 15:59

Sta facendo discutere la storia di una 17enne olandese, Noa Pothoven: stuprata una prima volta ad 11 anni, stuprata nuovamente a 14 anni, era piombata in una depressione profonda, contro cui farmaci e psicologi non avevano potuto fare niente. E allora ha chiesto l'eutanasia in un Paese dove la stessa è permessa, a certe condizioni, sin dai 12 anni di età. 

Ovviamente in Italia è proibito anche parlarne. A lungo ci sono state le campagne del Partito Radicale e di associazioni come quella intitolata a Luca Coscioni (persona malata di Sla, che chiedeva la morte per porre fine alle sue sofferenze) che chiedevano l'introduzione di una legge che regoli la questione. L'ultimo caso di cronaca ha riguardato Marco Cappato (che non a caso fa parte sia del Partito Radicale che dell'Associazione Luca Coscioni) che è stato processato per aver accompagnato in Svizzera DjFabo - tetraplegico e cieco da anni, dopo un grave incidente stradale - per l'eutanasia. Poichè il Codice Penale punisce col carcere anche chi aiuta un altro a suicidarsi, Cappato è stato accusato proprio di questo reato. 

Ora, cominciamo a discutere sull'eutanasia. Come è noto, il termine significa "dolce morte" ed è usato per indicare i metodi usati per abbreviare le sofferenze. Leggi sull'eutanasia sono presenti in Svizzera, Belgio, Olanda, Australia ed altri Paesi. E sono basate tutte sullo stesso sistema: la persona che ne ha diritto avvia le procedure, che comprendono un certificato medico che attesti che la persona in questione ha una situazione di sofferenza incurabile; una o più visite dallo psicologo per accertare quanto sia fondata la convinzione di chiedere l'eutanasia; e di solito una fase finale in cui i medici preparano tutto il necessario mentre è la persona che vuole morire che dà il via finale. La morte arriva, a seconda dei Paesi, con una iniezione letale oppure con l'uso di anidride carboniosa (CO, quella che provoca le esalazioni mortali per cui tante persone muoiono quando ci sono stufe o bracieri non efficienti). In entrambi i casi, la persona scivola nel sonno e poi passa dal sonno alla morte. 

In Italia però non si è mai discusso seriamente di eutanasia. I politici italiani si sono nascosti sempre dietro frasi altisonanti: "La vita è un dono di Dio e bisogna rispettarlo fino in fondo", "Non esiste malattia che non possa essere curata", e così via. Ma a fare questi discorsi sono persone sane. E spesso lo fanno semplicemente per avere le simpatie del Vaticano che - come è noto - in Italia manipola molti voti. Non è un caso che invece poi ci siano persone, anche italiane, che poi vogliono morire. E non è per un capriccio. Nel nostro istinto c'è un qualcosa che ci spinge a salvaguardare la nostra vita. Pochi lo sanno, ma raramente chi si spara un colpo alla testa riesce a mantenere la mano ferma (non a caso spesso si feriscono senza uccidersi). E chi prova a suicidarsi tagliandosi le vene, raramente fa un taglio netto. Di solito è un taglio che mostra esitazione, incertezza. Questo istinto ce l'abbiamo tutti, che ce ne rendiamo conto o meno. Avete mai letto di persone che si vogliono suicidare gettandosi sotto un treno o dall'alto di un palazzo e poi non lo fanno? Anche lì c'è questo istinto di sopravvivenza che ci ferma. 

Quindi non è mai una scelta facile. Se vogliono suicidarsi è perchè c'è qualcosa di più forte di quell'istinto di sopravvivenza. E quel qualcosa è la sofferenza. Di solito a questo punto quelli che sono contro l'eutanasia sostengono la "terapia del dolore". Cioè affermano che basta aumentare i farmaci antidolorifici. Ma il dolore non è sempre fisico. Prendiamo casi come quello di Luca Coscioni o di Piegiorgio Welby e in generale di molti malati di Sla o di malattie affini. Alla fine, non c'è un dolore fisico. Perchè ormai i nervi sono atrofizzati insieme ai muscoli. Ma c'è la sofferenza di essere paralizzati, di avere un cervello che funziona ma in un blocco di cemento. Non è qualcosa che si può spiegare, è qualcosa che si può capire solo provandolo. Io ne ho avuto un debolissimo, infinitesimale assaggio una volta. Pioveva ed imboccai a piedi la ripida discesa che portava ad un garage. Scivolai e battei per terra con violenza prima col fondoschiena e poi con la testa. Rimasi fermo per una manciata di secondi, forse una trentina, ma mi parve una eternità. Non riuscivo a muovermi, facevo fatica a respirare. Mi venne un vero e proprio attacco di panico, che per fortuna cessò appena riuscii a muovermi. Dopo due minuti ero in piedi, anche se con un dolore al fondoschiena e la testa che mi scoppiava. Ma quella sensazione fu terribile in una maniera non spiegabile. E durò qualche secondo. Immaginiamo che cosa può significare provarla per tutta la giornata, ogni singolo giorno, per anni. Garantito: farei di tutto per porre fine alla mia vita, a quel punto. Per me sarebbe peggio di una tortura. E come me, la pensano in tanti. 

Certo, non tutti la pensano così. E' per questo che serve una legge. Per consentire a chi vuole, di porre fine alla propria vita; mentre chi non vuole continua a vivere, dato che entrambe le alternative hanno eguale diritto di esistere. Del resto è uno dei principi dei Paesi civili: quando si agisce contro gli altri, si viene condannati; quando si agisce contro se stessi, si fa in modo che la cosa venga regolata. E chi sostiene la legge per l'eutanasia non chiede che questo, che ci sia una regolazione. Alcuni dicono che così si apre la strada all'uccisione dei malati o degli anziani, in stile nazista; ma sono in malafede. Perchè la legge parte dal fatto che la richiesta viene proprio da chi vuole morire. La persona malata che vuole tenersi attaccata alla speranza non chiederà mai l'eutanasia, e quindi è salvo. A prescindere. Poi ci sono gli altri controlli, medici e psicologici, che servono non solo ad evitare forme di coercizione, ma anche ad evitare che la richiesta parta da un momento di depressione momentanea, un attimo di sconforto. E che l'attimo di sconforto porti a decisioni irrevocabili è un qualcosa che vuole evitare anche chi sostiene la legge sull'eutanasia. 

C'è poi un discorso finale da fare. Noi non siamo tutti uguali. Ognuno ha le proprie idee, il proprio modo di affrontare le cose. E alle volte c'è chi non ce la fa ad andare avanti. Non parlo di un attimo di sconforto, ma di una sofferenza continua. Il caso della 17enne olandese ne è un esempio. Non era malata fisicamente, ma il suo "Io" era stato distrutto e annientato da due violenze sessuali in giovanissima età. A quel punto per lei la vita non esisteva più. Non c'era più un motivo, un obiettivo per vivere. Capisco che molti risponderebbero: "Beh, ma che ci vuole? Ne trova un altro". Ma non è così. Quel genere di sofferenza è molto profonda, è qualcosa che si pianta come un chiodo nell'anima. E non è un caso isolato. Quante sono le persone che hanno un palese difetto fisico e che per questo vengono colpite per tutta la vita? Parlo di chi magari è strabico o grasso oppure con una malformazione fisica. Un po' di tempo fa uscì la notizia di un ragazzo in sovrappeso era stato a lungo bullizzato da un gruppo di ragazzi che poi un giorno gli avevano infilato un compressore nell'ano e l'avevano azionato, facendogli esplodere gli intestini. Credete veramente che quel ragazzo possa superare agevolmente quello che ha subito? Che non avrà ripercussioni psicologiche? Certo, non voglio dire che quel ragazzo si suiciderà o che voglia l'eutanasia. Ma di sicuro è rimasto psicologicamente colpito. 

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di Antonio Rispoli
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