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"Facciamo la rivoluzione". E a che serve?


Un quadro sulla rivoluzione francese
Un quadro sulla rivoluzione francese
07/02/2014, 18:09

Sempre più spesso, andando su Internet, trovo persone che creano o condividono post dove si parla di rivoluzione, ovviamente declinata in tanti modi: rivoluzione comunista, rivoluzione liberale, rivoluzione anti-banche, rivoluzione grillina, ecc. 

Tutto sommato è divertente leggere queste cose. Ma cosa sanno questi delle rivoluzioni? In Italia una rivoluzione non c'è mai stata. Non fa parte del Dna degli italiani. E poi, a che serve? La domanda può sembrare sciocca o provocatoria, ma invece è seria. A che serve una rivoluzione? Spieghiamolo esaminando le tre principali rivoluzioni: quella francese, quella statuinitense e quella russa.

La rivoluzione francese nasce come ovvia conseguenza della disperazione e della povertà di gran parte della Francia del tempo, contadina e vessata dalle tasse e dal feudalesimo esistente all'epoca, con i nobili che avevano diritto di vita e di morte sui propri contadini. A questo si aggiunsero alcuni anni di siccità, che rovinarono i raccolti ed una attenta campagna propagandistica (basata però solo sull'esagerazione di fatti veri) tesa a far imbestialire la gente il più possibile. Questa situazione, unita alla debolezza del re Luigi XVI, creò le basi per la rivoluzione appoggiata anche da forti finanziamenti provenienti dall'estero. Ma alla fine che successe, dopo la sconfitta definitiva di Napoleone e il Congresso di Vienna? Che la Francia tornò di fatto sotto un controllo monarchico, fino a Napoleone III, cioè per altri 81 anni dopo lo scoppio della rivoluzione stessa. E cosa successe ai cittadini francesi? Continuarono a vivere nella povertà, anche se la produzione di cibo aumentava grazie all'uso di trattori nelle campagne. 

La rivoluzione statunitense nasce dalla voglia di ribellarsi ad un governo lontano come quello inglese, che faceva sentire la gente come prigioniera. Anche qui scatta la rivoluzione, riesce, gli inglesi vengono cacciati... ma poi? La gente stava esattamente nella stessa posizione di prima, con gli stessi problemi e la stessa mancanza di ricchezza di prima. L'unica cosa a cambiare è che anzichè essere comandati dal Re d'Inghilterra erano comandati dal "Re" degli Stati Uniti, George Washington. Perchè in quei tempi, il suo potere era comunque assoluto; non secondo le leggi, ma di fatto. 

La rivoluzione russa, per quanto paradossale possa sembrare, si muove su binari sovrapponibili. Certo, c'era lo zar, prima della rivoluzione, con tutta la nobiltà legata ad esso. Un governo comunque debole, che governava su una immensa nazione sostanzialmente povera. Prima Kerenski a febbraio del 1917 e poi Lenin a novembre del 1917 riuscirono a rovesciare il precedente governo... ma poi? Le cose cambiarono per i contadini russi? Prima erano servi di un qualche nobile, dopo divennero servi dello Stato che aveva nazionalizzato quasi tutti i terreni agricoli. In città? le fabbriche erano le stesse di prima, e la gente povera come prima. E quando Lenin morì e il suo posto venne preso da Stalin, la situazione restò identica a prima. Ancora nel 1941 milioni di poveri e di disoccupati vennero messi a scavare fossati anticarro e ad alzare reticolati e cavalli di frisia a Mosca, per frenare l'attacco tedesco. 

Purtroppo, la parola "rivoluzione" attira. Ma pochi capiscono che dietro quella parola non c'è nulla, se non un cambio della persona che sta in cima alla piramide. Per il resto non cambia nulla: non cambia nulla per quella borghesia economica che sta alle spalle del potere, che si mette semplicemente alle spalle del nuovo venuto; non cambia nulla per le classi più pobvere che si rimettono a lavorare esattamente come prima. Storicamente, i cambiamenti non sono mai avvenuti con una rivoluzione politica o di massa. 

Adesso affrontiamo un argomento che è praticamente eresia. Se guardiamo l'andamento delle economie dei vari Paesi, vediamo che almeno negli ultimi due secoli l'andamento è quello di un'onda, che sale e scende asd intervalli quasi regolari, di circa 50 anni. Il primo a notarlo fu un russo, Kondratev. L'economia ha una fase ascendente all'inizio del secolo e dopo la metà, poi un picco ed un crollo. Se prendiamo il '900, possiamo notare che all'inizio del secolo l'economia era in crescita e continuò a crescere nonostante la Prima Guerra Mondiale. Poi si fermò a causa di due crisi economiche, quella del 1920-1921 e quella ben più nota del 1929, e cominciò a degradare. Dopo la Seconda Guerra Mondiale tornò a crescere (chi non ricorda anche in Italia il boom degli anni '60?), fino al 1973 e al 1978, anni in cui le due crisi petrolifere determinarono un crollo progressivo dell'economia. 

"Ma adesso non siamo all'inizio del secolo?", potrebbe obiettare qualcuno. Se quello che ho detto è vero, noi dovremmo stare in una fase economica di salita. E infatti il problema è esattamente questo. Vediamo di spiegare perchè, anche se preciso che quanto sto per dire è una elaborazione personale che va oltre le teorie di Kondratev. Ogni volta che l'economia ha cominciato a crescere, c'è stata una crisi a dare il "segnale" di inizio. La crescita di inizio '900 scaturì dopo una crisi bancaria che coinvolse l'Europa nel 1896. Quella della seconda metà del '900 partì dalla crisi economica che colpì l'Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ma non basta. 

Servono altre due caratteristiche. Ogni fase ascendente dell'economia è stata caratterizzata dalla scoperta di un nuovo sistema di produzione e da una nuova materia prima per la produzione di energia. Per esempio all'inizio del '900 cominciò l'uso del petrolio e dei suoi derivati; dopo il 1945 si iniziò ad usare l'uranio. Così come all'inizio del '900 si usò la catena di montaggio come sistema di produzione, dopo il 1945 la produzione di massa. Ma questo non è avvenuto negli ultimi decenni. la crisi economica l'abbiamo avuta, è stata quella tra la crisi finanziaria ed economica che c'è stata tra il 1992 e il 1996. C'è stato anche il cambio del sistema di produzione, con l'introduzione della produzione robotizzata. Ma l'energia? Cosa ha preso il posto del petrolio? Nulla. Un ottimo candidato poteva essere il silicio dei pannelli solari, ma si sono fatti i salti mortali per impedirne la diffusione ed invece continuare a puntare sul petrolio. 

Inoltre, la crisi economica non è stata fatta "sfogare". Sin dal primo momento, si è cercato di tamponarla. Come? Sostanzialmente in due modi. Il primo, adottato soprattutto negli Usa, è stato attraverso la creazione di bolle speculative: quella sulla cosiddetta "new economy" negli anni '90, poi terminata con il caso Enron; oppure quella immobiliare, che è esplosa lasciando le scorie dei mutui subprime. Il secondo è stato quello di agire usando il peggio del neoliberismo: aumento della precarizzazione dei lavoratori, diminuzione degli stipendi e del welfare pubblico, diminuzione dei diritti dei lavoratori... tutte realtà che conosciamo bene. Ma così non è stato fatto altro che tenere nascosto il problema. Un po' come quando a mare uno prende un pallone e lo forza sotto la superficie dell'acqua: più lo tieni a fondo, più quando lo lasci balza in alto. Ed è successo esattamente questo alla crisi: è stata nascosta, ma nel 2008 è esplosa. E noi la stiamo ancora vivendo. 

Quindi ovviamente, basterebbe un cervellino piccolo e non avido per capire che per uscire dalla crisi bisogna rovesciare tutto quello che è stato fatto negli ultimi 20 anni: aumentare nuovamente i diritti e i salari dei lavoratori, ridurre la precarizzazione, ecc. E non si tiri fuori la scusa della competizione internazionale: non è possibile competere sui prezzi con la Cina e con l'India, che pagano i loro lavoratori 200 euro al mese per 15 ore di lavoro al giorno. Quale italiano lavorerebbe per queste cifre? Meglio dedicarsi al crimine. Il problema è che le aziende non hanno nessuna intenzione di competere sulla qualità, come fa la Germania: per farlo c'è bisogno di qualità imprenditoriale e di investire soldi che vanno sottratti alla voce utili. E in Italia non ci sono imprenditori (tranne forse qualcuno che ha la sua fabbrichetta con 10 operai) che hanno qualità positive di qualche tipo nè che hanno voglia di investire. Per loro è molto meglio incassare i contributi pubblici oppure andare all'estero. In questo incentivati dall'incapacità totale della classe politica di stabilire una politica economica, con leggi che premino coloro che puntano sulla qualità e bastonino tutti gli altri. 

Quindi, parlare di rivoluzione è inutile. E' solo un "pour parler". Perchè non serve a niente, perchè non è nella natura degli italiani e perchè è inutile, dato che basterebbe un po' di onestà nell'azione degli imprenditori. Ma trovare quest'ultima è più difficile che trovare un lingotto d'oro in mezzo alla strada. 

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di Antonio Rispoli
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