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"Fuori dall'euro per salvare l'Italia", la bufala continua


'Fuori dall'euro per salvare l'Italia', la bufala continua
02/09/2013, 13:37

Nonostante l'evidenza dei fatti, continua a diffondersi la teoria che per l'Italia l'unica strada per salvarsi è uscire dall'euro. E' una teoria portata avanti sia in Tv (per esempio dal professor Borghi, presenza frequente su La7), sia tra i politici (è la tesi principale nella strategia economica del Movimento 5 Stelle), sia su Internet, dove da una parte ci sono decine di blogger che postano interviste false o manipolate di questo o quel nome famoso; dall'altra ci sono blog molto seguiti, come goofynomics, del professor Bagnai. 
In effetti la teoria è semplicistica e accattivante: usciamo dall'euro e stampiamo nuova moneta, la quale si svaluta rispetto all'euro; quindi le imprese possono esportare più facilmente, cosa che fa crescere l'economia e usciamo dalla crisi. Anche perchè facendo così il debito pubblico è di fatto cancellato (poi vediamo cosa intendo con questa frase, dato che è una mia sintesi di ciò che dicono). Molto semplicistica e molto accattivante. Peccato che quando spiegano la loro teoria, saltano qualche passaggio intermedio, quelli che non convengono. 
Allora, diciamo che da domani noi usciamo dall'euro. Naturalmente si presuppone che sia una uscita concordata e consensuale (anche se in realtà la cosa non è possibile, non è prevista dai trattati internazionali), dato che in caso contraroio le conseguenze sarebbero devastanti: rischieremmo di diventare dei paria, evitati da tutti. In questa maniera il parziale default che noi dichiareremmo (nel momento in cui usciamo dall'euro per avere una moneta più debole, è automaticamente un parziale default) potrebbe non causare sanzioni e dazi sulle nostre merci. Quindi la Banca d'Italia comincia a stampare la nuova moneta (chiamiamola "lira" per comodità) per sostituire l'euro. Quanto varrà questa nuova moneta? Secondo Bagnai e Borghi, subirà una svalutazione del 30% rispetto all'euro. Partiamo da questo presupposto. Ma che significa una svalutazione del 30% in un trimestre? Significa un aumento dell'inflazione compresa tra il 3 e il 10% (che si somma all'inflazione attuale). Poichè non abbiamo leggi che prevedono un rapido adeguamento dei salari, questo significa un taglio del potere di acquisto dei salari fino al 10%. Il che comporta la riduzione degli acquisti da parte della gente, quindi falliranno più negozi, aumenterà la disoccupazione, ecc. Anche perchè questa è l'inflazione media. Ma ci saranno alcuni beni, come per esempio l'agroalimentare italiano, che aumenterà del 3-5%; altri, come quelli prodotti in Italia con beni provenienti dall'estero (per esempio le Fiat), che aumenteranno del 10-15%; poi ci saranno i beni importati, come le Mercedes o le BMW o i computer, che aumenteranno del 30% almeno; e i prodotti petroliferi che, conoscendo come si comporteranno i petrolieri, aumenteranno magari anche del 50%. E quante macchine cammineranno con la benzina e il gasolio a 3 euro al litro? 
Ma - sostengono quelli che sono contro l'euro - i prodotti che esportiamo diminuiranno di prezzo. Vero, ma riusciranno queste esportazioni a compensare il crollo dei consumi? Anche percghè un aumento delle esportazioni significa che quelle aziende potranno assumere più dipendenti. Ma se i dipendenti verranno pagati con salari da fame, come accade adesso, questo non apporterà alcun vantaggio al Pil nazionale. Gli unici ad arricchirsi saranno gli imprenditori, che - come fanno gli imprenditori italiani di solito - per prima cosa provvederanno ad evadere il fisco e a portare i soldi all'estero, con un ulteriore danno economico al Paese.
Quindi, dal punto di vista economico i vantaggi sono dubbi. E dal punto di vista finanziario? Almeno con i titoli di Stato va meglio? In teoria, secondo Bagnai e Borghi, sì. Infatti la Banca d'Italia, avendo il potere di stampare moneta, può ripagare i titoli di Stato man mano che scadono, senza che l'Italia sia costretta ad emettere - come avviene oggi - titoli di Stato a copertura di quelli scaduti. Quindi, il debito pubblico si ridurrebbe, mentre aumenta a dismisura la quantità di lire in circolazione. Lire che finiscono dove? Questo è interessante. Infatti, a meno che la Banca d'Italia non riesca a procurarsi l'equivalente di 2000 miliardi di euro in moneta forte (euro, dollaro, ma anche sterlina inglese, yen giapponese o yuan cinese), i soldi usati per pagare i titoli resteranno nel mercato. Ma chi vuole la valuta di un Paese che le agenzie di rating considerano capace di emettere solo titoli spazzatura (perchè questa è la situazione dlel'Italia)? Solo qualche imprenditore che vuole comprare in Italia. Ma avere sul mercato una grande quantità di denaro che nessuno vuole, provoca una svalutazione di quella moneta. Quindi, quel 30% iniziale diventa poi  il 50%, il 60, il 70 e così via. E ogni svalutazione significa un aumento dei prezzi che in media si piazza ad un terzo della svalutazione. E questo senza un adeguata rivalsa degli stipendi, dato che non abbiamo una scala mobile che adegui gli stipendi all'inflazione. Cosa che porta la gente da avere la possibilità di comprare sempre meno cose che costano sempre di più, provocando la chiusura di più negozi, e un aumento della disoccupazione. Insomma, diventeremo nel giro di qualche anno come uno di quei Paesi dove la gente lavora per uno o due dollari al giorno per conto delle multinazionali americane. 
A questo punto (a dire il vero molto prima di questo) di solito i Bagnai e i Borghi insorgono: "Ma nel 1992 svalutammo la lira del 20% e il Pil crebbe, ed aumentarono le esportazioni". Verissimo: il Pil passò dal -0,7% del 1992 al 3% del 1995; e le esportazioni tra il 1993 e il 1998 toccarono il loro massimo. Ma all'epoca eravamo la quinta potenza economica mondiale; avevamo una struttura economica solida; Fiat, Valentino, Prada, Ferrarelle, Danone, e così via erano tutti marchi italiani. Oggi  invece chi abbiamo come marchi italiani? Anche quelli che sbandierano il "Made in Italy" come Della Valle, hanno il grosso della produzione in Romania, in Cina o in altri Paesi stranieri. Inoltre c'erano stipendi molto più alti, in termini di potere di acquisto, di quelli attuali. All'epoca uno stipendio da un milione al mese consentiva ad una persona di vivere, anche se a fatica; oggi gli stipendi rispetto ad allora sono aumentati, ma il costo dei beni è aumentato molto di più. Personalmente, il mio primo stipendio nel 1996 fu di poco superiore alle 800 mila lire e riuscivo a viverci e a mettere qualche decina di migliaia di lire da parte; oggi prendo un po' più di 1000 euro al mese e faccio più fatica di allora ad arrivare a fine mese. Colpa dell'euro? No, di una precisa volontà di tutti i governi che si sono succeduti, di tenere bassa l'inflazione a spese degli stipendi di lavoratori dipendenti e dei pensionati. Ma adesso abbiamo superato il limite, questa è un atendenza che deve essere invertita. E invece cosa propongono, persone come Bagnai e Borghi? Di ridurre ulteriormente stipendi e pensioni, aumentando invece le ricchezze degli imprenditori, che dalla crisi ci hanno guadagnato soldi a palate. Non è che per salvarci dall'Italia possiamo fare a meno di certi economisti e dei politici che danno loro retta? 

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di Antonio Rispoli
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