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Gli Usa hanno finito i soldi, ma non riescono a non sperperare


Gli Usa hanno finito i soldi, ma non riescono a non sperperare
01/10/2013, 17:36

Alle volte si legge di persone note - dello sport o dello spettacolo, per esempio - che vengono beccate mentre rubano o frodano il fisco o cose del genere. Quando si va ad esaminare il perchè di queste cose si scopre che è dovuto ad un enorme errore di orgoglio: abituati a fare la bella vita quando le entrate erano alte, hanno continuato a fare la stessa bella vita quando le entrate non c'erano più, rovinandosi economicamente. E quindi il reato economico è il tentativo di procurarsi i soldi per continuare con quello stile di vita. 
Gli Usa stanno facendo lo stesso errore: non hanno soldi (in un certo senso, che adesso spieghiamo), ma i politici non vogliono capire che devono ridurre gli sprechi, se vogliono andare avanti. E poichè non lo possono fare, credono che imbrogliando possono andare avanti. 
A questo punto immagino che chi mi legga, si stia cominciando a chiedere: "Ma come è possibile che uno Stato finisca i soldi?". Infatti in teoria gli Usa possono continuare all'infinito con il comportamento avuto negli ultimi anni, stampando dollari su dollari ("stampando" è un termine da prendere con le molle, oggi il denaro è per la maggior parte creato elettronicamente) per finanziare il Paese. E' di pochi giorni fa la notizia che la Federal Reserve continuerà a mettere sul mercato ogni mese decine di miliardi di dollari per sostenere l'economia del Paese. Quindi sembra tutto a posto. Peccato che questa sia solo l'apparenza. 
Infatti, la quantità di dollari in giro per il mondo è enorme, si tratta di una cifra vicina ai 20 mila miliardi; quasi dieci volte il debito pubblico italiano. Una quantità di denaro che, finchè continua a restare in giro per il mondo, non crea problemi economici agli Stati Uniti. Ma il mondo "americano" si è ridotto di molto negli ultimi 20 anni. Cina ed India, che una volta avevano le loro banche centrali con le casse piene di dollari, dopo il 2007 hanno cominciato a disfarsi di dollari e di titoli di Stato Usa; stessa cosa per i Paesi sudamericani e per diversi Stati africani. Tra di loro chi ha ripiegato sull'euro, chi sullo yuan cinese, come moneta di riserva per la propria banca centrale. E c'è chi, come l'Iran, ha ripiegato su entrambi: lo yuan per il petrolio (la Cina è diventato il principale acquirente al mondo di petrolio iraniano) e l'euro per il resto. Certo, le banche centrali europee come sempre danno una mano, ma non possono svuotare le proprie casse di euro solo per far felici Washington. Il risultato è che gran parte di quel denaro è tornato negli Usa. Ma il Paese non è in grado di gestirlo tutto. Qui ci avventuriamo in un campo dove non ci sono certezze, ma solo stime: la circolazione della moneta. Dal 1971 è esclusivamente fiduciaria. Cioè il valore di una moneta rispecchia più o meno l'affidabilità economica e politica di un Paese; insomma, quanta fiducia hanno gli altri nel futuro di quel Paese. Quando si parla di "euro debole" o di "euro forte", si parla del fatto che ci sono motivi - comprensibili ed evidenti o meno che siano - per ritenere che i Paesi dell'euro abbiano o non abbiano dei problemi. 
Tendenzialmente, la forza di una moneta è data però anche dalla quantità in circolo sui mercati internazionali, e dalla sua "accettabilità". Mi spiego con un esempio: ai tempi in cui esisteva la Cortina di Ferro, se andavi in vacanza in URSS e cambiavi per esempio le lire in rubli, non avevi problemi. Ma se volevi fare il contrario, perchè magari alla fine della vacanza ti erano rimasti parecchi soldi nella valuta sovietica, nessuno ti cambiava. Questo perchè sui mercati internazionali il rublo valeva pochissimo, non c'era fiducia sul futuro del Paese. E quindi non era molto accettata sui mercati internazionali. Diversa attualmente la situazione del dollaro: il Paese è considerato autorevole e c'è fiducia che lo resti anche in futuro. Di conseguenza nessun rischio attuale di una alterazione di peso dei valori sui mercati. Ma come ognuno di noi sa, la fiducia è qualcosa di molto volatile: basta un episodio per perdere fiducia in una persona. Ed è ancora più facile perdere fiducia in un Paese. Nel caso degli Usa, poi, gli episodi di questi giorni spingono in quella direzione. Il cosiddetto "shutdown" (blocco degli stipendi per 800 mila dipendenti perchè non vengono stanziati i fondi, a causa delle continue ripicche tra un Congresso repubblicano e un Senato democratico) indica la fragilità della situazione economica del Paese. Anche qui, le cose vanno distinte: se dovesse durare qualche settimana, non ci sarebbero problemi; se dovesse durare diversi mesi, sarebbe decisamente peggio.
Anche perchè poi bisogna considerare un altro problema: il debito pubblico Usa. Anche qui, c'è bisogno di una piccola spiegazione. La legge statunitense obbliga la Fed ad avere una pari quantità di banconote e di titoli di Stato. E il debito pubblico (cioè i titoli di Stato) non può superare il Pil (salvo deroghe come quella in corso). In questa situazione, gli Usa si possono salvare se aumentano il Pil e riducono il debito pubblico. Insomma, devono applicare un po' di austerità. 
E qualche timido tentativo c'è stato, da parte di Obama: ha aumentato un po' le tasse per i ricchi, ha ampliato la fascia di persone che hanno accesso ai servizi minimi della sanità (il cosiddetto Obamacare, 35 milioni di persone in più ne potranno usufruire), e cose del genere. Un tentativo ostacolato con forza dai repubblicani, che ritengono che la miglior cura per l'economia sia far morire di fame il 90% dei cittadini americani e avere il restante 10% che si fa il bagno nello champagne. Ma nessuno dei due ha pensato a risparmiare sui veri sprechi del Paese. Il primo spreco da tagliare sono le spese militari: negli Usa tra il 2001 ed oggi sono stati spesi oltre 5000 miliardi solo per l'invasione in Afghanistan ed in Iraq. Oltre a questo c'è la normale manutenzione per il resto dell'esercito. Parliamo di cifre spaventose (secondo alcune stime, si superano i 1500 miliardi di dollari l'anno), che da sole potrebbero dare quei 400 miliardi di dollari all'anno per 10 anni che sono l'obiettivo di Obama. Basta ridurre un po' le mire imperialistiche Usa. Che paradossalmente sono la dimostrazione di quanto il Paese sia debole. Fateci caso: quanto più un Paese usa la violenza, tanto più esprime debolezza. L'URSS ha mandato l'esercito a combattere in Afghanistan e Cecenia, quando il Paese si stava decomponendo; ma per esempio quando mandò i carri armati in Ungheria, erano un deterrente (anche se uccisero) ma non vennero mandati con l'intenzione di combattere una guerra. E anche per gli Usa è lo stesso. La guerra in Vietnam scoppiò (al di là della prima fase, in cui vennero mandati solo istruttori che non partecipavano ai combattimenti) con Lyndon Johnson presidente e all'indomani dell'omicidio Kennedy, un episodio che indebolì moltissimo il Paese. E l'incursione militare in Iran, nel 1979, per liberare gli ostaggi dell'ambasciata Usa, rapiti dagli iraniani? Merito del Presidente Carter, uno dei peggiori della storia Usa nei suoi rapporti internazionali. E l'invasione dell'Iraq e dell'Afghanistan sono opera della presidenza Bush, una delle peggiori mai viste da tutti i punti di vista. Quindi è tutto collegato: una politica debole non può far altro che rafforzare l'esercito. E quindi aumenta la spesa pubblica inutile e superflua, che impedisce quelle politiche intelligenti di austerità, che consistono (a differenza di quanto si fa abitualmente negli Usa, ma anche di quanto si è fatto in Grecia, in Spagna, in Portogallo e in Italia) nel ridurre gli squilibri economici interni di un Paese. Perchè uno dei principi che l'economia insegna è che più ci sono ricchi in un Paese e più il Paese blocca il suo sviluppo economico. Ma di questo se ne parlerà in un altro momento.

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di Antonio Rispoli
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