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Gli Usa sempre più vicini al default?


Gli Usa sempre più vicini al default?
16/01/2019, 15:49

La settimana scorsa l'attuale governatore della Federal Reserve Jerome Powell ha lanciato l'allarme su un debito pubblico in continua crescita. Infatti il debito pubblico statunitense ha raggiunto i 22 mila miliardi di dollari, più o meno il 110% del Pil, che è di poco meno di 20 mila dollari. E certo non ha aiutato che il deficit del 2018 sia stato superiore ai 1000 miliardi di dollari (il 5% del Pil, per chi vuol fare raffronti con l'Italia). 

L'allarme era collegato alla situazione di questi giorni, in cui gli Usa sono in una fase detta "shutdown". In pratica, significa questo. C'è bisogno di una legge che autorizzi il pagamento degli stipendi e in generale ogni spesa pubblica. Insomma, una sorta di legge di bilancio che può essere annuale oppure su diversi periodi. La precedente legge di bilancio è scaduta a metà dicembre e da allora tutti gli uffici pubblici federali sono stati chiusi se non indispensabili. Quelli indispensabili (come l'FBI, per esempio) continuano a funzionare, ma i lavoratori verranno pagati al termine dello shutdown. Chiaramente, questo è fonte di problemi non da poco: pensate a cosa significhi avere tutti gli uffici pubblici chiusi. Powell ha stimato che i danni economici dello shutdown ammontano ad oltre un miliardo di dollari a settimana. E sono già tre settimane che si va avanti così. 

Ma il problema va oltre lo shutdown. E per capire il vero problema, bisogna conoscere le leggi statunitensi. Infatti, secondo le leggi statunitensi, la Federal Reserve deve creare tanto denaro quanto sono i titoli di Stato. Che significa? Che se c'è un debito pubblico di 22 mila miliardi di dollari, ci devono essere banconote in circolazione per 22 mila miliardi di dollari. Il problema è che tanto denaro circolante è pericolosamente vicino al limite di sicurezza, quel limite superato il quale comincia ad aumentare l'inflazione in maniera sempre più velocemente. Una volta questo problema non c'era, perchè il dollaro era la valuta più importante usata per i commerci internazionali. Quindi gran parte dei dollari erano in giro per il mondo e non influenzavano la valutazione sull'inflazione. 

Chiariamo questo punto. L'eccesso di banconote genera inflazione, questo è detto come fatto. Ma c'è una spiegazione. Quando c'è più denaro a disposizione, i prezzi tendono a salire, perchè i commercianti cercano di guadagnare di più. Ma se i prezzi salgono, salgono gli stipendi. E quindi aumenta la quantità di denaro in circolazione. Quindi i prezzi salgono di nuovo, gli stipendi salgono di nuovo e così via. Ma se una parte di quei soldi vengono "tolti" dalla circolazione, per esempio utilizzandoli in un altro Paese oppure conservandoli nei caveau delle banche, questo ciclo autoalimentato si interrompe e l'inflazione resta controllabile. Fino agli anni '90, è quello che succedeva al dollaro. Certo, per gli scambi venivano utilizzate anche altre valute: lo yen giapponese, la sterlina inglese, il marco tedesco, il franco svizzero. Ma erano utilizzi limitati geograficamente (lo yen nel sud est asiatico, per esempio) oppure per tipologia (il franco svizzero veniva utilizzato molto per le transazioni finanziarie). Negli ultimi 20 anni le cose sono cambiate, dopo la comparsa dell'euro e il rafforzamento dello yuan cinese, parallelo alla crescita economica della Cina. Oggi molti Paesi preferiscono usare queste due valute per il commercio internazionale. E questo significa che negli ultimi 20 anni c'è stato un flusso lento ma costante di dollari verso gli Usa. 

Per questo, approfittando anche della crisi del 2008, negli Usa le banche sono state convinte ad aumentare le proprie riserve. Ma questa è una misura temporanea. Se l'economia migliora, le banche potrebbero essere tentate di usare quei soldi e quindi contribuire all'inflazione. Naturalmente non è un pericolo immediato, non è un qualcosa che succederà da un giorno all'altro. Fino a qualche anno fa pensavo che difficilmente gli Usa sarebbero arrivati alla fine del decennio senza accusare seri problemi. Ma Obama, benchè avesse il problema di avere contro prima il Senato e poi anche il Congresso, ha saputo ridurre il deficit a livelli accettabili. Ora Trump invece sta aumentando le spese, soprattutto a causa dei tagli di tasse fatte ai più ricchi. 

Ora c'è una legge di bilancio da approvare. Una legge che è diventato oggetto del contendere tra democratici e repubblicani, per via di un finanziamento da 5,7 miliardi di dollari per costruire il muro al confine tra Stati Uniti e Messico. Un muro che i democratici non vogliono, tanto che hanno presentato una sorta di contro-legge di bilancio, che ricalca quella voluta da Trump, ma senza il finanziamento per il muro. Tuttavia si tratta di un'altra legge dove il deficit aumenterà senza riguardo. Con tutti i problemi per il debito pubblico, che aumenterà ancora. 

C'è un'altra cosa da ricordare. Negli Usa c'è una legge che impone che il debito pubblico non debba superare il 100% del Pil, proprio per evitare quella inflazione di cui parlavo prima. Tale legge è stata modificata, durante la presidenza Obama, per cui è ammesso sforare tale limite, ma bisogna cercare di rientrare in quel limite. Come abbiamo visto, con un deficit del 5% all'anno, è impossibile ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil. Se il deficit fosse zero, basterebbero 4 anni con una crescita costante del 3% all'anno (ipotesi meno azzardata di quello che sembra, dato che gli Usa ne hanno la possibilità) per rientrare in quel 100%. Ma con 1000 miliardi di deficit in più ogni anno, la cosa diventa impossibile. 

Eppure prima o poi i repubblicani dovranno capirlo che i soldi non crescono sugli alberi. E' tradizione, secondo un detto statunitense, che i democratici si mettano nei guai per problemi di sesso e i repubblicani per problemi di denaro. Il punto è che questa volta i problemi dei repubblicani potrebbero mettere KO l'intero Paese. In questo senso, sarà interessante seguire non solo la seconda parte del mandato di Trump, ma anche le primarie - che inizieranno alla fine di quest'anno - per le elezioni presidenziali del 2020. Soprattutto per vedere quanta importanza daranno al risanamento del deficit. 


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di Antonio Rispoli
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