Editoriali / L'opinione

Commenta Stampa

I social network impediscono il crearsi di un discorso civile?


I social network impediscono il crearsi di un discorso civile?
13/12/2017, 15:46

Facebook sta cambiando la nostra società? E' una domanda che si fanno in molti. A cominciare dai vertici della società statunitense. 

Basta prendere in esame le parole di un ex presidente di Facebook, Sean Parker: "Solo Dio sa cosa sta succedendo al cervello dei nostri piccoli", riferendosi alle interazioni che si creano mediante i social network. A queste parole, dette qualche mese fa, si possono aggiungere quelle di Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente di Facebook: "Penso che abbiamo creato strumenti che fanno a pezzi il tessuto della società e il modo in cui funziona", spiegando che per come funziona oggi Facebook spinge alla "mistificazione della verità". Apriti cielo: le discussioni in proposito sono esplose, soprattutto negli Usa. Ma è veramente così? 

La mia esperienza sui social network è limitata alla mia permanenza su Facebook e Twitter, quindi è comunque relativa ai miei contatti e a quello che potevo vedere dei miei contatti in Italia. Però in parte posso dire che quello che hanno detto nasconde una fondo di verità. Nel corso degli anni infatti ho visto aumentare fortemente la diffusione di link fasulli, di fake news come si ama dire oggi. Ma il problema vero dei social network non è quello, il problema sono gli utenti. O meglio, gli "utonti", come io li chiamo. Perchè un link - fasullo o no che sia - abbia una elevata diffusione bisogna che la gente lo condivida. E quindi, se un link fasullo ha una elevata diffusione, il problema è nella gente che lo condivide, non in Facebook che permette di condividerlo. 

Perchè il problema è che Facebook sta scatenando il peggio della gente. Si sta creando una variante tecnologica di quello che in psicologia viene chiamata "la sindrome del gruppo". Che ce ne rendiamo conto o meno, di solito, quando siamo in un gruppo, tendiamo a fare cose che da soli non faremmo. Ci sentiamo più spavaldi, o più sicuri; in alcuni casi, lo stare in un gruppo ci spinge addirittura ad essere più violenti. Ci fu un periodo in Italia dove si ebbero diversi casi di stupri di gruppo in cui questo fenomeno trovò larga eco sui giornali (ne fecero anche un film, dove un ragazzo partecipa allo stupro di gruppo di due ragazze e poi, singolarmente, va a chiedere scusa e cerca di farsi perdonare da una delle due). E' un fenomeno noto: lo stare in gruppo abbassa i freni inibitori, ci fa sentire protetti da qualunque cosa. A questo si aggiunge in molti casi l'illusione dell'anonimato: molti credono che usare un nome falso eviti di poter essere riconosciuto. Non è così, dato che la Polizia postale può facilmente identificare l'ID di chiunque e da quello risalire all'indirizzo da cui ci si è collegati; ma molti non lo sanno. 

Su Facebook o su Twitter si creano gruppi virtuali, ma che psicologicamente creano la stessa sindrome di gruppo di cui ho parlato. E questo rende la gente più aggressiva, più violenta. Certo, è una violenza verbale, che di solito si esprime in minacce ed insulti, ma resta una violenza. Per questo proliferano poi su Facebook gruppi fascisti o nazisti o che incitano all'odio verso le donne o verso gli stranieri. Ci si sente sicuri, ci si sente protetti, e quindi si dà sfogo agli impulsi più negativi del proprio carattere. Ma come dicevo prima, non è colpa di Facebook o di Twitter. Quello è solo un mezzo, dipende da come ciascuno di noi lo usa. Personalmente, mi sono accorto di questo pericolo sin dall'inizio; e quindi ho sempre cercato di rimanere me stesso. Questo vuol dire che sono sempre stato civile e non ho mai insultato nessuno? No, perchè io non sono così nella vita di tutti i giorni. Sono un tipo che si adegua all'interlocutore: parlo gentile e magari anche forbito con chi fa lo stesso con me; ma posso tirar fuori tutto il mio bagaglio di insulti (e garantisco che il napoletano ne ha più di quanto se ne possa immaginare) se il mio interlocutore mi ci costringe. Ma la maggior parte delle persone non se ne accorge, non è in grado di capire che il proprio comportamento alla tastiera è lontano da quello della vita reale. 

Il problema è che le persone non hanno senso critico nè nella vita reale nè in quella virtuale dei social network. E senza senso critico non si può capire o analizzare il proprio comportamento. E quindi non ci si rende conto di superare il limite. Limite che non è necessariamente sconfinare nell'illegalità. Gli insulti sono ormai un reato da giudice di pace, così come le minacce se non sono minacce di morte o aggravate da qualcosa. Quindi il massimo che si rischia è una ammenda. Roba da poco. Spesso non vale neanche perdere tempo a denunciare il singolo episodio. Tuttto questo non fa che dare un senso di impunità che spinge la gente ad andarci giù sempre più pesante: se non mi possono fare nulla, perchè non continuare? E' come se si abolisse il reato di furto: senza quel disincentivo, perchè non devo rubare quello che posso? 

Quindi Facebook non ha nessuna responsabilità? Secondo me ne ha due molto gravi collegati tra di loro. Il primo è lo status di favore che godonocoloro che pagano per i servizi di Facebook. Non di rado ci sono associazioni che usano questo status per diffondere idee che incitano all'odio. Mi riferisco ai profili e alle pagine collegate a gruppi fascisti, a gruppi nazisti, ma anche a gruppi sionisti. Tutte pagine che andrebbero chiuse a prescindere, ma che invece vengono tutelate in ogni maniera. Per esempio, è inutile denunciarli, il sistema automatico di Facebook ignora di fatto ogni segnalazione. Mentre al contrario danno molto peso alle segnalazioni fatte da chi appartiene a questi gruppi, tanto che basta un numero ridotto di segnalazioni per chiudere un profilo. E chiaramente, uno che viene segnalato da un gruppo fascista o nazista o sionista quasi sempre è una brava persona. Quindi in questa maniera Facebook finisce per dare una mano a chi istiga alla violenza e non a chi vi si oppone. Lostesso avviene con la fake news: la maggior parte vengono diffuse da chi paga, e quindi le segnalazioni in proposito cadono nel vuoto. Per questo trovo ridicoli gli articoli che dicono che Facebook dichiara guerra alle bufale o cose del genere. Se veramente Facebook dichiarasse guerra a costoro, eliminando le pagine che istigano alla violenza e che diffondono fake news, avrebbe gli introiti ridotti del 90%, se non oltre. 

E quindi esistono rimedi? No, se si pensa solo a modifiche di Facebook. Per carità, la piattaforma social si può sempre migliorare, ma questo non basta ad eliminare il problema. Il rimedio sarebbe migliorare le persone ma questo non è cosa che si possa fare con uno schiocco di dita. E' una cosa per cui ci vogliono decenni, iniziando proprio da quei bambini di cui parlava Parker. Il cui cervello è al sicuro se i genitori sono responsabili e gli insegnanti sanno fare il loro mestiere e non si limitano ad insegnargli il nozionismo spicciolo che caratterizza purtroppo la scuola italiana. Perchè il cervello è come un muscolo. Si sviluppa progressivamente e senza sosta, se viene utilizzato; si atrofizza in caso contrario. E danneggia l'organismo se viene dopato. E la violenza e le fake news dopano il cervello come gli steroidi dopano i muscoli.

Commenta Stampa
di Antonio Rispoli
Riproduzione riservata ©