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I social network negano alle persone la conoscenza


I social network negano alle persone la conoscenza
12/09/2017, 15:46

Premetto che questo editoriale sarà estremamente personale. Insomma, chi lo legge, sta per farsi una carrettata di affari miei. Quindi siete avvisati. 

Da quando ero a scuola, al liceo, ho adottato un metodo di studio diverso rispetto ai miei compagni. Mescolando le mie attitudini con i consigli e gli insegnamentio degli insegnanti, cominciai ad imparare per concetti. Cioè studiavo le cose, ne isolavo i concetti fondamentali e imparavo quelli; il resto veniva per deduzione. In terzo liceo, ebbi un professore di storia supplente che mi insegnò una cosa importantissima. Non tutto quello che dicono i documenti storici è vero. Alle volte (lui ci fece l'esempio di una confessione rilasciata all'Inquisizione in cui una persona innocente si accusava di colpe mai commesse per far smettere le torture) i documenti però sono importanti anche se falsi. Per esempio, nell'esempio che ci fece, ci disse che così si poteva capire che l'Inquisizione usava le torture. In virtù di questo e della mia sempre maggiore esperienza che acquisivo, cambiai leggermente approccio: studiavo sì, ma con scetticismo. Cioè imparai a non dare per scontato che tutto quello che studiavo fosse vero. 

L'importanza di questo fatto la capii quando andai all'università. Qui, studiando l'economia mi accorsi che c'era qualcosa che non andava in quello che studiavo. Col tempo capii che le teorie che studiavo (essenzialmente quelle legate al neoliberismo) erano sbagliate e col tempo ho individuato un certo numero di errori. E quella fu un'altra lezione importante: neanche i professori universitari sono pienamente affidabili. Possono avere interessi di vario tipo che li spingono a dare insegnamenti volutamente sbagliati. Ma è chiaro che non si può dare per scontato che siano sbagliati. Come dicevo prima: studiare con scetticismo. Quindi bisogna sempre dimostrare che una persona qualificata sta sbagliando. E per farlo devi essere in grado di conoscere la materia. Questo, unito alla mia naturale curiosità, mi ha portato a studiare nel corso degli anni numerose materie. In nessuna ovviamente sono un esperto, ma sono in grado di sostenere discussioni con un tecnico e capire, se non si scende troppo nei dettagli, se mi si stanno raccontando cose vere o false. Questo mi ha portato ad acquisire una cultura generale superiore alla media. 

Ma da quando sono sui social network, mi sono reso conto che la mia è una cultura eccessiva, rispetto alle persone che incrocio. Infatti, le persone che ho di fronte solitamente non conoscono la materia di cui parlano, se non superficialmente. Allora tentano di supplire al loro deficit trovando link appositi. E così credono di avere un supporto alla loro idea. Ma in realtà non si rendono conto che stanno solo mostrando idee altrui e dimostrando che non ne hanno di proprie. Invece io, se affronto un argomento perchè lo conosco, preferisco spiegare le cose, con parole mie. Eppure la risposta che ricevo è inevitabilmente: "Mostrami un link che lo dimostri". Ma non c'è link. Sono le mie parole, parole di cui mi prendo piena repsonsabilità perchè vengono da una persona che parla quando conosce l'argomento. Mentre copiare il link che significa? E' dimostrazione di cultura? No, solo del fatto che si sa come usare Google. 

Ma del resto perchè uno dovrebbe fare altro? C'è quella comodità che tu digiti le parole giuste e hai tutti i link che vuoi, indipendentemente dal fatto se siano notizie vere o bufale. Perchè fare la fatica di imparare o di studiare? E' più comodo fare il copia-incolla di un link preso da qualche blog bufalaro (credo sia un mio neologismo. Intendo un blog - o un sito - che diffonde esclusivamente o quasi esclusivamente bufale) e dargli una patente di serietà. Un meccanismo estremamente diffuso, visto che l'ho visto usare da decine di persone sugli argomenti più diversi. Ma una volta che uno ha postato un link, cosa ha imparato? Nulla. Anche lasciando stare una valutazione critica (che invece è sempre necessaria) sul contenuto di quel link, che cosa significa postarlo? E' solo una dichiarazione di ignoranza. 

E in questo senso è molto negativa la dichiarazione fatta oggi dal Ministro per l'istruzione Valeria Fedeli, che ha dato il suo Ok all'uso degli smartphone in classe. Non perchè non creda alla tecnologia; da sempre mi è piaciuta l'idea di un maggior uso della tecnologia nelle classi. Solo che anche qua: a che serve dimostrare di saper fare una ricerca su Google? Migliora forse la conoscenza dell'alunno? Ovviamente no. Magari gli consente di avere un voto leggermente più alto, ma veramente conta? Io a scuola non ho mai avuto voti alti, non sono mai stato una cima. Ma sono disposto a scommettere che posso battere in termini di cultura qualsiasi mio compagno di classe del liceo, anche quelli che prendevano voti molto più alti dei miei. Era anche perchè in parte non studiavo alcune materie che reputavo noiose; ma soprattutto perchè non mi sono mai curato dei voti. Mi interessava conoscere, il parere degli altri era per me poco rilevante. Vista col senno di poi, devo ammettere che è stato un atteggiamento controproducente il mio: con voti più alti, magari nel mondo del lavoro me la sarei cavata meglio, quando meno nel trovare lavoro. 

Sarebbe molto più importante che gli studenti imparassero. Soprattutto che imparassero ad imparare, come è capitato a me. Cioè non basta per esempio sapere come funziona il diritto penale e le sentenze della Cassazione e della Corte Costituzionale. Nella migliore delle ipotesi, quello serve a diventare un buon avvocato. Ma se uno impara ad imparare, può affrontare diverse materie con lo stesso piglio ed è capace di trovare collegamenti logici tra una materia e l'altra. Cosa che è negata a chi invece a scuola studia per ottenere il 6 o il 7. Quest'ultimo alla fine avrà raccolto solo una manciata di nozioni che, se non sfruttate il qualche maniera, svaniscono. 

Naturalmente, non pretendo di cambiare la mentalità delle persone. Da giovane mi sarebbe piaciuto riuscire a convincere gli altri. Ero convinto che bastasse spiegare le cose per instradare la gente sulla via giusta. Col tempo ho capito che quasi nessuno vuole farsi convincere. La maggior parte delle persone ha i propri pregiudizi e accetta solo quello che rafforza quei pregiudizi; il resto viene catalogato come inesistente. Da quando l'ho capito, ho cambiato atteggiamento: dico la mia e poi chi ci vuole credere, chi mi vuole dare retta, bene. Altrimenti, bene lo stesso; chi se ne frega? Ma l'uso del buon senso e di un po' di senso critico può aiutare tutti. E soprattutto può evitare la creazione di tifoserie in campi come la politica, dove serve raziocinio per scegliere i candidati migliori da votare. Serve senso critico. Ma quello che non serve è agire in odio contro qualcuno o solo perchè si è deciso che Tizio è il migliore e quindi va votato sempre e comunque. Perchè è questo che si incontra sui social network. E questo modo di fare è antitetico alla ricerca di conoscenza. 

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di Antonio Rispoli
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