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Il fallimento della Lehmann Brothers e la crisi del 2008


Il fallimento della Lehmann Brothers e la crisi del 2008
12/09/2018, 15:50

Esattamente il 12 settembre del 2008 i presidenti delle principali banche statunitensi si riunivano, per iniziativa dell'allora Segretario al Tesoro Henry Paulson e con la benedizione dell'allora presidente della Fed Ben Bernakke, per vedere se si poteva salvare la Lehmann Brothers. Come sia andata a finire lo sappiamo: fu quello il segnale di inizio della crisi del 2008. Ma come si era arrivati a quel punto? 

Per capirlo, bisogna partire dall'11 settembre 2001 e dalle misure che vennero prese successivamente. Una delle quali fu una serie di agevolazioni fiscali per chi costruiva case. Era un modo per cercare di rilanciare l'economia Usa, colpita così gravemente. E funzionò: vennero costruite un grandissimo numero di case, molto più di quelle che erano le necessità. Ma dopo averle costruite, bisognava venderle. Ma a chi? Chi aveva i soldi per comprarsele, già se le era comprate. E quindi le banche cominciarono ad abbassare i criteri per l'assegnazione dei mutui; quindi c'era meno sicurezza che chi ne chiedesse uno lo ripagasse. E per essere sicuri, le banche inserivano tra i costi del mutuo una assicurazione legata all'andamento dell'indice di Borsa: finchè la Borsa saliva, il prezzo della rata si manteneva basso. Ma ovviamente la Borsa non saliva sempre; e quindi la rata inevitabilmente cresceva,, aumentando il rischio di insolvenza. Era il mituo subprime.

Ma la vendita delle case, sia pure con questo trucchetto, si manteneva alta; e questo alimentava una bolla speculativa sugli immobili, il cui valore cresceva ancora, nonostante l'eccesso di case in offerta. A quel punto, diverse banche, per inventivare la gente a sottoscrivere mutui che non potevano pagare, propose loro di diventare speculatori: compravano la casa col mutuo e pagavano la rata finchè potevano. Quando la rata diventava troppo elevata (di solito bastavano 18 mesi al massimo), vendevano la casa - che nel frattempo era aumentata di valore - e coi soldi ricevuti estinguevano il mutuo restante e pagavano l'anticipo per la nuova casa. Un giochetto che durò fino al 2007, quando la bolla speculativa esplose e vendere la casa non conveniva così tanto. E questo costringeva le banche a tenere un sacco di immobili che non potevano essere venduti ma ad avere poca liquidità. 

Bisogna sapere che negli Usa ci sono due società, a capitale misto pubblico-privato: si chiamano Fanny Mae e Freddie Mac. Il loro compito è di comprare gli immobili dalle banche che vogliono venderli per poi metterli sul mercato. Ovviamente, le due società comprano sottocosto: non si sa se venderanno le case e i costi di gestione sono a carico loro. Quindi le banche ci guadagnano ben poco. Ovviamente, quando la bolla speculativa andò in fumo, le due società dovettero accollarsi centinaia e centinaia di abitazioni. A maggio chiesero aiuto al governo, ma rimasero inascoltate. A luglio, sfruttando una possibilità concessa dalla legge, chiesero di poter avere prestiti dalla federal reserve: la banca centrale statunitense gli avrebbe fatto un tasso di interesse migliore di quello fatto dalle banche e questo avrebbe permesso alle due società di risparmiare. Ma la loro liquidità era a zero. Non avrebbero più potuto aiutare le banche. 

Tra le banche, a loro volta, la Bear Sterns già era andata in crisi ed era stata salvata dal governo che aveva ordinato alla JpMorgan di acquistarla e aveva dato alla JpMorgan i soldi per aquistarla. Ma la Bear Sterns era relativamente piccola. I problemi cominciarono quando nell'agosto 2008 il mercato cominciò a colpire la Lehmann Brothers. Che apparentemente godeva di buona salute, aveva un capitale di 28 miliardi di dollari. Ma aveva registrato un "rosso" in quell'anno di 2 miliardi e aveva immobili sequestrati per 70 miliardi di dollari, praticamente immobilizzati. Questa situazione spaventò il mercato che cominciò a ritirare i soldi dalla Lehmann. Il valore delle azioni della Lehmann Brothers cominciò rapidamente a scendere. Paulson decise di intervenire, ma dovette farlo con discrezione: dopo il salvataggio della Bear Sterns, gli elettori repubblicani non volevano altri interventi del governo. E il 2008 era anno di elezioni presidenziali. 

Quindi Paulson chiese al miliardario Warren Buffet di intervenire, e quest'ultimo fece un'offerta: avrebbe acquistato una parte del pacchetto azionario della banca al prezzo di 40 dollari ad azione. L'offerta non era cattiva: in quel momento le azioni della Lehmann Brothers valevano poco più di 30 dollari ad azione. Ma l'amministratore delegato della Lehmann, Richard Fuld rifiutò: era convinto che si trattasse di una situazione transitoria e che presto sarebbe ritornato ai valori di febbraio 2008, quando la Lehmann valeva più di 60 dollari per azione. Ma il mercato non la pensava così e la Lehmann continuava a sprofondare. Allora Fuld cercò di puntare alla collaborazione con una banca asiatica, ma costoro non volevano tenersi il settore immobiliare. Alla fine, l'affare non andò a buon fine per la testardaggine di Fuld, che rifiutò quaisiasi ipotesi che non prevedesse di affibbiare agli asiatici anche la parte immobiliare. La successiva offerta arrivò dalla banca inglese Barkley's: meno di 10 dollari per azione. il 20% di quello che aveva offerto Buffet solo poche settimane prima. 

Ed è in questa situazione che ci fu la riunione del 12 settembre. Al termine della quale le banche decisero di stanziare una decina di miliardi per comprare il settore immobiliare della Lehmann in modo che la Barkley's potesse acquistare il resto. Tentativo che venne vanificato dall'Antitrust inglese, che si oppose a tale acquisizione. A quel punto per la Lehmann non restò che la bancarotta. Ma le altre banche non erano messe meglio e cominciarono ad essere vittima della speculazione dei mercati. Paulson - che continuava ad agire solo con la moral suasion - le tentò tutte, per salvare le banche senza che lo Stato intervenisse. Provò a creare un fondo per acquistare tutti gli immobili sequestrati, ma ci voleva troppo tempo. Allora provò a convincere le principali banche Usa a fondersi, in modo che, essendo più grandi, potessero dare una maggiore impressione di solidità e potessero accedere a maggior credito presso la federal Reserve. Ma anche questo tentativo fallì: le banche fecero prevalere il proprio egoismo e non si risolse niente. 

Nel frattempo, sulla situazione precipita un nuovo macigno: l'AIG, la più grossa compagnia assicurativa statunitense lancia un grido d'allarme perchè sta per fallire. Tutti gli immobili erano stati assicurati presso la AIG, che quindi si trovava in difficoltà con la liquidità. E la AIG contava troppo per poter fallire: gestiva i fondi pensione di decine di milioni di lavoratori, persino le auto e gli aerei di Stato Usa erano assicurati con la AIG. Di conseguenza, dopo aver detto e ripetuto che lo Stato non sarebbe intervenuto, a Paulson non restò altro che convincere repubblicani e democratici al Senato ad approvare alcune leggi che stanziavano soldi a favore delle banche e delle altre società in difficoltà. Vennero così prestati 125 miliardi alle banche, quasi 900 alla AIG e così via. L'intenzione era di mettere questa liquidità in circolo per risollevare l'economia, ma nessuno dei beneficiari collaborò. Intascarono i soldi e basta. 

Ma nel frattempo, la crisi era arrivata in Europa, dato che molte banche inglesi, francesi e tedesche collaboravano con quelle statunitensi e furono ugualmente interessate dalla crisi legata alla mancata restituzione dei mutui. Per questo i rispettivi governi stanziarono cifre più o meno ingenti per evitare il fallimento delle banche. Da notare che questa crisi bancaria non colpì minimamente l'Italia. Nessuna banca italiana venne colpita dalla crisi e lo Stato italiano non ha avuto bisogno di cacciare neanche un centesimo. Qualcuno potrebbe dire: "Ma allora perchè abbiamo avuto un crollo del Pil del 5%? La risposta è semplice. La nostra economia, negli ultimi 15 anni, si è basata esclusivamente sulle esportazioni, mentre la domanda interna è debole per non dire di peggio. Poichè la crisi bancaria e il conseguente panico spaventò la popolazione in tutto l'Occidente, si ebbe quella che è la reazione tipica in caso di crisi: la paura e l'isolamento. E quindi ci fu un crollo delle importazioni (e di conseguenza delle esportazioni, dato che le importazioni di un Paese sono le esportazioni di un altro Paese). In un Paese dalla domanda interna debole, se gli togli anche le esportazioni, chi compra quello che viene prodotto?

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di Antonio Rispoli
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