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Il latte distrutto dai pastori sardi, emblema dell'incapacità economica dell'Italia


Il latte distrutto dai pastori sardi, emblema dell'incapacità economica dell'Italia
12/02/2019, 15:57

In questi giorni fanno discutere le immagini che girano in Tv e sui social network dei pastori sardi che distruggono centinaia e centinaia di litri di latte. E che non contenti, hanno distrutto anche il contenuto di decine di Tir carichi di carne e altri generi alimentari di prima necessità. C'è chi si è schierato a favore e chi contro, ma sui giornali e in Tv ben pochi hanno analizzato la situazione. 

Innanzitutto, partiamo dai dati. Perchè i pastori protestano? Si lamentano del fatto che il latte gli viene pagato solo 60 centesimi al litro, mentre il costo di produzione è di 70 centesimi al litro. Quindi - dicono i pastori - piuttosto che svenderlo alle grandi aziende, lo distruggiamo. Quello che vogliono è che il governo fissi il prezzo minimo di un euro al litro che le aziende devono pagare per avere il latte. O comunque che dia loro la differenza prendendola dai soldi pubblici (le stime parlano di 20-25 milioni di euro in questo secondo caso). 

Ma perchè il prezzo del latte è così basso? Il latte non sfugge alle regole dell'economia: è il risultato dell'incontro tra la domanda e l'offerta. In Italia abbiamo un certo consumo di latte ovino, per lo più sotto forma di formaggio. Se la produzione di latte è superiore alla richiesta, il prezzo scende; se è inferiore, il prezzo sale. Due anni fa il prezzo era in salita e raggiungeva gli 85 centesimi al litro. E quindi i pastori hanno aumentato la produzione, convinti di guadagnare di più. Ma in realtà è successo che le aziende casearie non hanno venduto tutti quei formaggi, per cui adesso hanno abbondanti scorte di cui disfarsi. Per questo il prezzo è sceso: la produzione è troppo più alta della richiesta. Tutto qua. Semplice economia di mercato. 

Naturalmente, sulla faccenda si sono buttati gli avvoltoi, soprattutto in funzione anti-Europa. Come il filosofo Diego Fusaro, che ha accusato la globalizzazione, il mondialismo, e tutto l'universo mondo. Ma in realtà la colpa è solo dei pastori. Appena il prezzo del latte è salito, tutti si sono gettati ad aumentare la produzione, senza pensare alle conseguenze. Ma i pastori sono imprenditori. E in quanto tali, dovrebbero agire in modo da seguire le leggi di mercato. Il che significa non buttarsi in un settore con gli occhi bendati solo perchè ci si aspetta un guadagno maggiore; perchè quel guadagno non è scritto da nessuna parte. Si può interrompere da un momento all'altro. Quindi, se ora il latte gli viene pagato 60 centesimi al litro, non è colpa di nessuno che ha fatto il cattivo, ma solo dei pastori stessi. 

E qual è la soluzione che loro invocano? Che il latte gli venga pagato un euro al litro. Non gliene frega un cavolo del mercato, del fatto che quel latte non possa essere usato e che non è un destino scritto nelle stelle che il prezzo sia di un euro al litro. Gli interessa solo il loro guadagno. E se per avere quei soldi, devono averli dallo Stato, cioè dalle tasse che pagano i lavoratori dipendenti, a loro cosa importa? Loro vogliono, pretendono, esigono. Altrimenti gettano il latte per le strade, bloccano i tir e distruggono tutti i generi alimentari. 

Perchè è questo che fanno gli imprenditori in Italia. Non puntano sull'economia, sullo sviluppo dell'azienda, sulla qualità. Puntano sul creare o minacciare disastri per ottenere soldi pubblici. Questo naturalmente quando non ottengono aiuti in altre maniere meno legali, tipo mazzette. Ma anche quando sono onesti, non seguono le regole dell'economia. I pastori - visto che stiamo parlando di loro - avrebbero dovuto approfittare dell'aumento del prezzo per differenziare la produzione. Oppure unire i soldi di qualche decina di loro e creare una azienda casearia. Insomma, avrebbero dovuto fare in modo che l'oascillazione del prezzo non creasse danni. Perchè, piaccia o no, il prezzo dei beni oscilla. E quando si parla di beni alimentari, oscilla molto, alle volte anche solo per una moda. 

Del resto, la distruzione del cibo non è una novità. Ero piccolo, quando vedevo in TV i produttori di arance della Sicilia distruggevano tonnellate e tonnellate di frutta per farne salire il prezzo. E non è capitato di rado vedere, lungo una strada che mi capita di percorrere in auto abbastanza spesso, a novembre alberi di cachi pieni di frutta, perchè per i produttori è antieconomico pagare qualcuno che li raccolga. Del resto, perchè affannarsi, quando c'è lo Stato che paga? Basta distruggere il cibo, fare blocchi stradali, creare casino ed ecco che arriva lo Stato a sistemare tutto. 

Come succede anche quando si parla dell'olio di oliva. Chi non ricorda le grandi proteste dei coltivatori di olive della Puglia, per via della xylella? Arrivarono addirittura a negare che esistesse. E ancora oggi strillano che i loro guadagni crollano. E accusano l'olio tunisino. Ma in Italia quanti sanno che non c'è una sola goccia di olio italiano sugli scaffali dei negozi italiani? Tutto quello che vediamo quando andiamo a fare la spesa è olio straniero; per lo più spagnolo, ma anche tunisino. Più raramente greco. E mi riferisco all'olio con marchio italiano. In realtà, si utilizza una legge comunitaria per cui si può parlare di olio italiano se viene spremuto in Italia. Se le olive sono spagnole o tunisine e l'olio viene spremuto in Italia è olio italiano. Semplice, no? E allora che fine fa l'olio prodotto dalle olive italiane? Va all'estero. Dove viene venduto a 10-15 euro al litro. Ed è apprezzatissimo, sia ben chiaro. Ma ha un prezzo troppo alto per il mercato italiano. 

E potrei fare esempi simili per quasi ogni settore economico. Non solo alimentare, ma anche industriale. Perchè il problema è lo stesso in ogni settore. Gli italini vogliono sempre la privatizzazione dei guadagni e la socializzazione delle perdite. Tradotto: finchè uno guadagna, è tutto proprietà privata e guai a chi lo tocca. Ma quando si è in perdita, allora tutti vogliono l'aiuto dei soldi pubblici,per non perdere un patrimonio della qualità italiana e del made in Italy. E a pagare naturalmente sono sempre i lavoratori italiani, che continuano ad essere pagati una miseria e ad avere sempre meno diritti. Perchè, dico, non vorrete mica che i lavoratori mandino fallite le aziende per la loro insulsa pretesa di avere uno stipendio decente pagato regolarmente una volta al mese? Appunto... 

Questa mentalità è diffusa anche fuori dalle imprese. Basta pensare a tutto il casino accaduto per coloro che avevano acquistato obbligazioni delle banche (Banca Etruria, Carima, le banche venete, ecc.) e hanno poi ottenuto rimborsi da parte dello Stato. Rimborsi assolutamente non dovuti, dato che, come è noto, le obbligazioni sono investimenti a rischio. Che vuol dire? Che non è garantito il rimborso, se le cose vanno male. A differenza dei titoli di Stato, il cui rimborso ci sarà sempre, a meno che lo Stato non vada in default. E infatti è questa la differenza tra risparmiatori e speculatori: i primi puntano a mantenere intatto il capitale, con possibilmente un guadagno grazie agli interessi; i secondi invece cercano un guadagno elevato, sapendo di mettere a rischio il capitale. E quindi si punta su azioni o sulle obbligazioni. 

Ma quando le cose sono andate male, cosa hanno fatto queste persone? Hanno cominciato a protestare e a fare casino, sapendo di stimolare i partiti politici di opposizione ad appoggiarli. E il governo, nel timore di perdere consenso, gli ha dato i soldi. Ma a queste persone gliel'ha prescritto qualcuno di giocarsi i propri risparmi in Borsa? non potevano investirli in Bot e Btp? Non hanno voluto farlo, perchè i rendimenti erano troppo bassi, non erano soddisfacenti. Basta ricordare che un anno fa, di questi tempi, i Bot ad un anno davano lo 0,6-0,7% di interessi, circa, mentre i Btp a 10 anni poco più del 2%. Se togliamo le spese che le banche fanno pagare e le tasse previste dallo Stato, resta una cifra molto bassa di guadagno. E quindi hanno deciso di puntare su un guadagno più alto, anche se più rischioso.

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di Antonio Rispoli
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