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Il Nobel per la pace alla Ue, un riconoscimento alla storia


Il Nobel per la pace alla Ue, un riconoscimento alla storia
12/10/2012, 17:05

Oggi è stato annunciato che il Premio Nobel per la Pace del 2012 è stato assegnato all'Unione Europea. E la cosa ha scatenato il sarcasmo della rete, contro la scelta del Comitato per l'assegnazione del Nobel. 
C'è da convenire che il momento non è dei migliori, oggettivamente. Negli ultimi anni l'Unione Europea si è contraddistinta più per aver portato la guerra che la pace: Afghanistan, Iraq e Libia sono stati attaccati anche dagli eserciti dei Paesi dell'Unione Europea. Inoltre c'è la situazione economica interna, che molti vivono come una sorta di guerra decretata dagli Stati alla popolazione. Anche perchè su Internet ci sono molte favole che vengono considerate come se fossero cose vere: dall'Eurogendfor - la Polizia europea che sarebbe stata creata per reprimere qualsiasi forma di manifestazione pacifica in tutta Europa con soli 1500 membri - ai misteriosi ma conosciutissimi complotti delle banche nell'ambito del Nuovo Ordine Mondiale. E questo amplifica i timopri e le valutazioni emotive. 
Ma questo Nobel, come specifica la motivazione, è stato dato per quella che è la storia europea. L'unione Europea è la continuazione in linea diretta della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio): cioè un nucleo di Paesi che faccia da catalizzatore economico e politico, per impedire che diatribe e dissidi diventassero cause di una nuova guerra. Una preoccupazione non da poco per un continente che nel giro di trenta anni aveva visto la morte di decine di milioni di persone nel corso delle due Guerre Mondiali. Perchè forse è bene ricordare che in entrambi i casi fu l'economia la causa scatenante dei conflitti. Infatti, quando si parla delle cause di quel conflitto, si parla solo di una piccola parte del tutto. Del 1914 ci si ferma all'episodio scatenante, l'omicidio in Serbia dell'Arciduca Francesco Ferdinando; ma il resto? Non si parla mai della lotta tra Germania da una parte, Inghilterra e Francia dall'altra, per le colonie africane; nè di quella che vedeva lo scontro per avere sotto la propria influenza i vari Stati europei. 
Ancora più complessa è la situazione economica che sta alla base della Seconda Guerra Mondiale. Infatti la crisi economica del 1920-21 e la crisi economica del 1929 colpirono tutta l'Europa. E' un dettaglio importante, spesso sottovalutato. Infatti quelle crisi economiche portarono alla nascita di governi di destra (o comunque dettero ampio margine ai partiti di quella parte politica) in tutti i Paesi europei; ognuno dei quali però tendente ad un forte nazionalismo. Per cui in Germania si ebbe il partito nazista che arrivò al potere rapidamente, dopo il 1929, approfittando proprio della povertà e con la promessa di uno sviluppo economico. Una promessa che poi venne mantenuta: nel 1935 un milione di persone vennero chiamate sotto le armi, si potenziarono le opere edili finanziate dal pubblico e la produzione militare. Unendo i tre settori e quelli collaterali, si ebbe un enorme sviluppo economico che garantì stabilità economica, anche se non stipendi molto alti. E la guerra iniziò per avere ulteriori risorse: il grano e il petrolio della Polonia, il grano dell'Ucraina, il ferro della Norvegia (e Danimarca e Svezia che si trovavano in mezzo) e così via. Ma anche l'attacco all'URSS aveva una motivazione economica: Stalin pretese dalla Romania la Bessarabia, una regione rumena ricca di risorse. Ma anche una zona eccessivamente vicina ai pozzi di petrolio di Plojesti, solo mezz'ora di volo per un bombardiere. E quello fu uno dei motivi che spinse Hitler ad attaccare l'ex URSS. 
ANche lo scontro tra Giappone ed Usa ha una base economica. Di solito si parla solo di Pearl Harbour, l'episodio scatenante. Ma non si parla di quello che era successo prima. QUanti sanno che gli Usa avevano confiscato ogni azienda gestita da giapponesi su suolo americano, ogni conto corrente riconducibile a persone di etnia giapponese presso le banche americane ed ogni altra attività economica riconducibile al Giappone? Quanti sanno che, con la collaborazione dei Paesi europei, avevano bloccato completamente le importazioni giapponesi di petrolio? Cosa facile dato che all'epoca, quelli che oggi hanno nomi come Vietnam, Corea, Filippine, ecc. erano tutte colonie statunitensi o di Paesi europei. Nè poteva rivolgersi a quelli che oggi sono i Paesi arabi, all'epoca sotto il controllo inglese. Di conseguenza le riserve si stavano assottigliando. Quando il 7 dicembre gli aerei giapponesi attaccarono Pearl Harbour, utilizzarono quasi tutto il carburante che esisteva nei possedimenti giapponesi. Se l'avessero usato per usi civili, sarebbe durato solo fino a febbraio al massimo. Nelle regioni montuose del Paese, come l'Hokkaido, l'estate del 1942 avrebbe visto molti villaggi la cui popolazione era stata dimezzata dal freddo e dalla fame dell'inverno precedente. E l'inverno del 1942 sarebbe stato affrontato senza una goccia di petrolio neanche nella capitale. Erano gli Usa a tenere per le palle il Giappone; e stavano stringendo forte: i giapponesi o attaccavano per prendersi quel petrolio che nessuno gli vendeva (e la flotta americana era la più forte, quindi doveva essere eliminata per prima) oppure il Paese sarebbe morto di fame. Oh, certo, si può dire che in fondo facevano bene, perchè il Giappone aveva invaso e conquistato un pezzo di terreno nel nord della Cina, ma in realtà era solo il modo per eliminare un concorrente economico scomodo. 
Tutto questo è stato evitato con un programma iniziato subito dopo l'inizio degli anni '50 (il Trattato di Parigi che fondava la CECA è del 1951) e che è in corso. O almeno dovrebbe esserlo. Infatti l'Unione Europea non è terminata nè completa, rispetto ai programmi. Manca l'unificazione politica e legislativa, fermata dall'antieuropeismo di governanti come Sarkozy, Berlusconi e Merkel. Tuttavia già ha fatto molto, noi europei abbiamo vissuto quasi 70 anni di pace, cosa che pochi altri Paesi possono dire. 
QUindi, chi sta protestando per la decisione del Nobel, mi provoca reazioni contrastanti.  Da una parte sono felice: se si protesta, vuol dire che ci siamo dimenticati che in un passato non così lontano eravamo in guerra e non riteniamo di poterci tornare. Ma dall'altro rattrista vedere come gli italiani non conoscono le proprie origini, non sanno il substrato culturale da cui provengono. Insomma, sono piante recise e messe in un vaso: o trovano il modo di recuperare le loro radici, oppure non vivranno a lungo.  

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di Antonio Rispoli
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