Editoriali / L'opinione

Commenta Stampa

Il panettiere suicida per una multa: simbolo dell'Italia


Il panettiere suicida per una multa: simbolo dell'Italia
21/02/2014, 17:49

C'è una tragica notizia, in questi giorni: un panettiere di Casalnuovo, in provincia di Napoli, che si è suicidato per una multa di 11 mila euro che non poteva pagare. La multa gli era stata inflitta perchè gli uomini dell'Ispettorato del Lavoro sono entrati nel negozio e hanno visto che la moglie gli dava una mano senza essere regolarmente stipendiata. 

Ora, su questa vicenda ci sono molti aspetti da considerare: il lato umano, in primis. Ma io vorrei escludere questa parte (non per insensibilità, ma perchè è facile solidarizzare adesso, mentre nessuno riflette sul fatto che se in Campania c'è oltre il 30% di disoccupazione e quella giovanile è il doppio, le attività commerciali non possono fare grandi affari) ed invece concentrarmi sul lato economico. Cioè vorrei prendere il panettiere come prototipo dell'imprenditore medio, non solo meridionale. 

Perchè la moglie lavorava non essendo messa in regola? Perchè chiaramente è più comodo: non c'è bisogno di pagare tasse o altro, neanche formalmente. Quindi aumentano le disponibilità economiche in famiglia. Si viola la legge? Non conta. Quello che conta è avere più soldi possibile. Di solito si aggiunge "perchè altrimenti non ce si fa ad andare avanti". Ma veramente il problema è questo, se passiamo dal panettiere di Casalnuovo al discorso generale? Di rado. Di solito c'è solo la volontà di guadagnare più soldi. Senza rendersi conto di una cosa semplice: finchè si tratta della moglie o del figlio, che aiuta nel negozio, va bene, tanto sono soldi che restano in famiglia; ma se si ha un dipendente, il fatto di averlo in nero e magari pagandolo una miseria (tipo 2-300 euro al mese) fa sì che quel dipendente non sia un cliente del negozio. 

Purtroppo qui torniamo ad uno dei grandi problemi dell'economia, di cui nessun economista parlerà mai. Attualmente vige, tra gli economisti, una regola fissa: la prima cosa che bisogna fare è far arricchire il più possibile le aziende. E' uno dei punti fissi del neoliberismo, cioè di quella disciplina economica che è causa della crisi (oltre ai comportamenti degli imprenditori e dei politici). Bisogna fare in modo che gli imprenditori guadagnino il più possibile - dice la teoria - affinchè poi usino questi soldi per assumere. Ma la realtà dei fatti di tutti i giorni racconta un'altra storia. Nessun imprenditore - piccolo, medio o grande che sia - ragiona in questi termini. Non conta quanti soldi un imprenditore abbia, questo non ha nessuna influenza sull'occupazione. 

L'imprenditore assume o meno seguendo una valutazione. Praticamente, si fa questa domanda: "Se io assumo una persona, l'aumento di produzione o di efficienza che quella persona mi dà è inferiore all'aumento di guadagno per me?" O in altri termini: se io imprenditore spendo 100 al mese per pagare lo stipendio ad uno, devo guadagnare grazie a lui almeno 150 in più. Altrimenti niente assunzioni. Naturalmente non è una valutazione cosciente, questa; l'imprenditore la fa automaticamente, in maniera inconscia. Ora, in un periodo di crisi come quello in corso, come si può immaginare che un imprenditore possa vendere di più? Quindi è inutile regalare soldi alle imprese, come hanno fatto il governo Berlusconi, il Governo Monti, il governo Letta e come ha promesso di fare Renzi. Serve solo a togliere soldi al sistema economico. Perchè l'imprenditore prende i soldi, se li mette in tasca e li porta in Svizzera o alle Cayman, se sono tanti. 

Quello che serve è creare un mercato. Riflettiamoci: il panettiere ovviamente guadagna in base a quello che vende. Più quantità vende e più guadagna. Ma oggi gli acquisti anche di questi prodotti di prima necessità è ridotto al minimo indispensabile. Adesso immaginiamo di aumentare la disponibilità di denaro: un panettiere venderà di più. E quindi, adeguatamente incentivato (per esempio con la prospettiva di finire in carcere se viola la legge), può essere convinto che gli conviene assumere qualcuno. Ma non è assumendo gente a 500 euro al mese che si aumenta la disponibilità economica. Bisogna aumentare gli stipendi, l'aumento dell'occupazione sarà una conseguenza. 

Immagino l'obiezione degli economisti. "Ma così si aumenta la spesa per l'azienda". Vero. Ma si aumentano anche i guadagni, se l'imprenditore sa fare il suo mestiere. In realtà il problema è che gli economisti lavorano per conto degli imprenditori. Di solito sono consulenti delle aziende private o delle banche o di qualche ente pubblico (altrimenti sono semplici professori di università). E quindi si guardano bene dal fare una analisi economica degna di questo nome. Si limitano a proporre misure che fanno comodo al proprio datore di lavoro privato (tanto lo stipendio da professore non glielo tocca nessuno) oppure il politico che l'ha fatto entrare nell'ente pubblico e che a sua volta ha parecchi amici imprenditori che lo finanziano (e non gratuitamente). Quindi non diranno mai ciò che è utile per il Paese, ma sempre ciò che è utile agli imprenditori. 

In realtà, aumentare lo stipendio non crea problemi. Guardiamo alla Germania. Perchè ha attraversato la crisi senza lo straccio di un problema? Perchè un operaio lì guadagna 2500-3000 euro al mese, più gli extra. E se viene licenziato, ha due risorse: un sussidio di disoccupazione che dura anni e quello che è riuscito a mettere da parte. Di conseguenza il problema è stato solo per le aziende che esportano, dato che per quasi un anno l'import-export mondiale è praticamente crollato. Dopo di che, per quanto strano possa sembrare, la Germania si è tirata una violenta zappata sui piedi, con l'espansione dei cosiddetti "mini-job": lavori ordinari ma pagati 400 euro al mese. Insomma, anche la Germania è stata vittima del neoliberismo. E i risultati si sono visti: una crescita vicina al 4% nel 2009, una crescita dell'1% nel 2013. 

Qualcuno potrebbe fare il paragone con gli stipendi della Cina. Ma allora, se il confronto è quello, la partita è già chiusa: in Cina un operaio lavora 15 ore al giorno per 7 giorni la settimana per una paga mensile intorno ai 200 euro. Parliamo di 40-50 centesimi all'ora o anche meno. Chi è disposto a lavorare a queste cifre? La risposta è nessuno. Non basta neanche per comprarsi un pezzo di pane e una bottiglia d'acqua al giorno, in Italia. Se questo l'obiettivo delle aziende italiane, cioè di fare concorrenza alla Cina e all'India, semplicemente siamo morti. E non lo dico in senso metaforico: chi può, andrà all'estero. Gli altri moriranno lentamente di fame. 

E non si pensi che uscendo dall'euro cambi qualcosa. Uscire dall'euro è un vecchio pallino di Confindustria, per svalutare la moneta e cercare di guadagnare competitività vendendo a prezzi ribassati senza diminuire il guadagno per l'impresa. Ma a parte tutti i problemi che darebbe agli italiani, oggi neanche questo basta: la qualità dei prodotti che l'Italia esporta sono di due livelli. C'è il livello "lusso", dove le cose vanno a gonfie vele e il mercato è florido, ma ha una occupazione molto limitata. E poi c'è il resto, dove però la qualità media è bassissima, allo stesso livello della Cina o addirittura inferiore; e qui i mercati si stanno chiudendo uno dietro l'altro, perchè sui prezzi la Cina o l'India sono più competitivi. 

Prendiamo il settore auto, per esempio. La Ferrari e la Maserati vanno alla grande, sono assolutamente competitive sui mercati internazionali. Mentre la Fiat ogni giorno che passa perde quote di mercato. E il motivo è proprio questo. Ma quanti operai impiega la Ferrari? Non certo le decine di migliaia che la Fiat ha messo in cassa integrazione o ha licenziato in tutta Italia. I prodotti del lusso costano tanto anche perchè vengono prodotti in quantità molto basse. In Italia si producono circa 380 mila Fiat, ma solo poche migliaia di Ferrari e Maserati messe insieme. Quindi servono pochi dipendenti, anche se sono pagati bene. 

Ma chi è che propone di aumentare gli stipendi? Nessuno. Al massimo parlano di ridurre il cuneo fiscale, in modo da ridurre i costi delle aziende. Ma ridurre il cuneo fiscale significa togliere soldi dalle tasche del dipendente, dato che o si tolgono soldi ai contributi che l'azienda paga all'Inps (e quindi si riducono le pensioni dei lavoratori); oppure si tolgono soldi all'accantonamento della liquidazione (e quindi i lavoratori avranno una liquidazione inferiore); oppure si tolgono i soldi che l'azienda paga come tasse per conto del lavoratore. Certo, quest'ultimo sarebbe auspicabile, ma è una misura che agevola chi guadagna tanto. Infatti, più si guadagna e più si pagano le tasse. Ma adesso la cosa essenziale è dare soldi a chi guadagna poco. Tutto qua il problema. Ma avete mai sentito un politico, indipendentemente dallo schieramento politico, parlare dei lavoratori? No, parlano tutti di aiutare le aziende. Tutti, senza eccezione. 

Commenta Stampa
di Antonio Rispoli
Riproduzione riservata ©